Home Eventi Eventi 1997 - 2004 Eventi 2008 - 2010 Il sarto in fondo al mare

 

 

Nel giugno del 1940, a seguito della dichiarazione di guerra di Mussolini al Regno Unito
circa 4.500 italiani residenti in varie parti della Gran Bretagna furono internati come
"nemici stranieri".
Centinaia di questi internati italiani morirono quando la nave Arandora Star che li
trasportava verso il Canada venne affondata da un sottomarino tedesco il 2 luglio 1940.
E' una tragedia che rimane a tutt'oggi sconosciuta in Italia.
Questo dramma si ispira ad un personaggio vero, il Segretario Onorario della Lega
Italiana per i Diritti dell'Uomo, Decio Arzani, che fu tra le vittime. Il suo vero nome
non viene usato perchè il suo incontro con il capitano inglese è frutto d'invenzione.

 

 

 


 

 

Inserito il 21 novembre 2010 alle 16:16:00 da redazione-IT. IT - ITALIANI ALL'ESTERO

IL DRAMMA DI CIRCA 450 ITALIANI MORTI NELL’AFFONDAMENTO DELL’ARANDORA STAR, LA PIU’ GRANDE TRAGEDIA NELLA STORIA DELLA NOSTRA EMIGRAZIONE, E’ AL CENTRO DI UN NUOVO SPETTACOLO TEATRALE.
La tragedia dell’Arandora Star nella quale morirono circa 450 italiani è al centro di uno spettacolo teatrale che andrà in scena al Teatro Moriconi di Jesi ai primi di dicembre.
Il sarto in fondo al mare, di Alfio Bernabei, ha per tema l’affondamento della nave inglese che nel 1940 fu colpita da un siluro tedesco mentre si trovava al largo delle coste irlandesi diretta verso il Canada con a bordo circa 1.200 internati, tra cui oltre 700 italiani. E’ la più grave tragedia nella storia della nostra emigrazione, eppure l’episodio rimane quasi del tutto sconosciuto in Italia.
Gli italiani a bordo dell’Arandora Star erano stati arrestati in Inghilterra a seguito della dichiarazione di guerra di Mussolini a Regno Unito e Francia del 10 giugno 1940. Subito dopo l’annuncio il governo inglese ordinò un blitz contro gli italiani, diventati “enemy aliens”(stranieri nemici) nel timore che potessero formare una Quinta Colonna con atti di sabotaggio per facilitare un’invasione del nemico oltremanica.
Fu il Primo Ministro Winston Churchill a ordinare gli arresti in massa con la famosa frase “Collar the lot!”, acchiappateli tutti! Sui 20.000 italiani che risiedevano nel Regno Unito, circa 4.500 furono internati.
Dopodiché, con una decisione controversa e criticata sia dagli Stati Uniti che dalla Croce Rossa, partì la direttiva di trasportarne una parte oltremare.
Il 30 giugno l’Arandora Star salpò dal porto di Liverpool diretta verso il Canada con a bordo, oltre agli italiani, internati e prigionieri di guerra tedeschi, rifugiati ebrei e un folto equipaggio di guardie inglesi per un totale di circa 1600 persone. All’alba del giorno dopo la nave fu colpita da un siluro tedesco mentre si trovava al largo delle coste irlandesi. Tra i circa 750 morti ci furono circa 450 civili italiani. Il numero preciso non si è mai saputo.
Il sarto in fondo al mare, drammatizza la vicenda partendo da un incontro tra il Comandante inglese di un campo di internamento e un sarto italiano che è stato arrestato per sbaglio.
Mentre il Capitano è un personaggio inventato, il sarto è basato su Decio Anzani che era proprietato di una famosa sartoria vicino a Oxford Street coi suoi modelli pubblicati su riviste di moda, inclusa Vogue, e una prestigiosa clientala tra cui, si dice, vi fosse anche una regina. Negli
Anni Trenta Anzani diventò uno tra i più noti antifascisti in Inghilterra, sia come segretario onorario della sezione londinese della Lega Italiana per i Diritti dell’Uomo (LIDU), sia come autore di opuscoli contro il regime che distribuiva con l’aiuto del Labour Party. Tra le sue conoscenze c’erano famosi politici e intellettuali, tra cui Herbert Morrison, futuro ministro, la suffragetta Sylvia Pankhurst, lo scrittore George Orwell e l’anarchica Emma Goldman.
Arrestato per sbaglio nel blitz contro gli italiani insieme ad altri noti antifascisti che risiedevano in Inghilterra, appelli per farlo liberare finirono sul tavolo di Churchill, ma senza esito. L’errore dell’arresto e la sua ingiusta morte nell’affondamento furono citati nel parlamento di Westminster nell’ambito di un’inchiesta sulla tragedia.
Della vicenda dell’Arandora Star e del dramma di Anzani si è occupato da tempo Alfio Bernabei, autore residente a Londra, che ha pubblicato sull’argomento Esuli ed emigrati italiani nel Regno Unito 1920-1940 (Mursia) e girato il documentario televisivo Dangerous Characters per Channel 4. E’ tornato sul tema con Il sarto in fondo al mare, già
finalista, con altro titolo, al Premio Diego Fabbri nel 2007 e pubblicato dal Centro Studi Piero Calamandrei con la prefazione del recentemente scomparso Luigi Squarzina.
Il dramma sarà presentato in prima Mondiale al Teatro Moriconi di Jesi il 4 dicembre in una messa in scena della compagnia Res Humanae, regista Paolo Pirani.

