Home Eventi Teatro & Cinema Teatroluce - il sarto in fondo

 



Il Centro Studi P.Calamandrei

presenta
Teatro Luce - Res Humanae
in
IL SARTO IN FONDO AL MARE
di Alfio Bernabei

con Mugia Bellagamba, Dante Ricci, Nicola Alberici
regia di Paolo Pirani

 


 

 

 

Click to download in FLV format (30.28MB)

 

 

DAL 1940 ALL’ETERNITA

di Luigi Squarzina

….La vicenda, quasi del tutto inventata (non del tutto, ahinoi, come avverte la didascalia posta in epigrafe) si fonda sulla realtà di un paradosso storico e politico.
Prudenti fino all’ossessione, coerenti fino alla crudeltà con punte di autolesionismo, gli inglesi considerarono gli italiani residenti presso di loro e acclimatatasi pacificamente alla stregua di nemici, in quanto appartenenti a un paese ( non solo a un regime) che in quel 1940 aveva dichiarato guerra al Regno Unito – senza fare fra essi discrimine alcuno, fossero indifferenti, fascisti o antifascisti, questi ultimi anche se espliciti e fattivi: li isolarono e li obbligarono a convivere nei campi di internamento.
E poiché non si dà dramma moderno senza paradosso, Bernabei scopre le sue carte via via e mostra come qualunque passato non possa non incidere sul presente fino a modificarne la percezione dapprima nelle manifestazioni esteriori e poi nella intimità segreta e inconfessabile.
Schivando l’ormai abusato tema della sindrome di Stoccolma fra vittima e carnefice, i due protagonisti/antagonisti si manifestano ben presto molto diversi da quelli che erano apparsi al levar del sipario in medias res… e si scambiano continuamente i ruoli, il potere diventa sottomissione e viceversa, l’inquisito si fa inquisitore, svolte e tourniquets da capogiro che ci mettono di fronte alla complessità della natura umana: il che è stato ed è, da Eschilo a Beckett, dal mitico al naturalistico, dall’epico all’assurdo, quello che Amleto ha definito “lo scopo del teatro”.
Intuizioni come “la mente della storia” con gli sviluppi che ne derivano, fino a quanto ci è noto dell’ecatombe nell’Atlantico – una vicenda che una volta conosciuta è davvero difficile dimenticare – assicurano ai tre brevi atti con due personaggi, più l’abbozzo di un fanatico, un vestito, un manichino e una canzone spagnola, un posto di rilievo nello scaffale poco affollato dei buoni copioni contemporanei.

 

 

 

 


 

 

Paolo Pirani
IN FONDO…ALLA STORIA

Dalla fine. “L’ufficio del Capitano. Il capitano entra. Corre a versarsi un bicchiere di whiskey. S’accorge che c’è qualcosa che non va… Vanni… tasta con le mani la stoffa dei pantaloni… del vestito di Stephen. Il Capitano estrae la pistola.. La punta contro Vanni che alza le mani per arrendersi…” (dall’ultima scena).


E poi? Com’è finita la storia? Del capitano Foster, di Vanni Vanucci, del sarto italiano Mursi? A questo finale aperto, o che tale immagino, potrebbero seguire altre scene, altri accadimenti. Per difendere la conclusione della messa in scena, per non concluderla mai, o per concluderla in mille modi differenti. Del resto non è questa una delle leggi del teatro: quella di un eterno ritorno: di storie, di personaggi, di sentimenti?

