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Jesi -  Sala Maggiore del Palazzo della Signoria - 10 giugno 2010

 

 

conferimento
PREMIO CALAMANDREI 2010
a
Franzo Grande Stevens
Giorgio Ruffolo


 

 

 

"..... restiamo soli
e scoperti in faccia all'avvenire,
come combattenti
passati dalle retrovie alla prima linea..."

Piero Calamandrei "Inventario della casa di campagna"

 


 

LA RELAZIONE DI FRANZO GRANDE STEVENS
letta da Giovanna Galante Garrone

 

 

Con rammarico, a causa di una dolorosa e severa lombalgia, non posso essere qui con voi a ringraziarVi di persona dell’onore che mi avete fatto con l’assegnazione del premio Calamandrei e devo affidare i miei pensieri ad uno scritto.
Sono più di 50 anni che Piero Calamandrei è morto; eppure non v’è convegno, relazione, intervento sulla giustizia nel quale chi studia, dibatte, approfondisce un tema, non ricordi quel che in proposito fu il pensiero di Calamandrei.
Alla Liberazione, l’Avvocatura italiana affidò la sua più alta cattedra – quella della Presidenza del Consiglio Nazionale Forense – a Piero Calamandrei. Scelse così non soltanto un grande avvocato e giurista, ma un Uomo del Rinascimento, del Risorgimento, del Rinnovamento.
Figlio e nipote di giuristi, aveva abbracciato la professione forense nella quale raggiunse presto un posto eminente e insieme gli studi di diritto processuale ottenendo giovanissimo l’insegnamento universitario.
Da toscano di grande cultura era raffinato intenditore d’arte (aveva anche scoperto un quadro di Piero della Francesca) ed una Sua opera (“Inventario di una casa di campagna”), al pari di altri scritti più brevi, costituiscono tutti pezzi da antologia letteraria.
Nella grande guerra era partito volontario, la testa ed il cuore rivolti ai martiri irredentisti, e gli era occorsa la ventura d’essere il primo ufficiale italiano a mettere piede in Trento. Nel ventennio aveva avuto maestri di virtù civiche Benedetto Croce (del quale sottoscrisse il Manifesto), Gaetano Salvemini, anch’egli professore all’Università di Firenze poi costretto all’esilio così come i fratelli Rosselli.
Al momento del riscatto e della Liberazione si era trovato in quella sfolgorante cometa che attraversò per breve tempo la politica italiana – il Partito d’Azione – con Parri, Foa, Ugo La Malfa, Bobbio, Galante Garrone, Bauer, Sforza, Ernesto Rossi, Valiani, Agosti, Dante Livio Bianco e tanti altri.
E da allora anche dalle pagine de “Il Ponte”, che nel frattempo aveva fondato, era divenuto il cantore epico della Resistenza: i discorsi e le lapidi da Lui dettati sono insuperati.
Chiamato nell’Assemblea Costituente dal ’46 al ’48, pur non avendo a sostegno una grande forza politica, fra coloro che dovevano stendere il testo della Costituzione, svolse interventi che tutti seguirono con religiosa attenzione per l’autorevolezza e la forza del Suo pensiero.
Si battè perchè le norme da scrivere fossero “chiare e cristalline” (e scritte in bella lingua italiana ricordando egli stesso Foscolo che aveva steso un codice militare) e perchè fossero di immediata attuazione. Non vi riuscì e dovette rassegnarsi, pensando che la Costituzione fosse “presbite” – così si espresse – e cioè guardasse lontano ma con indirizzi precisi cui sarebbero seguite norme che li avrebbero attuati concretamente. Un sollievo all’amarezza del “compromesso” gli fu dato da Togliatti che, sicuro dell’influenza su di Lui, Gli citò i celebri versi di Dante riferendoli al Costituente il quale avrebbe fatto “come quei che va di notte – che porta il lume retro e a sè non giova – ma dopo sè fa le persone dotte”.
Deve ora riconoscersi che questa Costituzione s’è dimostrata lungimirante. Basterebbe pensare alla scelta del sistema dell’economia di mercato nell’interesse della collettività (dell’ “utilità sociale”) da coniugare con il principio fondamentale della solidarietà che ha consentito il Trattato di Roma della Comunità Economica Europea ed i suoi sviluppi. Oppure alla parte relativa ai diritti di libertà della persona (sui quali Calamandrei l’aveva spuntata, ispirato dall’insegnamento di Francesco Ruffini) che ha consentito la Convenzione di Roma del 4 novembre 1950 sulla protezione dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Perchè, fra i molti scritti di Calamandrei che pure s’è occupato degli Avvocati, dei Magistrati, della Giustizia, per ricordarLo scelgo il suo saggio del ’55 su “La Costituzione e le leggi per attuarla”? E ciò nonostante che il saggio sia in parte superato dai successivi eventi legislativi?
Per più d’una ragione.
Innanzitutto oggi si discute di riforma di alcune norme costituzionali e non devono perdersi di vista i principi-cardine della nostra Costituzione.
Poi da qualche anno si parla di svolta, di rottura con il passato ma sia Calamandrei che l’Avvocatura, come tante personalità anche dopo di Lui, han messo in guardia dal pericolo di sostanziali cambiamenti.