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Per una conoscenza più approfondita della vicenda leggere Conferenza di
Alfio Bernabei all’Università di Forlì su
http://www.stilec.unibo.it/ARANDORA/bernabei.htm

Notizie biografiche sull’autore su Google “Alfio Bernabei”.

 

Foto e documenti esposti nell'atrio del teatro Moriconi
nell'occasione della rappresentazione de
" IL SARTO IN FONDO AL MARE"

 


LE TRAGEDIE DEL PASSATO
INSEGNAMENTI PREZIOSI PER LA CRESCITA
DELLA SOCIETA CIVILE

Le vicende dei 4.500 italiani residenti in varie parti della Gran Bretagna che nel giugno del 1940, a seguito della dichiarazione di guerra di Mussolini al regno unito, furono internati come “nemici stranieri” e poi trasportati in Canada con la nave Arandora Star affondata il 2 luglio del 1940 da un sottomarino tedesco, ha ispirato il copione in tre atti de “Il sarto in fondo al mare” scritto dal giornalista e scrittore residente a Londra, Alfio Bernabei.
Messa in scena – su iniziativa del Centro Studi Calamandrei con il coinvolgimento del Teatro Luce Res Humanae – dal regista Paolo Pirani, ha raccolto – anche per l’eccellente interpretazione di Mugia Bellagamba, Dante Ricci e Nico Alberici – larghi consensi dal pubblico che affollava con un “tutto esaurito” il teatro studio V.Moriconi nella fredda serata del 4 dicembre.
Quanti. E così giovani. E perché? Se solo non avessimo permesso al fascismo di crescere, se solo l’avessimo fermato prima di trovarcelo davanti come il mostro che oggi cerca di travolgerci. La domanda è, caro capitano: perché i padri non hanno cercato di fermarlo quando potevano farlo invece di preparare la fossa per la sepoltura dei loro figli? Stephen capiva e riteneva imperativo sconfiggere il fascismo in Spagna, per dare un esempio. Solo persone con degli ideali così forti sono capaci di cimentarsi con battaglie di questo genere…Sono pronti a sacrificare le loro vite per degli ideali…Gli altri raccolgono i benefici, senza rischiare nulla…

Ne parliamo con l’autore….

> Quando ha scritto il testo?
Ho cominciato ad occuparmi del tema della pièce, messa in scena sabato sera, una quindicina di anni fa. E’ una vicenda incentrata attorno ad un episodio storico del 1940, ma è anche di grande attualità perché al centro abbiamo la questione dell’internamento di prigionieri politici che appartiene anche al giorno d’oggi, come Guantanamo.”

> Un modo suo per riportare, fissare l’attenzione su ciò che sta continuando ad accadere nonostante il progresso economico, culturale e tecnologico?
“ Precisamente. Le guerre continuano e purtroppo continueranno… Nel contesto delle guerre emerge sempre la questione di cosa fare di certe “categorie” di persone che noi identifichiamo come potenzialmente pericolose. E c’è la tendenza di fare di tutta un’erba un fascio. Questa vicenda tende a suggerire che dobbiamo continuare a prestare attenzione ai diritti umani di tutti gli individui, nonostante le circostanze più spaventose. Dobbiamo operare una cernita, cercare di capire, vedere nell’individuo stesso che cosa lo ha portato a fare una cosa o un’altra; rimanere vigili, mantenere alti i valori umani, perché ci sono sempre vicende personali, umane da rispettare, anche nei contesti più pericolosi.”