Sarà salito anche il capitano sulla nave che in realtà fu effettivamente affondata, trascinando per sempre in fondo al mare il suo dolente carico umano?
E Vanni, baldanzoso giovane in camicia nera, re del turpiloquio, avrà patito anch’egli l’identico destino del sarto o sarà rientrato in Italia al fianco del suo mitizzato Duce?
Tra le infinite suggestioni/provocazioni dell’ottimo testo ne ho scelta una, pensando di sostituire un personaggio, o meglio di farlo rivivere per bocca di una donna, avvezza a manovrare ago e filo ma non necessariamente una sarta, probabilmente l’unica sopravvissuta all’affondamento dell’Arandora Star. Colei che conobbe il sarto e che ora ne parla al mondo come si parla di un emblema, della storia stessa; per rendere testimonianza.
Come a dire che il sarto, al di là di sterili ideologie e mitizzazioni, rappresenta un ideale, un insieme di sentimenti che superano il contingente per consegnarsi all’immortalità.
Il sarto viene riferito da una voce e da un’ azione, attraverso il lavoro dell’attore che mai come in questo caso è chiamato a entrare nel personaggio per restituirne la parte più intima, spirituale, quella immateriale; quasi che il corpo diventasse una diafana presenza. Immane, secolare confronto tra il bene e il male, l’incontro-scontro a tre, tra il sarto, il Capitano e Vanni sembra una partita a scacchi in bianco e nero.
Verrebbe da chiedersi chi sia, se c’è, il manovratore, più o meno occulto, che in questo come in casi similari, determini (seppure) i destini dei singoli e del mondo.
In fondo ciò che resta è semplicemente la speranza di una fine giusta, del trionfo del bene sul male, anche dopo il reiterato tributo di sangue che la storia talvolta nasconde e sottace.
Speranza esile ma convinta, affidata ancora una volta a una donna:apparentemente dimessa, straziata forse ma non vinta, arsa anzi di coraggio e passione.
Un po’ come per l’italiana dell’altro Processo a Mussolini di Michael Foot, come il ritorno di un eco lontana o il rinforzo di un concetto diversamente espresso ma sempre molto chiaro e potente. Come la luce purissima di un impegno quotidiano che, misconosciuto ma tenace, squarcia prima o poi il buio appiccicoso della ragione ottenebrata.

 


 

 

dal Presidente Emerito Carlo Azeglio Ciampi
Roma, 2 novembre 2010

Caro Berti,
ricevo il cortese invito alla rappresentazione , in prima assoluta, de
Il sarto
in fondo al mare, il lavoro che Alfio Bernabei ha dedicato a un episodio
drammatico e pressoché sconosciuto della seconda guerra mondiale.
Mi rincresce molto di non potervi assistere, come sarebbe stato mio vivo
desiderio. D'altra parte, l'età ancora una volta mi consiglia di "rivedere la
mia scala di preferenze". Il rammarico per la rinuncia trova compenso nel
sentimento di soddisfazione per questa ulteriore iniziativa del Centro
Calamandrei.
Come le precedenti, essa si inscrive in un progetto culturale di respiro ampio;
un progetto - e del resto tutta l'attività del Centro - che trae ispirazione da
forti motivazioni civili ed etiche. E non potrebbe essere diversamente data
l'impegnativa scelta di richiamarsi ai valori e agli ideali di Piero Calamandrei.
Seppure da lontano, seguo con attenzione e con intensa partecipazione
ogni vostra manifestazione, ogni iniziativa. Per esse auspico fervidamente
la più ampia presenza di cittadini; in particolare, il più ampio coinvolgimento
dei giovani. Questi ultimi, come ben sa, caro Berti, occupano un posto
speciale nei miei pensieri, nelle mie preoccupazioni, nelle mie speranze.
Quale presidente onorario, desidero rinnovarLe l'espressione del mio
apprezzamento per l'impegno e la passione con i quali il Centro Calamandrei
è presente nella vita culturale della comunità jesina.
Colgo con piacere l'occasione per inviarLe molti cordiali saluti

Carlo Azeglio Ciampi

 


 

 

