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Roma - Camera dei Deputati -17 luglio 2000
Il Presidente Emerito Carlo Azeglio Ciampi con la sig.ra Silvia Calamandrei
nell'occasione della presentazione del volume
"La Costituzione e le leggi per attuarla" di Piero Calamandrei

 


 

 

 

Caro Berti,

con particolare soddisfazione ho preso visione del ricco, articolato programma di attività del "Calamandrei" per l'anno sociale in corso.
Una azione, quella del Centro da Lei presieduto, ispirata fin dalle origini a un progetto di pedagogia civile, in ossequio alla lezione sempre attuale del nostro Nume tutelare. Azione fortemente orientata a spargere - soprattutto nelle giovani coscienze - semi di libertà, di democrazia, di partecipazione attiva alla vita della comunità; impegno costantemente, tenacemente volto a dissodare il terreno per renderlo più ricettivo.
Lo sforzo sotteso all'attività del "Calamandrei" si compendia in una parola: Cultura. Il programma di questa stagione ne offre ancora una volta testimonianza.
Noi viviamo tempi difficili. Difficili perché una crisi economica di estrema gravità, per ampiezza e durata, mette in discussione modelli economici e stili di vita ritenuti acquisiti e irreversibili; difficili, perché eventi di dimensioni straordinariamente vaste ci pongono di fronte a realtà altrettanto drammatiche. Difficili, infine, perché la crisi di questi anni travalica i confini dell'economia.
La complessità dell'ora presente genera disorientamento e confusione; ecco allora che trovano spazio pulsioni e sentimenti, convinzioni e orientamenti che credevamo per sempre sanzionati dalla Storia.
Di fronte ai rischi di una regressione nei valori che connotano la nostra civiltà, quale si è andata configurando nella sua vicenda millenaria, occorre rafforzare le difese, stimolando la produzione degli anticorpi necessari a debellare un morbo che potrebbe rivelarsi fatale.
Conoscenza e memoria; confronto e riflessione; apertura e dialogo - sono questi gli anticorpi per contrastare il male insidioso dei pregiudizi, dei nazionalismi, delle discriminazioni, dei fondamentalismi di varia matrice. Non è appellandosi ai buoni sentimenti che si affrontano realtà di enorme complessità e in gran parte del tutto nuove. Occorre richiamarsi alla ragione e al discernimento, al coraggio delle idee e alla moderazione delle azioni; in breve a tutto ciò che si è sedimentato nella coscienza occidentale attraverso la Cultura in ogni sua declinazione.
Questo è l'invito che il "Calamandrei" rivolge soprattutto ai giovani: un invito "a prendere una coscienza più profonda della crisi e del suo significato allo scopo di suscitare le forze capaci di superarla".
Così si legge nel preambolo dello statuto della Società europea di cultura, costituita nel 1950 per iniziativa di un gruppo di intellettuali europei che "uscendo dalle tenebre di una lunga notte e avendo intravisto con la liberazione le prime luci di un giorno nuovo, non potevano accettare la divisione del mondo in due blocchi contrapposti e la minaccia che ne derivava di una nuova catastrofe" (N. Bobbio).
Dell'alba di quel "giorno nuovo" che settant'anni fa suscitava in milioni di uomini e di donne la speranza in un mondo più sicuro e in Europa accendeva la scintilla dell'unità dei suoi popoli, non resti solo il bel ricordo da celebrare - sempre più distrattamente, con tono occasionale - nelle date canoniche. Piuttosto, si guardi a essa come alla consegna di una eredità di inestimabile valore, da amministrare con oculata intraprendenza, con la diligenza del buon padre di famiglia che avverte su di sé la responsabilità di conservare integra quella ricchezza, conquistata a così caro prezzo, per le generazioni che verranno.
Con il pensiero affettuosamente rivolto a tutti i giovani che partecipano alle iniziative del "Calamandrei" e un augurio particolare per quanti di loro affronteranno tra poco l'esame di maturità, rinnovo a Lei, caro Berti, l'espressione del mio apprezzamento e della mia stima.
Cordiali saluti

Carlo Azeglio Ciampi

Palazzo Giustiniani, 4 maggio 2016

 

 

 

Roma - Camera dei Deputati -17 luglio 2000
Il Presidente Emerito Carlo Azeglio Ciampi con l'on Violante
nell'occasione della presentazione del volume
"La Costituzione e le leggi per attuarla" di Piero Calamandrei


 

 

 

 

 

 

 

 

"Caro Berti,

nella quiete dolomitica, ristoratrice innanzitutto  dello spirito, mi raggiunge, assai gradita, la comunicazione dell'iniziativa programmata dal "Calamandrei" per questa estate 2013.

La riduzione teatrale de La paga del sabato è scelta eccellente per ricordare uno tra i maggiori scrittori della nostra letteratura del secondo Novecento: un "grande", ché tale, critica e pubblico lo hanno ormai riconosciuto.

Nel cinquantennale della morte di Beppe Fenoglio l'evento promosso dal "Calamandrei" ben si inserisce nel novero delle manifestazioni celebrative, che oltre ad assolvere un compito di elevato valore culturale consacrano definitivamente un autore al quale la prematura scomparsa sottrasse la possibilità di "gustare" i frutti della sua arte.

Mi piace pensare che alla scelta del "Calamandrei"non sia stato del tutto estraneo, ancorché inconsapevole, il desiderio di dare un proprio contributo nel "rendere giustizia" al talento letterario di Beppe Fenoglio. D'altra parte, in ragione del suo stesso nome - il nome dell'uomo ai cui ideali e ai cui valori il Centro da Lei presieduto, caro Berti, ispira la propria attività - esso non può che recare iscritto nei propri geni il senso profondo della giustizia.

Ma queste sono solo divagazioni estemporanee, suggeritemi da una disposizione d'animo sempre più incline a riannodare i tanti dispersi fili che portano a volti, a storie, a esperienze, a significati lontani, appartenenti a un altro tempo, ma "conficcati" nella memoria e nei sentimenti.

Con la rappresentazione dell'opera di Fenoglio, ancora una volta il "Calamandrei" sceglie di volgere lo sguardo a quella fase della storia che ha avuto per la Nazione italiana un valore fondante, e che tale resta, al netto di ogni retorica celebrativa, come di ogni strumentale revisionismo.

La poetica di Fenoglio - tutta percorsa e ispirata dal dramma della violenza cieca, della guerra, dell'odio - esprime in forma sublime il sentimento che ha accomunato tanti giovani della mia generazione. Giovani che si affacciavano alla vita; che andavano scoprendo l'amore e, insieme, vagheggiavano un futuro: sogni brutalmente interrotti, dapprima da una guerra insensata; in seguito dall'esperienza tragica di una lotta fratricida. Per alcuni, come capita a certi personaggi di Fenoglio, la partita della vita si concluse li, senza tempi supplementari; altri, più fortunati, ripresero a "giocare", ma il peso del passato impedì a molti di loro - e Fenoglio ne scandaglia in profondità il dramma - di ritrovare il senso del vivere. Per una intera generazione una tragedia senza rimedio.