> Mentre lei parla, nella mia mente, alle immagini delle deportazioni si sovrappongono quelle dei respingimenti…
“Negli ultimi anni c’è una questione aperta sulla deportazione di prigionieri per esempio che partono magari dall’Afghanistan, poi passano dal Marocco e vanno a finire a Cuba… Questo sistema di internare, di deportare, di far girare tali persone – come avviene poi nella vicenda stessa del sarto – questi movimenti esistono, ci sono tutt’ora e ci allertano costantemente.”

> Lei si rivolge al passato, ma la contemporaneità di oggi e quella appena di ieri del secolo “breve” – lanciato nella corsa inarrestabile della rivoluzione tecnologica – ha registrato tantissimi altri conflitti e situazioni di deportazione, forse anche più gravi di quelle raccontate nella pièce…Sono passati quasi inosservati L’Umanità non è riuscita fermarli nella mente…
“ Mi fai pensare innanzitutto che c’è un nuovo tipo di tecnologia nei riguardi delle guerre: un fenomeno completamente nuovo nella storia umana, cioè il distanziamento che può esserci tra chi attacca e l’attaccato in seno ad un conflitto. Prendiamo in esempio il caso degli episodi contemporanei in Afghanistan, oppure i quelli recenti in Iraq o nella Corea del Nord. La tecnologia moderna militare sembra che permetta delle guerre a distanza. Si sta perdendo il contatto quasi fisico tra chi combatte. Certi interventi militari sono partiti da centri che non erano neppure in quel territorio dove basta visualizzare la situazione con la tecnologia moderna, premere un bottone e uccidere delle persone a migliaia di chilometri di distanza. Non c’è più l’impatto che abbiamo sentito e sperimentato per migliaia di anni nel combattimento. E’ una sensazione nuova ed è molto pericolosa: tutti i giorni vediamo degli episodi di guerra sui nostri schermi eppure si è creato, a livello di spettatore ordinario, un tipo di distanziamento tra quello che avviene e quello che osserviamo a distanza. L’effetto delle guerre di oggi ci viene negato. Non vediamo le vittime, raramente vediamo le amputazioni, non vediamo gli effetti che hanno le nostra azioni nei tempi di guerra.”

> Molte “vittime viventi” di quelle guerre arrivano in Italia su carrette sgangherate, o nascoste in stive, in container rischiando la morte come è accaduto per il giovane sedicenne deceduto qualche giorno fa nel porto d’Ancona, in quella che chiamano la “Lampedusa silente”… Sono i nuovi “deportati: lo diventano appena toccano terra, con i respingimenti…
“ Di Ancona non sapevo niente mentre so tutto di veline o di altre notizie che puoi benissimo immaginare. Dico questo per sottolineare il degrado che c’è nell’informazione che in Italia è diventata semplicemente gossip. Non è più  possibile per una persona intelligente orizzontarsi, fare dei piani culturali o anche politici perché c’è una specie di paravento davanti quotidiano che impedisce di avanzare. Molte sono le cose che non si dicono, che non vengono trattate nei giornali; in più c’è la questione dell’assuefazione al non sapere , al non essere informati, a rimanere sul piano del gossip. Questo è parte del periodo che l’Italia sta attraversando ed è profondamente preoccupante. Tuttavia, mentre da una parte c’è questa specie di noncuranza nell’informare in maniera adeguata e interessante il lettore, la popolazione, dall’altra c’è una rete di persone che non si arrende davanti a questo sistema e cerca di liberarsene e produrre qualche tipo di reazione positiva, di miglioramento; c’è una realtà di impegno tra i giovani che mantengono vigilanza e mantengono alti i valori etici e morali”.