La storia dell'Arandora Star diventerà un dramma teatrale

L'affondamento dell'Arandora Star nel 1940, uno delle più controverse e contemporaneamente sconosciute tragedie che colpiscono l'Italia durante la Seconda guerra mondiale sarà al centro di uno spettacolo teatrale. Il dramma consentirà di diffondere la memoria di questo disastro.
Nel giugno del 1940, in seguito alla dichiarazione di guerra dell'Italia alla Gran Bretagna, circa 450 italiani residenti in varie parti delle isole britanniche furono internati come "nemici stranieri". Secondo le consuetudini del tempo, quando si entrava in stato di guerra con un'altra nazione, si provvedeva a rinchiudere sotto sorveglianza i cittadini dello Stato nemico. Ma gli inglesi stabilirono di deportare i cittadini di origine italiana e tedesca in campi di concentramento oltreoceano, privandoli delle proprietà e non applicando molte delle garanzie previste dalle leggi internazionali. Una delle navi che trasportava questi internati - assieme ad alcuni prigionieri di guerra e perfino un gruppo di rifugiati ebrei italiani - la Arandora Star venne silurata a largo delle coste irlandesi da un sommergibile tedesco, l'U47 il 2 luglio 1940 col suo carico di deportati. Furono 446 gli italiani che morirono nella catastrofe, assieme ad altri 400 tedeschi, austriaci e membri dell'equipaggio.
Una tragedia italiana oscurata e pressochè dimenticata in Italia per 70 anni. Al contrario la comunità italiana in Gran Bretagna la ricorda ogni anno. Non a caso l'autore dell'opera teatrale "Il sarto in fondo al mare" è Alfio Bernabei, da decenni emigrato in Inghilterra, regista, scrittore e storico impegnato in ricerche sulla strage dell'Arandora (suo, tra l'altro, il libro "Esuli ed emigranti italiani nel Regno Unito - 1920/1940 edito in Italia da Mursio). Per Alfio Bernabei, l'affondamento dell'Arandora " è una tragedia mai dimenticata. O troppo dimenticata. In ogni caso la più grave mai avvenuta nella storia dell'emigrazione italiana all'estero". Al centro del dramma è un personaggio realmente esistito che fu fra le vittime, Decio Anzani, un sarto romagnolo che viveva a Londra ed era da anni uno dei protagonosti dell'opposizione al Duce quale segretario della Lega Italiana per i Diritti dell'uomo.
La Arandora Star era stracolma di internati, carica fino al doppio del massimo consentito. Le scialuppe erano un numero inferiore al previsto e tenute dietro filo spinato. Inoltre il mercantile era stato dipinto di grigio-marina e non mostrava alcun contrassegno di riconoscimento per comunicare d'essere un trasporto di civili inermi e non un bersaglio militare. L'equipaggio infine non aveva avuto alcuna istruzione, tanto che le operazioni di salvataggio dei superstiti furono condotte col determinante intervento di un prigioniero tedesco, il comandante Otto Burfeind della nave "Adolph Woermann", che alla fine risultò fra i dispersi. Agli internati superstiti non furono riconosciuti i diritti previsti dalle leggi internazionali e nonostante la tragedia molti di loro furono deportati nelle colonie britanniche dell'Oceania. I famigliari non hanno mai ricevute scuse ufficiali, nè un risarcimento.
(inserito in www,storiainrete.com il 29 novembre 2010)

 

 


 

 

http://italiadallestero.info/archives/10483


 

 

 


foto di Adriana Argalia

 


 

 