Infine il saggio è specchio della ricca e multiforme personalità del Calamandrei, giurista, politico e soprattutto uomo austero di rigorosa moralità gobettiana, la cui vita e condotta ricordano la celebre, sintetica e difficile frase del maestro scozzese dell’empirismo, Davide Hume: “Le regole della morale non sono la conclusione della nostra ragione”.
Ecco perchè nel Suo saggio Calamandrei dedica pagine appassionate e convincenti al diritto di tutti, indistintamente, alla scuola ed al lavoro che, secondo la Costituzione, deve essere reso effettivo.
Egli ricorda:
-  l’art. 4 secondo il quale “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo tale diritto”
-  e l’art. 34 per il quale dopo avere detto che: “La scuola è aperta a tutti e “l’istruzione ... è obbligatoria e gratuita”
scrive che “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La repubblica renda effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”.
Il lettore troverà nel saggio frasi come queste:
“Il compito più urgente segnato dalla Costituzione al legislatore è quello della lotta a fondo contro la disoccupazione ...”.
“Ma il diritto al lavoro e il diritto alla scuola non si possono rendere effettivi se non attraverso un programma generale di politica economica e sociale che permetta di trovare i mezzi occorrenti per dare lavoro e scuole a tutti i cittadini ...”.
Parole scritte nel 1955 o nel 2010? Obbiettivi da raggiungere o utopie?
Nel campo dell’economia il sistema (del libero mercato) è stato scelto dalla Costituzione sempre nell’interesse della collettività perchè si ritiene che riconoscendo gratificazioni a chi liberamente intraprenda attività economiche si ottenga la produzione di beni e servizi di migliore qualità ed a prezzi inferiori.
La libertà di attività economica, quindi, non può svolgersi – sono le parole della nostra Costituzione – in contrasto con “l’utilità sociale” o attentare ai diritti fondamentali (“sicurezza, libertà, dignità”) e va coordinata “a fini sociali”.
I meriti da premiare cioè devono essere davvero tali: nell’interesse comune possono essere riconosciute gratificazioni per l’alacrità, la laboriosità, i talenti, la preparazione, ma combattuti gli abusi, i privilegi, le rendite di posizione (nell’era della tecnologia nella quale viviamo, anche in tema di accesso a mezzi di comunicazione e ad informazioni sulle persone).
E per di più il destinare una parte delle risorse comuni a chi ha più bisogno o è meno fortunato è giustificato non soltanto da un’esigenza di “solidarietà economica e sociale” – sono le parole della Costituzione -, ma dalla considerazione che i meriti che si rivendicano e si premiano non sono sempre tali ma una conseguenza di doti (intelligenza, salute, gradevolezza, eccetera) ricevute, a seconda delle credenze, da Dio o dalla natura.
Di qui le “architetture simmetriche del sistema” come le chiamava Calamandrei, per cui:
- s’è proclamato il diritto al lavoro, all’assistenza ed alla previdenza e l’indipendenza delle organizzazioni sindacali da quelle politiche;
- i beni sono concepiti in funzione di un loro concorso organico al benessere generale, cioè va favorita la loro utilizzazione legata ad un’attività creatrice di nuove ricchezze, più che la rendita derivante dall’esserne proprietario. In questo quadro sono previsti limiti al diritto individuale di proprietà;
- l’impresa economica è un polo di concentrazione e tutela degli interessi di una comunità di dipendenti, creditori, fornitori, risparmiatori ecc. che han diritto a conoscerne lo stato patrimoniale ed il suo andamento economico.
Non possono essere consentiti, insomma – e vanno eliminati – abusi e deviazioni tesi a frustrare  lo scopo di utilità sociale per il quale il sistema (del libero mercato) è stato prescelto.
Inoltre le regole costituzionali non sono dettate per un società statica ed attuale, ma per una società dinamica e – come sì’è detto – anche per il suo futuro.
L’evoluzione dei bisogni, quella dei mezzi di comunicazione, o delle banche-dati ad esempio ce lo ricordano ad ogni piè sospinto.
Ma l’equilibrio della destinazione delle risorse scelto dalla Costituzione va stabilito – come s’è detto – anche fra le diverse generazioni.
La trama nei secoli del dare e ricevere fra le generazioni è fatta non solo di risorse spirituali (culturali, ideologiche, morali, religiose) ma anche di risorse materiali od economiche.
Nel fluire del tempo può darsi che una generazione consumi – o pregiudichi – risorse per l’avvenire, cioè impoverisca una o più generazioni successive.
Talune personalità in questi ultimi tempi sono intervenute pubblicamente per sostenere la necessità ed opportunità di modificare quelle norme della nostra “Costituzione economica” (così l’han chiamata) per renderla più aperta al mondo esterno.