> Parlava prima di un suo nuovo lavoro…
Sto scrivendo un romanzo incentrato nel 1922, un anno importantissimo perché trovo che quell’anno abbia delle importanti lezioni da darci non solo per i vent’anni che sono seguiti poi del fascismo, ma anche per il postfascismo.Purtroppo, per il modo in cui è finita la seconda guerra mondiale, non c’è stato mai in Italia il tipo di riesame che per esempio i tedeschi hanno fatto sulla loro cultura e sulla loro storia. Ed è per questo che ai vent’anni di fascismo sono seguiti i quarantacinque di monopartitismo: per un periodo lunghissimo in Italia non c’è mai stata l’alternativa di governo. In tanti altri Paesi, invece,  l’opposizione ad intervalli entra in governo per cui c’è un apprendimento su come governare sia da parte dell’opposizione sia da parte del governo in carica.
> Personalmente ho avuto l’impressione di un allontanamento volontario dal ricordo degli anni spiacevoli, quasi a volersene scrollare da dosso la memoria… Ultimamente sembra ci sia stato uno sforzo rivolto al suo recupero…
“ Fino ad un certo punto… In realtà c’è stata un’ulteriore perdita di Memoria, rimpiazzata da un tentativo, ancora in atto e precedente al ’94, di revisionismo storico di tipo neofascista. C’è stata in pratica la riammissione, a livello di governo, di neo fascisti e di partiti velati di razzismo e secessionisti… E’ avvenuto qualcosa che ha deteriorato non solo la memoria storica ma anche la coscienza civile degli italiani”.
> Penso  sia potuto accadere perché chi condivide tutto questo porta dentro di se, inconsapevolmente forse, una “forma mentis” che è propria, si origina nel 1922, e si riflette nel ritorno nostalgico – attraverso “riforme” – a modelli propri di quel periodo…
Sono riemerse persone di quel periodo… C’è stato un errore nella specie di amnistia che è avvenuta nel dopoguerra. L’Italia doveva fare un’analisi delle sue responsabilità di fronte alla seconda guerra mondiale e a cinquanta milioni di morti. Stiamo parlando di un laboratorio che non è nato in Germania, è nato in Italia, dal ’18 in poi. E’ il Fascismo l’insegnante del Nazismo tedesco. E nonostante la Costituzione impedisca la formazione del partito fascista, vediamo che il partito fascista si riforma quasi subito e che i valori post fascisti vengono assorbiti dal partito dominante e che all’epoca era la Democrazia Cristiana, in parte in buona fede e in parte pilotata da interessi esteri. Il 1994 registra infine il riavvicinamento molto preciso ad un passato storico che disturba e che viene continuamente riproposto tanto che ci sono delle equiparazioni che vengono fatte oggi tra antifascisti, nazifascisti e i cosiddetti ragazzi di Salò. Nel luglio di quest’anno è stata emanata una sentenza della Corte di Cassazione, quasi completamente ignorata dagli italiani, nei riguardi di un caso che risale a dieci anni fa di un antifascista veneto che aveva usato il termine nazifascisti verso i partiti ed i partitini che si rifanno al Fascismo. La Corte di Cassazione ha deliberato che è storicamente giusto affermare che uno che oggi si dichiara fascista non è semplicemente fascista ma è nazifascista perché dopo il ’43 il fascista italiano ha accettato il Nazismo nel suo Fascismo”.
> Torniamo alla pièce… il testo originario non era nato per il teatro per cui ha subito degli aggiustamenti…
La versione originaria è basata interamente sulla documentazione da me raccolta negli archivi. Chiaramente, una volta che si trasporta una vicenda sul palcoscenico, subentrano delle necessità di natura drammatica: devi cioè intrattenere, informare, divertire un pubblico…
> E far passare i messaggi attraverso il solo uso della parola, della voce.. Attraverso questi artigiani della parola  che hanno il delicato compito di comunicare creando anche immagini…
“ Devono comunicare delle immagini e trasmettere al pubblico l’intensità della situazione. Si tratta non solo di dare delle informazioni ma impegnare l’attenzione a livello emotivo, quasi spirituale direi”.
> Com’è cominciata la sua avventura di scrittore? Perché e stato affascinato dalla storia?
“ Ho iniziato come giornalista pela BBC. Poi ho fondato una piccola compagnia di teatro a Londra che è durata una quindicina di anni. Ho fatto della televisione come autore e come regista, ho scritto dei libri… Si tratta quasi sempre di temi storici perché penso che il progresso umano dipenda dalla nostra conoscenza della Storia. Mi rivolgo spesso ai giovani per trasmettere questo interesse per la Storia perché ritengo la Memoria storica fondamentale al miglioramento della società”.
> Secondo lei, si nasce con dentro la passione per la Storia, con le doti proprie dello storico? O pensa possa essere da tutti avvicinarsi alla Storia, trattare di Storia?