Mi hanno sempre detto fin da piccino che non si guarda dal buco della serratura, è sconveniente, poco raffinato. Ho rispettato quel precetto per quasi mezzo secolo, fino a venerdì scorso, quando,, senza rendermene conto, in maniera del tutto casuale, addirittura inevitabile, ho assistito ad una prima teatrale, anzi ad un’antreprima riservata (come si usa dire nel settore, quando si invitano giornalisti e direttori di teatro), dedicata praticamente ad un solo spettatore, me.
Uno spettatore dalla presenza impalpabile ma decisa, discreta e pervasiva insieme, che sta lì da sempre, o meglio da quando hanno trasformato un vecchio capannone in palcoscenico attrezzato. Ho trovato quello spazio molto confortevole, intrigante, e vi ho preso dimora, occhieggiando dal fondo della scena. Credo che mi ci fermerò per un pezzo o forse no:perché sono un’anima vagante, inquieta e appassionata: io sono l’anima del teatro.
Proprio l’altra sera ho inteso il regista raccontare ai suoi attori e tecnici la trama de “Il sarto in fondo al mare”.
E’ partito curiosamente dalla fine, dalla didascalia che recita così: ”L’ufficio del capitano. Il capitano entra, corre a versarsi un bicchiere di whiskey. S’accorge che c’è qualcosa che non va…Vanni… tasta con le mani la stoffa dei pantaloni…del vestito di Stephen. Il capitano estrae la pistola…la punta contro Vanni che alza le mani per arrendersi…”.
L’ho sorpreso interrogarsi e interrogare: “E poi? Com’è finita la storia?, del capitano Foster, di Vanni Vanucci, del sarto italiano Mursi?”. Sono rimasta perplessa anch’io. Allora mi sono avvicinata a Dante, Murgia e Nico, e lui ha proseguito, come a voler rendere partecipe il gruppo, ancor più consapevole, di una precisa scelta di campo, anzi di palco.
“A questo finale aperto, o che tale immagino, potrebbero seguire altre scene, altri accadimenti. Per differire la conclusione della messa in scena, per non concluderla mai, o per concluderla in mille modi differenti. Del resto, non è questa una delle leggi del teatro: quella di un eterno ritorno: di storie, di personaggi, di sentimenti?
Sarà salito anche il capitano Foster sulla nave che nella realtà fu affondata, trascinando per sempre in fondo al mare il suo dolente carico umano?
E vanni, baldanzoso giovane in camicia nera, re del turpiloquio, avrà patito anch’egli l’identico destino del sarto o sarà rientrato in Italia al fianco del suo conducator ?
Tra le infinite suggestioni che il testo propone ne ho scelta una, pensando di sostituire un personaggio, o meglio di farlo rivivere per bocca di una donna, avvezza a manovrare ago e filo ma non necessariamente una sarta, probabilmente l’ unica sopravvissuta all’affondamento della Arandora Star. Colei che conobbe il sarto e che ora ne parla al mondo come si parla di un emblema, della storia stessa; per rendere testimonianza.
Come dire che il sarto, al di là di sterili ideologie e mitizzazioni, rappresenta un ideale, un insieme di sentimenti che superano il contingente per consegnarsi all’immortalità”.
Una donna che porta in scena il sarto è quasi una provocazione, pur se conosco la sua predilezione (del regista, dico) per l’eterno femminino, come cantava Goethe nel Faust ad indicare le caratteristiche eterne, immutabili e stordenti del fascino femminile, della femminilità.
Questa scelta mi invoglia a seguire la prova che tra qualche istante inizierà, ma lui parla ancora, ha voglia di approfondire quel concetto con i suoi che ascoltano e appaiono condividere.
“E’ come il sarto venisse riferito da una voce e da un’azione, attraverso il lavoro dell’attore che mai come in questo caso è chiamato ad entrare nel personaggio per restituirne la parte più intima, spirituale, quella immateriale; quasi che il corpo diventasse una diafana presenza. Immane, secolare confronto tra il bene e il male, l’incontro – scontro a tre, tra il sarto, il capitano e Vanni sembra una partita a scacchi in bianco e nero.
Verrebbe da chiedersi chi sia, se c’è, il manovratore, più o meno occulto, che in questo come in casi similari, determini (seppure) i destini dei singoli e del mondo. In fondo, ciò che resta è semplicemente la speranza di una fine giusta, del trionfo del bene sul male, anche dopo il reiterato tributo di sangue che la storia talvolta nasconde o sottace”.
Adesso è proprio ora della generale: mi siedo in disparte o aleggio tra catinelle e fari?; devo decidere il punto migliore, ma problemi non ne vedo perché la scena è scarna, come l’alloggio di internati in un campo di lavoro dell’ultima guerra: due brande, qualche sedia sgangherata, poveri abiti da rammendare; su tutto un vecchio mezzo manichino ad incombere e ammonire, mai terrorizzante… La luce è polverosa, sarà l’effetto dei frost che un po’ appiattisce ma drammatizza ambiente e personaggi, in questo teatro di parola, pieno ma non ingombro di parole, in cui anzi la parola vibra, eccita, rampogna, sottace, esplica e sfida la partecipazione del pubblico, a cui s’avvinghia in un abbraccio senza fine.
La parola sostiene e informa, ricorda e denuncia, e diventa il vero protagonista della messa in scena: bene prezioso e raro oggetto da collezione nella cosiddetta odierna civiltà dell’immagine. Ma la parola è anche immagine quando si fa sentimento, intesa, interiorità.
La prova fila via veloce, buono il ritmo dell’eloquio, affiatati gli attori, raffinato l’impianto della scrittura scenica, ma anche aggressivo e talvolta sfrontato, surrogato del resto dallo scritto dell’Autore, recensito con parole d’encomio dal grande Luigi Squarzina.
L’appuntamento è per il 4 dicembre. Io arriverò un po’ prima, anche se il luogo non m’è certamente sconosciuto: seguirò la prima, e l’emozione sarà grande, come sempre quando la luce di sala scende, il sipario si apre e lo spettacolo dispiega le sue vele, sospinte dal garrulo soffio della creazione verso i lidi inesplorati di una nuova avventura.