Molte, forse persino troppe, sono state le occasioni in cui in passato ho affermato che l'Europa unita non è un ideale astratto, coltivato da qualche intellettuale visionario. L'Europa unita è un no alla guerra; un no forte, deciso, irrevocabile; un no gridato da quelli che come me ne hanno conosciuto gli orrori, gridato nel nome di tutti i "giocatori" lasciati sul campo.

Oggi l'Europa è in affanno; sembra stanca, sgomenta di fronte alle difficoltà del vivere quotidiano, delusa della sua stessa storia. Bisogna in tutti i modi vincere la tentazione di rinchiudersi nei propri recinti nazionali: non è questa la chiave che apre la porta di un futuro meno incerto. Le difficoltà si affrontano e si superano solo se si hanno vista lunga e realistico discernimento: la prima per guardare oltre il cortile di casa; il secondo per valutare con lucidità la posta in gioco.

Sono certo che anche uno spettacolo teatrale, ben scelto, realizzato con passione per essere offerto a un pubblico che non cerca solo evasione estiva, contribuisca ad affinare lo sguardo e a mettere a fuoco gli obiettivi veri.

Per questo, ancora una volta grazie caro Berti, a Lei e a tutti quelli che hanno lavorato e lavoreranno per la buona riuscita della serata di Sirolo. Il resto, lo affidiamo alle stelle cadenti ...........

Un cordiale, affettuoso saluto

Carlo Azeglio Ciampi

Roma, Palazzo Giustiniani 5 luglio 2013"

 

 

Roma, 15 aprile 2013

 

Carissimo Berti,

 

ancora una volta trovo motivo per compiacermi e per ringraziare di avermi voluto affidare la presidenza onoraria del "Calamandrei" di Jesi. L'occasione me la offre l'iniziativa con la quale celebrate quest'anno  l'anniversario della Liberazione.

Con la rappresentazione de L'estate di San Martino del 1914, si completa il ciclo significativamente intitolato "esalogia  della memoria": un itinerario circolare che movendo dall'epilogo - il Processo a Mussolini - ci riporta quest'anno all'antefatto.

Nel mezzo abbiamo visto consumarsi il dramma di  due guerre mondiali, di un regime che per oltre venti anni  ha privato il Paese  della libertà e gli ha fatto conoscere la vergogna di leggi razziali; di una occupazione nemica di inaudita ferocia, fino alla tragedia finale di una lotta fratricida, le cui ferite dopo settant'anni stentano a rimarginarsi.

In mezzo a tanta distruzione, a tanto dolore, a tanta barbarie è tuttavia rifiorita la libertà. Dapprima un piccolo germoglio; via via una pianta sempre più robusta, poiché le radici affondavano nella storia, nella cultura, nella tradizione di civiltà del nostro popolo. Un terreno fertile, dissodato nel Risorgimento dai nostri Padri, per impiantarvi l'ideale di Nazione; di un' Italia finalmente unita e libera dal dominio straniero.

"Una d'arme, di lingua, d'altare, di memorie, di sangue, di cor" cantava Manzoni dopo i primi moti carbonari; ma sono certo che in versi o in prosa lo stesso sentimento ha ispirato il nostro popolo, quando dopo l'ignominia dell'8 settembre cercò con determinazione la via del riscatto, della riconquista della dignità.

Tutto ciò è iscritto nella nostra memoria collettiva; fa parte del nostro patrimonio. Perché l'azione inesorabile del tempo non eroda questa ricchezza è indispensabile che essa sia trasmessa da una generazione all'altra; ancora più indispensabile è accrescere questa eredità , vivificandola, "attualizzandola" con l'impegno, con la partecipazione consapevole e disinteressata alla vita pubblica.

Risulta allora evidente  quanto sia  meritoria  l'azione  del "Calamandrei", che ha eletto i giovani destinatari privilegiati delle proprie iniziative .

Per questo, per la consonanza di sentimenti che spinge anche me  a rivolgere soprattutto ai giovani  il mio interesse, la mia attenzione e, per quel che posso, le mie cure, desidero, caro Berti, ringraziarLa ancora una volta .

Con Lei ringrazio anche coloro che a vario titolo  contribuiscono all'attività del "Calamandrei"; a tutti invio il mio cordiale e affettuoso saluto

 

Carlo Azeglio Ciampi

 

Roma, Palazzo Giustiniani, 19 maggio 2012

Caro Berti.

seguo con attenzione e interesse le diverse attività svolte dal Centro Piero Calamandrei, del quale mi sento molto più che un presidente onorario "virtuale". Certamente, la mia presenza alle iniziative del Centro non è quella che avrei voluto, ma la mia ideale partecipazione, Le assicuro, è assidua quanto intensa.
Da ultimo, ho rilevato che l'ormai nutrito "cartellone" teatrale è stato felicemente battezzato "esalogia della memoria", suggestiva denominazione di un percorso a tappe attraverso diverse, significative stagioni della nostra storia unitaria.
L'adattamento teatrale del libro Assoluzione di un amore di Jean Coti mi è parsa un'ottima iniziativa per avvicinare un pubblico se non più vasto, certamente diversificato rispetto a quello dei lettori a temi tuttora rappresentanti una ferita dolente del nostro corpo sociale, che recenti, inquietanti episodi concorrono a riacutizzare. Una iniziativa, dunque, benemerita come occasione per trarre dai fantasmi del passato un monito per il presente.
L'aspetto che desidero sottolineare con forza, come quello maggiormente degno di considerazione e di plauso incondizionato, è però l'aver deciso di dedicare l'iniziativa alla memoria di Carlo Casalegno.
Carlo Casalegno vuol dire Torino e "La Stampa". Sappiamo che cosa Torino rappresenti nella storia d'Italia, dal Risorgimento alla Resistenza, al dopoguerra del nostro "miracolo economico". Torino, città dei Gobetti, dei Venturi, dei Galante Garrone, dei Foa, per ricordarne  solo  alcuni, mentre nel menzionarli già avverto il disagio di omissioni imposte dallo spazio, ma non da volontà immemore. "La Stampa", palestra di virtù civili degli Einaudi, dei Frassati, dei Bobbio.
Ho avuto Arrigo Levi, già direttore della Stampa, come stretto collaboratore, oltre che amico, nei miei anni al Quirinale e non poche sono state le occasioni in cui egli ricordava con rimpianto la figura umana e professionale di Carlo Casalegno e con angoscia l'attentato e i giorni drammatici che seguirono.
Di Casalegno tornammo a parlare a lungo all'approssimarsi del venticinquennale della morte. Non avevo conosciuto personalmente Casalegno, ma di quel parlarne con Levi ricavai, mi rimase dentro, una immagine precisa e viva, che cercai di tradurre in poche, sentite parole nel messaggio da me inviato nel novembre del 2002, in occasione della commemorazione del giornalista.
E' con quelle stesse parole che vorrei lo ricordassimo insieme oggi.