Ma il nostro lungimirante legislatore costituzionale aveva previsto l’internazionalizzazione della società e dell’economia imponendo a se stesso limitazioni di sovranità nel caso di Trattati internazionali conclusi a condizione di reciprocità (questo con la norma dettata all’art. 11 della Costituzione). Il più importante fra questi Trattati è quello della CEE (oggi Unione europea) fondato proprio sul caposaldo del libero mercato e quindi della libera concorrenza, comune a tutti i paesi aderenti.
In base a questo principio le regole dettate dagli organi legislativi dell’Unione europea e dalla Corte di giustizia con la sua giurisprudenza interpretativa – le parole sono della nostra Corte costituzionale – sono domestiche o interne ad ogni paese membro e, per di più, di rango costituzionale le quali, in caso di divergenza, prevalgono sulle norme interne anche costituzionali a meno che si tratti “di principi fondamentali del nostro sistema costituzionale” o di “diritti inalienabili della persona umana”.
Di qui discende che deviazioni dal sistema economico costituzionale non sono possibili senza il consenso internazionale: ciascuno dei paesi firmatari, con i meccanismi appositamente predisposti, è controllore e controllato, garante e garantito.
Ben vengano quindi nel nostro paese anche a seguito di direttive europee leggi ordinarie che consentano la migliore attuazione del sistema (libera concorrenza con esclusione di monopoli di diritto o di fatto, di abusi di posizioni dominanti, di inganni al consumatore, stabiliscano l’inefficacia di clausole “inique” – così si esprime la legislazione dell’U.E. – per il contraente più debole, obblighi di trasparenza e rapidità di diffusione generale di notizie relative a imprese economiche, divieto di loro sfruttamento privilegiato, riduzione della presenza e di peso dello Stato, presenza o peso consentiti soltanto in imprese economiche in pochi settori vitali o – come si suol dire – strategici, privatizzazioni o sottomissione delle imprese pubbliche ad effettiva concorrenza, eccetera).
Ma appare almeno presuntuoso pretendere di dettare altre regole costituzionali d’avanguardia in materia di rapporti economici, ritenendo quelle europee (che sono anche nostre) inadeguate.
Sempre, ma tanto più su argomenti di così grande importanza, bisognerebbe parlare e scrivere per dire e non per parlare.
E sempre dopo buone meditazioni e buone letture. A proposito delle quali – le buone letture -, oggi dopo oltre un cinquantennio delle morte di Piero Calamandrei, voglio ricordare in conclusione un aneddoto che lo riguarda ed una sua bellissima frase.
Era il 1955; Calamandrei era il leader del collegio di avvocati che difendeva Ferruccio Parri dinanzi il Tribunale civile di Milano. Parri chiedeva la condanna al risarcimento dei danni a Servello che lo aveva accusato sul “Meridiano d’Italia” d’aver avuto salva la vita dai tedeschi perchè, delatore, avrebbe denunciato i suoi compagni.
A me, giovanissimo avvocato alla prima causa così importante, era stato dato incarico di collaborare alle ricerche ed alle difese scritte.
Iniziò l’udienza, Parri presente in aula. Calamandrei si levò a parlare e subito tutt’intorno si fece un religioso silenzio.
Egli esordì proponendosi di trattare la causa esclusivamente da un punto di vista tecnico-giuridico, rifuggendo da polemiche e discussioni politiche.
La chiarezza dell’esposizione fu cristallina; senza sforzo apparente Egli fece risaltare quei fatti utili al ragionamento difensivo; la padronanza della giurisprudenza e dottrina relative agli istituti rilevanti nel processo gli permise un inquadramento logico e lineare e, quindi, un’applicazione al caso trattato che sembrò un semplice esercizio scolastico con il risultato di far apparire ovvia la conclusione e di fissarla come incontestabile nella mente dell’ascoltatore.
Naturalmente, accanto a Lui, non persi una parola od un gesto per assimilare un po’ della Sua arte, che mi apparve un distillato di preparazione, di talento e di passione. M’avvidi così che egli non aveva davanti una scaletta per l’arringa, ma una traccia dettagliatissima del suo svolgimento con richiami puntuali ad autori e libri da citare ed a passi da leggere testualmente; traccia che seguì scrupolosamente.
Quelli erano i giorni in cui gli amici di Servello avevano bruciato a Roma la libreria di “Rinascita”.
Calamandrei terminò l’arringa e fece quasi per sedersi quando lasciò scivolare con il suo bell’accento toscano queste parole di chiusura:
“Chiedo scusa a codesti on.li Giudici del tribunale d’aver preso loro tanto tempo e d’averli annoiati e stancati con citazioni d’autori ed opere e  letture di passi tanto numerosi quanto difficili da ritenere, ma gli è che noi avvocati e uomini di una certa civiltà, di una certa cultura, i libri li leggiamo e non li bruciamo”.
Questi, fra i tanti, gli insegnamenti di Calamandrei sempre vivi.
Quel che di mortale invece era in lui, giace sotto una pietra nel lindo Cimitero di Trespiano.
Franzo Grande Stevens

10 giugno 2010