L’Anima del Teatro
(da “La Voce della Vallesina” del 5 dicembre 2010)

 


 

DOMANI A JESI IL TESTO SULL’ARANDORA STAR CHE FU AFFONDATA.
PARLA L’AUTORE ALFIO BERNABEI
“IL MIO SARTO RACCONTA UNA TRAGEDIA DIMENTICATA”

Jesi - ” Il sarto in fondo al mare”, spettacolo di Alfio Bernabei, andrà in scena in prima assoluta al Teatro Moriconi di Jesi domani (ore 21) grazie al Centro Studi Calamandrei che l’ha prodotto a al Teatro Luce-Res Humanae che lo mette in scena, regia di Paolo Pirani.
> Alfio Bernabei, lei è un italiano a Londra come i protagonisti del suo testo teatrale, però ha scelto Jesi come primo palcoscenico, perché?
“ A vederla dall’estero l’Italia di oggi dà l’impressione di un desero culturale con delle piccole oasi. Per me quella di Jesi rappresenta quest’oasi di resistenza. E’ per questo che in anticipo sulla messa in scena a Londra nel 2011 la prima mondiale avverrà a Jesi”.
> Perché la tragedia dell’Arandora Star è così sconosciuta oggi?
“ Non se ne parlò all’epoca per via della censura. Dopo di che divenne imbarazzante dover ammettere che quasi 500 italiani erano stati uccisi da un siluro lanciato dagli ex alleati di guerra tedeschi”.
> La vicenda è più nota agli italiani che si trovavano in Inghilterra?
“ Assolutamente si. Anche il Daily Telegraph ha citato l’esempio di come molti italiani si ritrovano ogni anno in Inghilterra a commemorare le vittime dell’affondamento mentre in Italia non se ne sa quasi nulla “.
> Perché raccontarla oggi?
“ Abbiamo guerre in giro. Il comportamento verso prigionieri di guerra o internati, che si tratti di Guantanamo o Abu Graib, rimane argomento attuale, rilevante. Senza fare di tutta un’erba un fascio perché bisogna distinguere tra individuo ed individuo. I diritti umani vanno protetti o si torna alle barbarie “.
> Cosa l’ha spinto a farlo?
“ Un interesse per la giustizia. Per la memoria storica. Non è per caso che attualmente scrivo per la rivista antifascista Searchlight International “.
> Se dovesse spiegare ai giovani chi era Decio Anzani? E invitarli a teatro?
“ Comincerei con il dire che prima delle grande firme della moda che tutti conosciamo c’erano tanti sarti italiani nel mondo che creavano l’humus per l’apprezzamento di una futura industria e che è bello e positivo rivolgersi all’emigrazione in chiave di progresso. Poi direi che Anzani stesso diventa modello di vita. E’ l’individuo che oltre al suo ordinario lavoro si occupa di tenere alti i valori umani contro l’autoritarismo guerrafondaio. Diventa acerrimo nemico di mussolini che nella realtà era suo coetaneo e quasi ex vicino di casa “.
> Il testo racconta anche un rapporto più intimo tra il sarto e il capitano inglese, è una chiave di lettura?
“ I sarti ci misurano. Cui toccano le parti intime. Intuiscono i nostri desideri più segreti. Prima di Freud c’erano i sarti. Sul rapporto tra questi due personaggi col loro diverso passato, ora portato a galla da una tragedia politica, ha detto bene Luigi Squarzina nella sua introduzione al testo quando ha scritto di come qualunque passato incide sul presente fino a modificarne la percezione, dapprima nelle manifestazioni esteriori poi nell’intimità segreta ed inconfessabile “.

Sara Ferreri
(dal “Resto del Carlino” del 3 dicembre 2010)

 


 

Tema di quest’opera che vede la regia di Paolo Pirani
è l’affondamento della nave inglese Arandora Star
“IL SARTO IN FONDO AL MARE”
la prima al Moriconi di Jesi