"La sua volontà di comprensione ispirò il suo impegno quotidiano in difesa della legalità e della democrazia. E' stato avversario irriducibile e temuto del terrorismo, che scelse di colpirlo come simbolo di un giornalismo alto, rigoroso, coerente".

Ancora grazie, Presidente Berti, per il Suo impegno nel Centro Calamandrei; grazie, soprattutto, a coloro che hanno a vario titolo collaborato per onorare la memoria di  Carlo Casalegno.
A tutti, il mio saluto affettuoso.

Carlo Azeglio Ciampi

 

 

 

 

Roma, 13 gennaio 2012

 

Carissimo Berti,

in qualità di presidente onorario del Centro Calamandrei non posso che compiacermi per la felice scelta di avviare l' attività del 2012 con una rappresentazione teatrale che coniugando passato e presente propone di rileggere centocinquant'anni di storia italiana dalla parte dei "vinti": uomini e donne sopraffatti fisicamente dalla forza delle armi e dalla brutale violenza liberticida, ma dallo spirito indomito, non soccombente nell'affermare gli ideali di libertà, di uguaglianza, di solidarietà.
La Sua "idea", caro Presidente, di proporre siffatta rilettura è, ancora una volta, esercizio di pedagogia civile, che è poi il segno distintivo delle attività del Centro.
Una idea che muove dalla volontà di mettere al centro della riflessione collettiva valori quali la dignità e il rispetto della persona umana; valori che in momenti drammatici dei nostri centocinquant'anni di storia unitaria hanno trovato uomini e donne capaci di difenderli con indefettibile coraggio anche a rischio della vita.
Il filo che idealmente lega personaggi ed episodi molto diversi tra loro ci suggerisce che forse quei valori sono iscritti nell'animo stesso degli uomini, pur se "storicamente" la presa di quei valori sul singolo può talora apparire meno vigorosa e appannata la loro presenza nella società.
Apprendo con molta soddisfazione che i giovani sono in vario modo ampiamente coinvolti in questa iniziativa culturale e civile del Calamandrei. A loro vorrei dedicare il passaggio sottostante, riproponendo un episodio che Vittorio Foa riferiva in un bel libro di qualche anno fa.

"Mi sento chiedere, anche da ragazzi o ragazze, che cosa penso dei giovanissimi di oggi che non avrebbero gli ideali affermati dalla mia generazione eccetera eccetera. E' una domanda imbarazzante anche perché fra me e quei ragazzi ci sono parecchie generazioni,ognuna con la sua storia . Rispondo con qualche balbettio, poi ho trovato la risposta e l'ho data a una studentessa in un dibattito ... : " Questa storia della mancanza di ideali non è vera, ci ripensi". La ragazza mi guardò  un po' stupita ma con un lampo di riconoscenza. Di quella mia negazione vi sono diverse letture: che gli ideali ci sono sempre, ma hanno cambiato forma, che non ci sono più ma ve ne sono degli altri, che quelli erano falsi ideali ed è bene essercene liberati. E' possibile che tutte e tre le ipotesi siano almeno parzialmente vere".

Poiché condivido, nel profondo, il sentimento che ha ispirato la risposta di Vittorio Foa a quella studentessa, guardo ai giovani - a coloro che sono giovani oggi in una stagione molto difficile per il nostro Paese e per le sue generazioni più giovani in particolare - con fiducia e speranza. Dai numerosi contatti avuti con loro mi sono persuaso che questi nostri giovani sono animati da una forza morale che li metterà in grado di affrontare con volontà e determinazione il difficile passaggio di questa fase storica: so che ce la faranno, impegnandosi per assicurare a se stessi e alla comunità, nazionale ed europea l'auspicato progresso, innanzitutto culturale e civile; così come hanno fatto i loro "maggiori" nel corso dei passati centocinquant'anni.
Con siffatti sentimenti desidero esprimere, per il Suo cortese tramite, il mio più affettuoso saluto a tutti coloro che partecipano e seguono le attività del Centro Piero Calamandrei.
A Lei, caro Presidente, ancora un ringraziamento e molti cordiali saluti

Carlo Azeglio Ciampi

 

 

Roma, 2 dicembre 2011

Caro Berti,
eccomi al vostro annuale appuntamento di fine anno.
Per quel che mi riguarda, purtroppo, ancora una volta, presente solo con un saluto, affettuosissimo, ma pur sempre a distanza.
Il tema che quest’anno portate all’ attenzione del pubblico è tra i più delicati e carichi di implicazioni per la “salute” delle istituzioni democratiche.
Il dare al tema un respiro storico è una scelta di profonda sensibilità culturale: la presenza di storici e di giuristi di vaglia dà certezza di qualità e di risultati. 
D’altra parte, le iniziative del “Calamandrei “ di Jesi, che ho l’onore di presiedere, si distinguono proprio in ragione dell’alto profilo culturale e scientifico; si collocano da sempre nel solco di una tradizione di impegno civile, di cui Calamandrei resta insuperato Maestro.
Il Centro di cui Lei, caro Berti, è infaticabile animatore, mantiene viva quella tradizione; rende onore al pensiero e all’opera di Piero; seguendone l’alta lezione e fedele al Suo insegnamento svolge compiti di preziosa pedagogia civile, di cui il nostro Paese ha più che mai bisogno.
Ai giovani, che seguono con attenzione e passione l’attività del “Calamandrei”, desidero rivolgere un particolare saluto nello scorcio di questo 2011 in cui abbiamo celebrato l’anniversario dell’unità della Nazione, nell’auspicio che il ritrovato fervore unitario non sia sentimento effimero.
Nel formulare i migliori auguri per la riuscita della manifestazione, Le rinnovo, caro Berti, l’espressione della mia stima e La saluto molto cordialmente

 

Carlo Azeglio Ciampi

 

Roma, 20 aprile 2011

Caro Professor De Luna,
desidero innanzitutto esprimere il mio vivo ringraziamento per aver voluto riservare una sessione dei "Cantieri dell'azionismo" alla presentazione dei miei libri.
Se l'età mi tiranneggiasse di meno, avrei con piacere e soprattutto con molto interesse seguito i lavori in programma: un programma denso e così riccamente articolato da meritare grande apprezzamento per la sensibilità storica, civile, culturale che ha ispirato gli ideatori.
Queste giornate dedicate all'"azionismo" hanno un valore e un significato che travalicano l'interesse storico; in un tempo segnato da un senso di profondo smarrimento, il vostro non è solo un appuntamento culturale. E', piuttosto, un ripercorrere, insieme con alcuni dei protagonisti di una stagione e di un progetto politico di grandi ambizioni democratiche e civili, un cammino lungo il quale possiamo rinvenire "oggetti" se non smarriti, certamente da ultimo alquanto trascurati nell'uso: etica dei comportamenti, pubblici e privati,  rispetto delle istituzioni, civiltà della dialettica politica, del dibattito pubblico, dell'informazione. Sono oggetti da recuperare al più presto: sono utensili indispensabili nell'"officina" di una autentica e compiuta democrazia.
In qualità di Presidente onorario del Centro Piero Calamandrei di Jesi mi permetta di manifestarLe la mia soddisfazione nel prendere atto che nel programma dei "Cantieri" abbia trovato spazio la rappresentazione di Festa grande di aprile, la pièce teatrale di Franco Antonicelli accolta con tanto favore lo scorso anno a Jesi. Sono certo che Torino riserverà a questo lavoro del suo indimenticato concittadino la stessa calorosa accoglienza: lo meritano l'impegno e la determinazione di Gianfranco Berti, Presidente del Calamandrei di Jesi, lo merita, soprattutto, la passione civile che ha animato e ispirato la vita e l'opera di Franco Antonicelli.
Nel rinnovarLe il mio ringraziamento, formulo vivissimi auguri per il successo dei "Cantieri"e a tutti invio il mio saluto più cordiale.