Io trovo che la maggioranza delle persone, lasciando da parte i grandi episodi della Storia, abbia un interesse verso il passato. Un interesse genealogico, per esempio Il voler sapere da dove veniamo, perché ci comportiamo in una certa maniera o pensiamo in un certo modo. Ci chiediamo spesso chi siamo veramente.. Siamo in parte il Passato. E lo ricerchiamo”.
> Inconsapevolmente però…
Anche inconsapevolmente… Conosco tanti che vogliono fare delle ricerche sui loro parenti. A me sembra che sia quasi parte della natura umana occuparsi ed interessarsi al passato, a volte anche ristretto alla propria famiglia. Naturalmente questo poi si espande ed interessa un gran numero di persone su vicende che riguardano un po’ tutti: le guerre, per esempio. O i grandi passaggi della nostra Storia: oggi si parla ad esempio dell’Unità d’Italia. Ci rivolgiamo indietro di centocinquant ’anni. Alcuni riescono poi a farlo in maniera più approfondita, per una passione loro. E penso di rientrare tra quest’ultimi…
> E’ la formalizzazione che allontana allora dallo studio della Storia? Non sempre si riesce ad avvicinare i giovani alla Storia: dov’è la debolezza?
Nell’insegnamento. Un buon insegnante riesce a rendere interessante qualsiasi argomento, trova la chiave giusta per accendere, coinvolgere gli studenti. Ci sono alcune opere in scena a Londra in questo momento che hanno degli insegnanti come protagonisti principali”.
> E le istituzioni, che ruolo hanno secondo lei? Servono le celebrazioni o non si risolve lì il problema di mantenere viva la Memoria storica? Cos’è importante per tenere vivo il ricordo?
Lo stimolo. Se uno va a questo tipo di manifestazioni perché viene portato e non viene spiegata la circostanza per cui uno si muove o perché la stessa manifestazione avviene, la sua partecipazione diventa passiva e ciò può anche allontanare… C’è una chiave di lettura di questi episodi che può essere stimolante. Importante è cercare di capire soprattutto la lunghezza d’onda del nostro ascoltatore”.
> Come si racconta la Storia, secondo lei?
Gli attori sono bravissimi in questo. E non è per caso che i migliori insegnanti sono di solito anche un po’ dei bravi attori. Perché bisogna anche interpretare… Come dicevi prima, si possono formalizzare certe cose e renderle impenetrabili. Ci vuole sempre uno stimolo, bisogna saper trovare la chiave, aggiustandola alle persone che uno ha davanti. E cercare di istigare curiosità che è non solo descrivere delle situazione, ma porre quesiti e provocare dubbi che introducono punti interrogativi da risolvere”.
> Perché ha lasciato l’Italia?
“ Paliamo di quarantacinque anni fa. Era un periodo di esplorazioni, un periodo in cui era relativamente facile spostarsi da un Paese all’altro; c’era un clima stimolante, di voglia di sapere, di informarsi, di imparare lingue, di vivere culture diverse. Stiamo parlando della fine degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta… Io ho partecipato a questo tipo di sperimentazione e mi sono fermato all’estero perché ho studiato in una Università inglese. Ho vissuto anche in Francia, ho studiato pure in Germania e trovo che abbiamo una sola vita da vivere e che il miglior modo di arricchirla sia quello di sperimentare altre culture”.
> Lei viaggia spesso?
Viaggio spesso. Ogni volta che posso viaggio attraverso il mondo. Le mie mete sono state l’America Latina, l’America del Nord. I Paesi Asiatici, l’Africa. Quando raggiungerò la fine della mia vita, guardandomi indietro, troverò che i viaggi sono stati probabilmente l’aspetto più stimolante della mia esistenza”.
> Annota tutto?
Scrivo. Ci sono molte esperienze che incidono in modo particolare, che io trasmetto su testo e che potenzialmente hanno uno stimolo per incentivare ulteriori ricerche e scoperte”.
> Come concludiamo questa chiacchierata?
Dicendo che sono molto contento perché trovo che questo sia ancora uno di quei posti dove si possono discutere queste cose. Quello del “Sarto” è uno spettacolo che può avvenire solo qui. Non è uno spettacolo commerciale ma informa ed intrattiene, è un tipo di cui si è persa la traccia nel teatro contemporaneo italiano. Qui c’è un teatro particolare e c’è un pubblico che ancora può partecipare… E soprattutto c’è chi ha portato questo tipo di spettacolo, chi la voluto qui. Un’iniziativa del centro studi Piero Calamandrei con l’interessamento del Teatro Luce Res Humanae. Si è creato un legame che mi pare molto produttivo per cui io vedo questo luogo come un’oasi di speranza nel deserto. E’ la seconda volta che vengo a Jesi e spero in una terza perché Jesi mi è piciuta molto: la trovo bella, piena di storia e di speranza”.

Paola Cocola
(da “La voce della Vallesina – cultura e società” del 12 e 19 dicembre 2010)