“Il sarto in fondo al mare” è una storia vera, anche se forse non completamente. E’ la presentazione di un paradosso che la seconda guerra mondiale rese vivo e praticabile. E’ come tutte le vicende che lambiscono i territori “belligeranti”, assume una simbologia mitica, dai contorni che rivelano la crudeltà del cannone quando spara un colpo. Qualunque sia l’elmetto sopra al quale vola. Nella piéce di Alfio Bassotti, autore che vive a Londra da oltre quarant’anni, prima corrispondente dell’Unità e poi come saggista, storico e ricercatore, c’è l’assurdità e l’incongruenza che assumono le irrazionali ed atroci fisionomie di chi viene giudicato “nemico”. Non importa, poi, se da anni risiede nel Paese, quale che sia l’idea politica
Lo spunto de “Il sarto in fondo al mare” parte dalla dichiarazione di guerra di Mussolini all’Ingh8ilterra, nel 1940. Allora oltre 45.000 italiani risiedevano nel Regno Unito ed erano perfettamente integrati in quel tessuto sociale e lavorativo. La dichiarazione di guerra gli cambia lo status, tanto che diventano nemici “in casa” e debbono, per questo, essere internati in campi di lavoro.
E chi fece caso, per esempio, se fossero fascisti o meno? Se fossero indifferenti o coinvolti? Niente, obbligo per tutti di vivere nei campi di internamento, isolati, nel timore che potessero formare una Quinta colonna con atti di sabotaggio per facilitare un’invasione del nemico oltremanica.
Questo lavoro, che viene presentato in prima mondiale assoluta dal Centro Studi Calamandrei e dal Teatro Luce-Res Humanae a Jesi sabato al Teatro Valeria Moriconi, ha per tema l’affondamento della nave inglese Arandora Star, al largo delle coste irlandesi. La nave viene colpita da un siluro tedesco e la vicenda si muove partendo da un incontro tra il Comandante Inglese di un campo di internamento e un sarto italiano che è stato arrestato per sbaglio. Il sarto, che poi scomparirà in fondo al mare, è basato sulla figura di Decio Anzani, famoso per la sua presenza su riviste di moda, come Vogue, e per la prestigiosa clientela.
Alfio Bernabei dovrebbe essere alla “prima” a Jesi, ci tiene moltissimo, da sempre si occupa dell’argomento esuli italiani nel Regno Unito.
Il testo contiene una prefazione del grande regista Luigi Squarzina, recentemente scomparso, che gli affida “ un posto di rilievo nello scaffale poco affollato dei buoni copioni contemporanei”.
Regia di Paolo Pirani, in scena Mugia Bellagamba, Dante Ricci e Nico Alberici.

Giovanni Filosa
(dal “Corriere Adriatico” del 2 dicembre 2010)

 


 

>CALAMANDREI<
BERNABEI: “
IL SARTO IN FONDO AL MARE
EROE DELLA LOTTA AI REGIMI

Jesi - Sbarcato nel Regno Unito da Forlì sull’onda dei viaggi di fortuna degli anni Sessanta, Alfio Bernabei torna domani al Teatro Moriconi con Il sarto in fondo al mare, prima internazionale di cui hanno già parlato la BBC e il Telegraph di Londra, che lui spera di portare al più presto anche nei teatri della capitale inglese.
> Come ha iniziato ad interessarsi alla vicenda della Arandora Star ,di fatto sconosciuta in Italia?
“ Non ne sapevo nulla fino agli anni ’80, anche se è la tragedia più grave di tutta la storia dell’emigrazione italiana all’estero. L’ho appresa per caso dai ciprioti a Londra che dicevano che la loro fortuna era cominciata nei primi anni ’40 quando a Londra non c’erano più italiani perché molti erano stati internati o espatriati ”.
> Perché non si parla dei 450 italiani morti con il siluramento della Arandora Star?
“ La dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940 è un momento imbarazzante per gli italiani e per la loro scelta opportunistica, fatta nel momento in cui l’Inghilterra, così come la Francia, sono in ginocchio. All’epoca non se ne parlò perché per l’Italia si trattava di un incidente di fuoco amico, ma anche a causa degli errori commessi dagli inglesi; mettere dei civili a bordo di una nave senza il logo della Croce Rossa può anche essere definito un crimine di guerra
” .
.> Le sue simpatie vanno a Decio Anzani, il sarto disertore emigrato a Londra che si batte per i suoi ideali.
“ Credo che sia molto importante prendere come modelli personaggi come Anzani che mettono tutta la loro energia per gli ideali. Il sarto è un individuo che esiste anche oggi dove esistono regimi che devono essere abbattuti “.
> Condivide la scelta di genere del regista che ha trasformato il sarto in una sarta?
Trovo che si tratti di un’ottima scelta. Sul piano teatrale non mi sorprende nemmeno più di tanto; vivo nel paese di Shakespeare in cui erano gli uomini a recitare la parte delle donne, ma basta pensare al teatro giapponese, oppure a Sarah Bernhardt che fece Lorenzaccio. Ora poi abbiamo Helen Mirren che fa Prospero, dunque siamo in buona compagnia”. [......]

Silvia Barocci
(dal Messaggero” del 3 dicembre 2010)