Carlo Azeglio Ciampi

Roma 23 dicembre 2010

Caro Berti ,

desidero innanzitutto ringraziarLa per le affettuose espressioni augurali con cui ha voluto ricordare il mio novantesimo anno.
Quale Presidente onorario, a conclusione dell'anno di lavoro del "Calamandrei", voglio manifestarLe tutta la mia soddisfazione per l'attività svolta. In particolare ho molto apprezzato il vostro impegno nell'avvicinare i giovani alla nostra storia più recente: antifascismo, Resistenza, nascita della Repubblica. Mi è stato di grande conforto apprendere con quanto interesse e con quanta partecipazione i ragazzi jesini abbiano assistito alle tre rappresentazioni teatrali dedicate a questi temi. Per questo mi chiedo - e Le chiedo - se non possa prendersi in considerazione la possibilità di offrire a una più vasta platea di giovani, e non solo ai vostri concittadini, la stessa possibilità di "incontrarsi" con vicende e personaggi che permettano loro di accostarsi in modo "vivo" a ciò che apprendono dai libri di storia. Potrebbe essere anche l'occasione per riannodare i tanti fili della memoria che ci portano, oggi, a celebrare in modo non convenzionale, ma "costruttivo" il centocinquantenario dell'unità d'Italia.
Nel rinnovarLe i mie ringraziamenti, per il Suo cortese tramite, desidero inviare a tutti gli amici del "Calamandrei" e a tutti  i suoi collaboratori, i migliori auguri per le festività di fine anno.

Carlo Azeglio Ciampi

INTERVENTO TENUTO ALL'UNIVERSITA BOCCONI DI MILANO
IN OCCASIONE DELLA COMMEMORAZIONE
di TOMMASO PADOA SCHIOPPA



Per Tommaso

Ho accolto senza esitare la richiesta di Mario Monti di intervenire, fosse pure "a distanza", a questa giornata in memoria di Tommaso Padoa-Schioppa .
Volevo esserci nel giorno del ricordo che la sua Università, con un sentimento di profondo, affettuoso rimpianto, gli dedica a poco più di un mese dalla scomparsa. La drammaticità di quella giornata reca  impresso in me il segno dello sconvolgente coincidere con il nostro scambio epistolare; una pratica  inusuale tra noi, tale da apparirmi presagio e suggello del  congedo. Oggi voglio essere con voi nonostante gli impedimenti dell'età, la quale rende difficili molte cose, non ultimo il controllo delle emozioni. Mi affido alla pagina scritta, dunque, come a un bastone che mi sostenga nel mio incerto procedere nella piena dei sentimenti che mi assalgono nell'accingermi a dare conto della presenza di Tommaso in Banca d'Italia. Non intendo  illustrarne il cursus honorum, ma solo  dare testimonianza dello spirito che ha improntato e cementato il nostro rapporto in quella Istituzione per quasi un quarto di secolo.
Tommaso arrivò al Servizio Studi nel momento in cui ne assumevo la direzione: era il 1970. Ci separavano  vent'anni; quasi una generazione. Avevamo avuto una diversa formazione universitaria: lui aveva studiato economia alla Bocconi, io lettere classiche alla "Normale"; Tommaso aveva appena concluso un periodo di studio al MIT, con Franco Modigliani, io avevo soggiornato a Lipsia all'inizio della guerra per seguire corsi di filologia classica. Quello che sarebbe stato il nostro "viaggio" attraverso le Istituzioni  per entrambi  era cominciato da una Filiale della Banca d'Italia.
Tommaso fu assegnato all'Ufficio Mercato monetario. Con l'ingresso di altri giovani economisti, che come lui avevano perfezionato i loro studi di economia nelle università più prestigiose del Regno Unito e degli Stati Uniti, il Servizio Studi andava assumendo in quel torno di tempo una fisionomia nuova. Non solo per il ricambio generazionale di cui taluni provvedimenti di legge acceleravano il ritmo naturale, ma una trasformazione profonda. Era un modo radicalmente diverso di intendere il ruolo del Servizio Studi quello che Guido Carli prefigurava fin dal suo arrivo in Banca.
Un Servizio che doveva essere luogo di attrazione delle migliori energie intellettuali che  l'Università italiana  esprimeva; un "laboratorio" per la ricerca economica  attrezzato con dovizia di mezzi: dalla  tecnologia più avanzata alla disponibilità della   letteratura economica più aggiornata. Un centro che mettesse a disposizione di studiosi, istituzioni, Governo, oltre a una informazione statistica ampia e rigorosa, strumenti sofisticati di analisi per interpretare l’economia nei suoi elementi strutturali e congiunturali.
Del Servizio Studi Tommaso divenne molto presto uno degli elementi di punta; riferimento autorevole di colleghi e superiori.
La scelta di assegnare Tommaso all'ufficio Mercato monetario si rivelò felice; le competenze di allora di quella unità - la politica monetaria e il sistema bancario, "cuore" dell’attività delle Banche centrali - corrispondevano ai suoi interessi scientifici, assecondavano le sue caratteristiche intellettuali e personali.
La sua  vivacità d’ingegno, associata a un interesse genuino a investigare, ben oltre l'ambito delle proprie competenze professionali, le ragioni dei mutamenti sociali ed economici che caratterizzavano quegli anni, non tardò a trovare  occasioni per  manifestarsi. Attitudini colte dal Direttorio della Banca, che riteneva utile per l'Istituto e profittevole per i più versatili dei neo-assunti, integrare l’attività ordinariamente svolta con incarichi e compiti particolari. Con tali finalità, nel 1972, Tommaso fu inviato in Giappone per osservare sul campo un sistema economico che con gli straordinari risultati conseguiti  contendeva ormai in non pochi settori il primato di quello americano.
E' sostanzialmente la stessa motivazione a ispirare, qualche anno dopo, la scelta della Banca di affidargli, insieme con Mario Monti, il coordinamento della ricerca sul sistema creditizio italiano, promossa dall’Ente Einaudi e condotta da un gruppo di giovani studiosi della Banca d'Italia e della Bocconi.
Quel "gruppo di studiosi - sono parole di Guido Carli, nel frattempo divenuto  presidente dell'Ente Einaudi - è stato animato dalla convinzione, che si è andata diffondendo, che l'economia italiana necessiti di correzioni più profonde di quelle realizzabili con manovre congiunturali".
Una convinzione, questa, così radicata in Tommaso che fu quasi scontata la scelta della Banca di fare il suo nome per la  collaborazione richiesta dall'allora Ministro del Tesoro, Filippo Maria Pandolfi, per l'approntamento del Programma per lo sviluppo, una scelta per l’Europa, documento preparatorio dell’ingresso dell’Italia nello SME. L’apprezzamento riscosso avrebbe di lì a poco indotto lo stesso Ministro a impegnarsi per la nomina di Tommaso a Direttore generale della DG II della Commissione europea, superando l’iniziale contrarietà di Ortoli.
L'attività del Servizio Studi, alla cui direzione mi era succeduto Antonio Fazio, fu nei  difficili anni settanta - segnati dall’inflazione, dagli shock petroliferi, da numerosi aggiustamenti dei cambi - massicciamente assorbita dallo sforzo, intellettuale e operativo, di adattare gli strumenti della politica economica a un contesto esterno molto mutato e rispetto al quale la stessa politica monetaria  rischiava di essere "un'arma spuntata". Tommaso, ormai alla guida dell’ufficio Mercato monetario con un impegno  cresciuto a misura delle sue competenze, si dedicò a realizzare l'ammodernamento di procedure e schemi concettuali che rendessero più efficace l’azione della Banca.
Valga per tutti la  riforma del metodo di emissione dei Bot, che l’elevatezza del tasso di inflazione di quegli anni faceva considerare un intervento ormai improcrastinabile. Una misura il cui contenuto  lo vide  - ricorro alle parole con le quali ricordava l'episodio - "ingaggiare un serrato contraddittorio, con il Direttore generale, Paolo Baffi", che, tuttavia, nel corso di un incontro alla presenza dell'intero Direttorio, lo informava "che aveva riflettuto, la notte, alla discussione del giorno prima e che era rimasto convinto dall'argomentazione contraria alla sua".
Sono episodi, questi, che ho voluto richiamare come una sorta di incipit in grado di rendere quasi "plasticamente" conto del ruolo che Tommaso avrebbe poi svolto in Banca e per la Banca.
Dei primi incontri conservo vivo il ricordo di una   personalità forte, complessa, che ne valorizzava le conoscenze e le competenze professionali. Come Capo del Servizio, mi impressionò favorevolmente la sua autonomia di giudizio, manifestata con grande fermezza e altrettanta educazione. La consapevolezza di sé, che si accompagnava a una limpidezza e a una pulizia morale di fondo, lo portava a non dissimulare  le ambizioni  legittimamente coltivate. Un tratto  che lasciava intuire in lui le potenzialità del civil servant di razza, se non del grand commis degli anni della maturità.
Tommaso era, da questo punto di vista, esemplarmente espressione di quella borghesia colta, illuminata, laboriosa, consapevole delle proprie responsabilità sociali e per questo capace di una visione non angusta del proprio ruolo. In breve, erede diretto  di quella classe dirigente che aspirava e seppe operare per fare dell'Italia, fin dalla sua unificazione politica, un Paese economicamente sviluppato e socialmente progredito, a pieno titolo incluso nel novero delle Nazioni più avanzate. Una classe dirigente che professava la sobrietà come religione civile; osservante di una etica severa.
Ugualmente, da subito rilevai tra noi un'affinità che avrebbe segnato il nostro rapporto. Apprezzavo il suo non essere "uomo a una dimensione", l'economista ben provvisto di dottrina, allievo di Modigliani. Nutrivamo entrambi, ed entrambi con fermezza praticammo, la convinzione che il Servizio Studi dovesse interagire con il resto dell'Istituto, in un processo che oggi si direbbe di feconda contaminazione.
Condividevamo l’idea che strutture complesse, come la Banca d’Italia, dovessero investire energie intellettuali e risorse materiali che ne rendessero sempre più efficiente l’organizzazione, non solo per agevolare il  conseguimento dei fini istituzionali, ma anche per fornire alla collettività  servizi di qualità elevata.
L' attitudine a misurarsi con il dato di realtà, che in lui rispondeva a una istanza etica non meno che alla inclinazione naturale, lo costringeva a dibattersi - ricorro alle parole da  lui spese per Paolo Baffi - "nel grande dilemma ...fra dedicarsi a capire il mondo e dedicarsi a cercare di cambiarlo".
Credo che Tommaso avesse deciso fin da giovane di non scegliere una volta per tutte il campo in cui esercitarsi. Di certo, lasciando prevalere ora uno ora l'altro, si è trovato sovente a camminare su un difficile crinale,  cosciente dei rischi e delle difficoltà di tale posizione. Poiché sapeva guardare lontano, ha potuto farlo.
Menziono - emblematica in proposito - la determinazione con cui nella seconda metà degli anni ottanta si accinse a riesaminare il funzionamento del sistema italiano dei pagamenti. Costituì un gruppo di lavoro che, in breve, sotto la sua “sferza”, produsse un "Libro Bianco". Da quel documento si è fatta molta strada, ed è grazie a quella lontana iniziativa di Tommaso, non subito compresa in tutta la sua rilevanza, che l’Italia si è dotata di un sistema dei pagamenti efficiente, affidabile e sicuro, tale che  l’Eurosistema ha attribuito alla Banca d’Italia, insieme con le banche centrali di Francia e Germania, la responsabilità di realizzare la piattaforma unica del sistema dei pagamenti europeo.
Poco dopo il suo rientro da Bruxelles, avvenuto nel 1983, lo designai per l’ingresso nel Direttorio. Ricordo ancora che nel dargliene notizia, aggiunsi subito: “In misura largamente prevalente, dovrai occuparti degli aspetti organizzativi e gestionali della Banca”. Era ormai tempo di porre mano alle strutture interne per rendere più efficiente l’attività, più razionale la ripartizione dei compiti, più produttivo l’impiego del  personale.
E veniamo agli anni dell'Europa. L'Europa, l'ideale più forte, il motore potente dell’agire di Tommaso, ma direi la sua cifra esistenziale. L'ideale federalista, coltivato sui banchi del liceo, che si era nutrito della grande cultura europea, in un certo momento della sua vita incrocia, imprevista, la possibilità di un più concreto adoperarsi, guidando la Direzione affari economici della Commissione. E’ un tornante decisivo nel percorso professionale e umano di Tommaso: non era solo un riconoscimento delle sue capacità, era il segnale del ruolo che l'Europa comunitaria riconosceva all'Italia .
La distanza tra via Nazionale e Rue de la Loi non si frappose al proseguimento della nostra  collaborazione che trovò altri modi di realizzarsi. L'appuntamento per scambiarsi opinioni, punti di vista, valutazioni, prevalentemente, ma non solo, sull'economia italiana, era fissato per il secondo lunedì di ogni mese allo Schweizerhof di Basilea, l'albergo dove scendevo in occasione delle riunioni della BRI. Tommaso mi raggiungeva dopo cena e si andava avanti a discutere almeno per un paio d'ore.
I contatti si intensificavano all'approssimarsi della stesura delle Considerazioni finali, quando agli incontri basilesi si aggiungeva un fitto scambio di note e di appunti. Non poche pagine delle mie Considerazioni finali sono frutto di un confronto serrato; di valutazioni e di elaborazioni in comune.
Il suo rientro da Bruxelles coincide con l’intensificarsi del processo di costruzione europea. Si fa più assiduo il nostro rapporto di lavoro: nelle diverse e alterne fasi dello SME, prima; successivamente e, soprattutto, con la costituzione del Comitato Delors, di cui Tommaso fu co-segretario. Un rapporto cementato oltre che dalla stima e dalla fiducia reciproche, dalla condivisione appassionata del disegno di unificazione monetaria, tenacemente da entrambi voluta;  passaggio cruciale per  il più ambizioso traguardo di unificazione politica.
Quel comune sentire che tanta parte ha avuto nell’accompagnare la nostra vicenda in Banca d’Italia è tornato a ispirare l’azione che, in tempi diversi, ci è toccato in sorte di sviluppare al di fuori da quella Istituzione. Mi riferisco a quando, pur se con responsabilità differenti, ci trovammo a dover dare concretezza al convincimento profondo della necessità, un  dovere morale, di risanare i conti pubblici. Non ci siamo limitati a riflettere, ad ammonire; abbiamo agito, convinti che una finanza pubblica sana sia la  condizione obbligata per una crescita economica robusta e durevole.
Sedendo alla scrivania di Quintino Sella abbiamo entrambi avvertito il vigore etico dell’azione  dell’antico predecessore; quasi un imperativo a non tradirne l’alta lezione, per assicurare agli uomini e alle donne di oggi e consegnare alle generazioni a venire una Italia più giusta, capace di offrire a tutti i suoi cittadini nuove opportunità di iniziative e di lavoro.
Mi piace  concludere questo ricordo di Tommaso con le stesse  parole con cui egli commemorò Quintino Sella “la crescita non è solo un fatto economico, deve anche rappresentare il risveglio morale e civile degli italiani e io credo fermamente che, con le giuste premesse, l’Italia “potrà” vincere le sfide del suo tempo anche questa volta”.

Carlo A. Ciampi

 

 

Roma, 2 novembre 2010

Caro Berti,


ricevo il  cortese invito alla rappresentazione , in prima assoluta,  de
Il sarto
in fondo al mare, il lavoro che Alfio Bernabei  ha dedicato a un episodio

drammatico e pressoché  sconosciuto della seconda guerra mondiale.
Mi rincresce molto di non potervi assistere, come sarebbe stato mio vivo
desiderio. D'altra parte, l'età ancora una volta mi consiglia  di "rivedere la
mia scala di preferenze". Il rammarico per la rinuncia trova compenso nel
sentimento di soddisfazione per questa ulteriore iniziativa del Centro
Calamandrei.
Come le precedenti, essa si inscrive in un progetto culturale di respiro ampio;
un progetto - e del resto tutta l'attività del Centro - che trae ispirazione da
forti motivazioni civili ed etiche. E non potrebbe essere diversamente data
l'impegnativa scelta di richiamarsi  ai valori e agli ideali di Piero Calamandrei.
Seppure da lontano, seguo con attenzione e con intensa partecipazione
ogni vostra manifestazione, ogni  iniziativa. Per esse auspico fervidamente
la più ampia presenza di cittadini; in particolare, il più ampio coinvolgimento
dei giovani. Questi ultimi, come ben sa, caro Berti, occupano un posto
speciale nei miei pensieri, nelle mie preoccupazioni, nelle mie speranze.
Quale presidente onorario, desidero rinnovarLe l'espressione del mio
apprezzamento per l'impegno e la passione con i quali il Centro Calamandrei
è presente nella vita culturale della comunità jesina.
Colgo con piacere l'occasione per inviarLe molti cordiali saluti

Carlo Azeglio Ciampi

Roma, 14 settembre 2010

Caro Berti,

quale presidente onorario del "Centro Calamandrei" di Jesi, non posso non salutare con soddisfazione la partecipazione del Centro alla IX edizione della Carovana della pace che, movendo da Cuneo, arriverà a Boves per ricordare l'eccidio del 19 settembre del 1943 e il sacrificio di tante vittime innocenti, spesso colpevoli solo di un gesto di altruismo e di solidarietà con i perseguitati dalla spietatezza dei nazi - fascisti.
Portare "Festa grande di aprile" nei luoghi dove Franco Antonicelli visse, dove si formò la sua coscienza di militante per la causa della libertà e della democrazia, assume un valore particolare, che ne rafforza la suggestione, il potere evocativo. Sono certo che si rinnoveranno  il calore e la partecipazione con cui il pubblico ha accolto la rappresentazione a Jesi lo scorso aprile.
La "Carovana della pace" è divenuta ormai una importante e significativa consuetudine.  Di questo appuntamento nella "provincia granda" che fa memoria di uomini e di vicende che  segnarono la rinascita del nostro popolo e la ritrovata dignità di una Nazione dobbiamo rendere merito e manifestare profonda, non convenzionale gratitudine a don Aldo Benevelli, da oltre sessant'anni valoroso e infaticabile "operatore di pace".
A Lui, caro Berti, La prego di trasmettere il mio saluto più cordiale insieme con l'espressione del mio apprezzamento e della mia profonda stima per l'azione instancabile e generosa svolta  per il riscatto e la  promozione  della persona umana, dovunque essa sia umiliata e oltraggiata dalla miseria, dalla sopraffazione, dalla violenza. Una azione in cui s'incarnano e prendono forma valori e ideali autenticamente cristiani.
Ai partecipanti alla Carovana della pace e alle altre manifestazioni programmate invio il mio saluto più affettuoso.

Carlo Azeglio Ciampi

Roma 10 giugno 2010

Carissimi amici del Centro Calamandrei,

l'essere presidente onorario del Centro mi rende orgoglioso del ricco, articolato programma di iniziative con le quali oggi ricordiamo il settantesimo anniversario dell'entrata in guerra dell'Italia; evento doloroso che tanto ha pesato nella storia della nostra Patria.
L'età insieme con questo improvviso inizio dell'estate mi precludono il piacere di essere tra voi non solo idealmente.
In questa circostanza, tuttavia, la senectus consente al vostro Presidente onorario di portarvi una testimonianza diretta, una pagina di vita vissuta quel 10 giugno 1940. Ascoltai l'annuncio alla radio, a Livorno, nella casa paterna. E' superfluo, forse, aggiungere che i sentimenti provati quel giorno, all'annuncio dell'entrata in guerra, sono scolpiti nella memoria; il tempo e le vicende di una intera vita non li hanno scalfiti.
Certo quell'annuncio non giunse inaspettato; le speranze di una prosecuzione della "non belligeranza" dell'Italia si erano andate rarefacendo; questo non attenuò l'angosciante brivido di un salto nel vuoto. Anzi, proprio la sensazione di piombare nell'ignoto fu quella che accomunò la più gran parte di noi; è anche quella di cui avverto ancora fisicamente la morsa.
Finita la drôle de guerre, l'Europa entrava nel pieno della tragedia. Da parte nostra, mille interrogativi ci assalivano. Non ci era ignota, infatti, nonostante la roboante propaganda, l'inadeguatezza, sotto molti aspetti, del nostro Paese; la consapevolezza della sproporzione nel rapporto di forza con l'alleato tedesco accresceva l' inquietudine.
Il senso del dovere, l'attaccamento alla Patria prevalsero, nonostante tutto, in chi fu chiamato alle armi. Sappiamo quel che accadde: tre anni durissimi di guerra sui vari fronti; poi, la tragedia dell'8 settembre.
Non posso impedirmi, ancora una volta, di ribadire la mia ferma e profonda convinzione che quel giorno -  il giorno del disonore - segnò anche l'inizio del riscatto, del soprassalto di dignità del popolo italiano. Per questo, ripeto, l'8 settembre non è la data della morte della Patria.
So che il Centro Calamandrei, con le sue iniziative, costituisce un polo d'attrazione per molti giovani. Di loro, soprattutto, abbiate cura; aiutateli a conoscere e ad amare la nostra storia; anche nelle sue pagine più dolorose.
Le celebrazioni odierne sono una straordinaria occasione per riannodare i fili della memoria, perché nulla del nostro patrimonio di sacrifici, di eroismi e di scelte coraggiose, ma anche di errori, di compromessi, di viltà grandi e piccole, vada perduto.
Ma non si esaurisce qui l'azione formativa svolta dal "Calamandrei". Il premio che oggi viene assegnato va a due personalità esemplari per ideali, valori e virtù civiche; espressione di un'Italia consapevole di sé, della sua storia, della sua cultura, delle sue tradizioni. Quell'Italia che Calamandrei amò profondamente; che onorò con il suo impegno di studioso, di militante, di uomo. Franzo Grande Stevens e Giorgio Ruffolo onorano, a loro volta, il nome di Piero Calamandrei.
A entrambi desidero manifestare il mio vivo compiacimento, insieme con la rinnovata espressione della mia profonda stima.
A tutti, il mio saluto affettuoso.
Carlo Azeglio Ciampi

Roma, 23 aprile 2010

Caro Berti,

desidero innanzitutto ringraziare Lei personalmente e per il Suo tramite il Centro Calamandrei di Jesi, dal quale mi è giunta la gradita proposta di assumerne la presidenza onoraria. Proposta che accolgo con grandissimo piacere e altrettanta emozione. Commosso e onorato di succedere a Sandro Galante Garrone: figura esemplare di militante civile di cui,come molti, avverto con intensità l'assenza; amico caro  del quale mi mancano il calore, la saggezza, ma anche lo spirito indomito delle battaglie giovanili che fino all'ultimo giorno lo ha animato.
Sono onorato di assumere questo incarico pur consapevole che, data l'età e le limitazioni che essa m'impone, il mio contributo attivo al Centro Calamandrei sarà più che modesto. Grande, invece, è sin da ora la partecipazione ideale, la vicinanza  spirituale. E' l'affinità che nasce da una comunanza di sentimenti, di aspirazioni, lungo una linea che si dipana dal  primo al secondo Risorgimento e, giù, giù fino a un moto dell'anima, a una sete di conoscenza della nostra storia. Lo stesso impulso che spinge numerosi i giovani a partecipare alle iniziative del "Calamandrei"; desiderosi di apprendere storie e vicende di uomini e di donne molto diversi tra loro, ma accomunati da uno stesso ideale: una Italia unita; una Italia libera dall'oppressione della dittatura e dell'invasore; una Italia democratica e repubblicana.            
Quest'anno saranno sessantacinque gli anni trascorsi da quella luminosa giornata che sancì la ritrovata libertà dell'Italia, finalmente riunita. Riflettiamo insieme sul significato pieno di questa data, sulla portata degli eventi che essa ricorda: in quella giornata gli Italiani sottoscrissero anche la scelta in favore dell'unità della Nazione; fu quasi un rinnovare tacito della volontà che altri italiani avevano espresso al termine delle lotte del Risorgimento. Per un anno l'Italia era stata spaccata in due parti; se tale condizione fosse stata condivisa dal sentimento popolare, era quella l'occasione per sancirla definitivamente. Così non fu.
Quella "festa grande di aprile" celebrava, celebra, un' Italia che si ritrovava libera e intera, dalle Alpi al  Mediterraneo: è bello e giusto che oggi insieme, giovani e meno giovani, siate riuniti per ricordare, per riflettere, per guardare avanti. 
Mi piace pensare che il teatro dove questa sera va in scena Festa grande sia gremito,  proprio come si prefigurava Franco Antonicelli, di "un pubblico popolare; cioè un pubblico al quale le cose che rievoco stanno a cuore ". 
Franco Antonicelli seppe trattare, come pochi, le cose "che stavano a cuore" agli uomini e alle donne ai quali si rivolgeva; come pochi seppe trovare le parole giuste; giuste, prima di tutto, perché sincere, sentite,vissute. 
In proposito, conservo il ricordo di un discorso che Antonicelli tenne a Livorno nel 1967, per l'inaugurazione della Biblioteca dei Portuali. Più che del contenuto ho viva la memoria dell'immediatezza, della sincerità con le quali si rivolse al suo pubblico; del suo rispetto per i lavoratori, non attenzione opportunistica, ancor meno benevolenza annoiata dell'intellettuale dispensatore di "verità". Antonicelli quel giorno trovò  argomenti e accenti che stavano realmente a cuore a quegli uomini e lo fece parlando di libri; chiedendosi e chiedendo "che cosa può avere nella sua biblioteca una categoria di lavoratori del porto che deve diventare come ogni altro cittadino una possibile categoria dirigente? Cosa deve leggere un portuale che non vuol leggere soltanto così per diventare un pochino più colto?... Faccio solo degli esempi; e vi consiglio un libro semplicemente per una ragione: perché l'Italia è un paese dove il maggior pericolo , il maggior danno sempre presente è il conformismo". 
Carissimi amici del "Calamandrei" se quel pericolo è realmente sempre presente, e personalmente credo lo sia, è indispensabile esercitare costantemente il discernimento; il senso critico: facoltà da educare, da coltivare ad ogni età, in ogni stagione  della vita, con lo studio, le letture, la partecipazione,  il confronto . In breve, con la cultura,  se siamo convinti, con Herman Hesse - è lo stesso Antonicelli a segnalarcelo - che "la cultura ..presuppone qualcosa da coltivare: cioè un carattere, una personalità; il suo scopo, infatti, non è lo sviluppo di singole facoltà o rendimenti, ma essa ci aiuta a dare un senso alla nostra vita, a interpretare il passato, ad aprirci al futuro con coraggiosa prontezza".
Facciamo intimamente nostra questa proposizione; come la fecero loro "i nostri maggiori": Piero Calamandrei e Sandro Galante Garrone. 
Grazie ancora e un abbraccio affettuoso a tutti. 

 

Carlo Azeglio Ciampi

 

 

 

 

 

Roma, 23 maggio 2009

Al Centro Studi Piero Calamandrei

Desidero prima di ogni altra cosa scusarmi con tutti voi per non essere presente a ritirare di persona il  Premio che il Centro Studi Calamandrei  ha voluto conferirmi.
L'anagrafe mi impone una condotta prudente alla quale non sempre mi è facile attenermi: per questa occasione avevo progettato una trasgressione, progetto sfumato a causa dell' imprevista quanto precoce canicola.
Il mio rammarico per la forzata assenza è accresciuto dal fatto che la manifestazione di oggi si svolge nel nome di Alessandro Galante Garrone, il galantuomo di cui mi onoro di essere stato amico e del quale sento, acuta, la mancanza. Avverto ancora il senso di vuoto di quella grigia giornata d'autunno in cui nella Sua Torino lo salutai per l'ultima volta.
Sandro era, come Lui stesso si definiva, uomo del Risorgimento, allo stesso modo in cui lo era Piero Calamandrei. Mi piace pensare che oggi, ancora una volta, i loro due nomi siano accostati sullo sfondo degli ideali e dei valori che permearono le loro esistenze: libertà e giustizia; democrazia e uguaglianza; etica della responsabilità.
La condizione anagrafica, la stessa che mi impedisce di essere questa mattina con voi, mi porta sempre più spesso a ricercare voci e presenze del passato, non saprei dire se per ritrovare lo spirito degli anni giovanili o per contrastare la pesantezza di un presente asfittico.
Senza sistematicità, molto casualmente, mi capita di riprendere in mano qualche vecchio scritto: frequentazioni letterarie, storiche, politiche di anni lontani. Molte di queste sono le voci di coloro che anch'io posso dire di considerare tra "i miei maggiori": da Ruffini a Calogero, da Salvatorelli a De Ruggiero, da Omodeo a Calamandrei, fino al quasi coetaneo Galante Garrone. Quale che sia l'argomento da essi specificamente affrontato, mi scopro sempre a sorprendermi nel rintracciare quell'unico, solido filo che costituisce la trama della nostra storia, dal Risorgimento alla Costituzione repubblicana, passando per la lotta di liberazione.
Sono uomini, questi, che per formazione, cultura, sensibilità erano animati dallo spirito e dagli ideali del Risorgimento; ideali coltivati e perseguiti con tenacia e coraggio attraverso gli anni bui del fascismo, riaffermati con vigore, di pensiero e di azione nella Resistenza e nella passione edificatrice della Repubblica.
Era quella la passione di chi sa che sta prendendo in mano il proprio futuro. La consapevolezza che era finalmente arrivata l'ora di operare, in prima persona, ciascuno dando il proprio contributo, per la costruzione di una società di uomini liberi e uguali, sembrò metterci le ali. Riascoltiamo insieme come Piero Calamandrei, per un pubblico di giovani, rievocava quei momenti.
"Io mi ricordo... il 2 giugno 1946. Questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori, di caos, la guerra civile, le lotte, le guerre, gli incendi. Andò, a votare. .... File di gente davanti alle sezioni, disciplinata e lieta, e lieta perché aveva la sensazione di aver ritrovato la propria dignità. Questo dare il voto; questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità; questo essere padroni di noi stessi, del proprio Paese, del nostro Paese, della nostra Patria, della nostra terra;disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro Paese".
E' un  sentimento di pienezza che trova eco in Salvatorelli.
"La nazione italiana, unità associata come non mai, inizia lo stadio di preparazione immediata di quella costituente, per la quale il nostro popolo, secondo il programma di Mazzini finalmente attuato, costruirà a se stessa, con libertà e potestà intere, gli istituti politici della nuova vita italiana"
Anche oggi, riuniti in questo Teatro, ci sono numerosi giovani; ragazze e ragazzi che tra poco più di un mese affronteranno l'esame di maturità. E' un passaggio che resta importante nella vita di ciascuno, perché segna a suo modo uno spartiacque: si apre la stagione in cui si compiono scelte con le quali si indirizza il proprio futuro. E' un momento di svolta; si comincia a prendere in mano la propria vita, a essere "padroni di se stessi", per dirla con Calamandrei.
E' a voi, carissimi giovani, che oggi voglio, in particolare, rivolgermi.
Consentitemi, da nonno, seguendo lo stesso impulso affettuoso riservato alle mie nipoti, di invitarvi a "spodestare" gli adulti. Agli adulti dico: "Siate tranquilli, non sto istigando i vostri figli alla ribellione!" La mia esortazione, cari giovani, non significa disconoscere o disprezzare quanto fin qui è stato fatto da noi, il mio è l'invito a raccogliere il testimone e ad andare avanti.
Nella fase storica che stiamo attraversando - il passaggio epocale in cui ci ha precipitati la crisi, economica e non solo - scorgo per molti aspetti analogie con quella evocata dalle parole di  Calamandrei e di Salvatorelli.
Anche oggi c'è un passato, una "vecchia vita" che ci stiamo - siamo obbligati - a metterci alle spalle; la nuova è in buona misura da reinventare. Di questa azione gli artefici non potete che essere voi, seppure non nell'immediato. Ma a questo compito dovete cominciare a preparavi fin da ora; dovete attrezzarvi adeguatamente per essere gli architetti del mondo di domani. Nella vostra cassetta degli attrezzi dovete mettere etica, cultura, conoscenza della storia, memoria del passato, quello dell'Italia e quello dell'Europa, ché i due sono strettamente intrecciati.
Non dimenticate, infatti, che siete cittadini europei, nati in Italia. Alla più ampia Patria europea indirizzate il vostro impegno e la vostra volontà; sappiate volgere all'Europa unita la vostra intelligenza e, soprattutto, il vostro cuore.
Il cuore serve. Non c'è progetto, non c'è disegno, per illuminato e ardito che sia, in grado di "vivere" se non è sorretto dalla passione; se ciò che l'intelligenza concepisce non è vivificato dal cuore. Che possiate sempre sentire in voi questa forza ideale.
In questa giornata che vi vede riuniti nel nome di Calamandrei e di Galante Garrone, permettetemi, nel loro nome, di congedarmi da voi con l'esortazione a coltivare sempre il valore supremo della "dignità", come individui e come collettività. Questo è anche l'augurio che vi rivolgo con affettuosa, paterna sollecitudine.
A tutti un grazie di cuore. In particolare al Centro Studi Calamandrei di Jesi, affidato alle cure e alla passione civile del suo Presidente, Gianfranco Berti, a Silvia Calamandrei, custode di preziose memorie, che ne è intelligente e fattiva animatrice.
A Giovanna Galante Garrone un pensiero grato per la Sua significativa presenza a questa manifestazione.
A Miti Galante Garrone, in ricordo degli incontri a quattro nella Sua bella casa torinese, l'abbraccio affettuoso di mia moglie e mio.

Carlo Azeglio Ciampi