Home Eventi Teatro & Cinema Onafifetti - parolepotere 3

 


Il Centro Studi P.Calamandrei

presenta

da una idea di Gian Franco Berti
PAROLEPOTERE
un secolo e mezzo di storia di vinti

raccontato da
Chiara Caimmi
e dagli
Onafifetti Giovanni Filosa, Piergiorgio Memè e Mario Sardella
scenografia di
Ilaria Sebastianelli

drammaturgia e regia di
Simone Guerro

grafica di  Francesca Tilio

 

 


Click to download in FLV format (45.36MB)

 

PAROLEPOTERE si avvale di un montaggio ruvido e in apparenza assurdo, immagini di benessere e di disperazione, di allegra cecità e nostalgica commiserazione. In scena due poli opposti: l'isolamento di una giovane donna e la patetica allegria di un gruppo di anziani.

Questo scontro è mediato dalle parole dei grandi "vinti" della storia della nostra nazione: Gramsci, Foa, Settembrini, i martiri della resistenza. Cosi come loro scrivevano dal carcere, la ragazza guarda il pubblico dalla reclusione nella sua stanza senza pareti, libera di una libertà che la uccide

 

Il Centro Studi Piero Calamandrei di Jesi ha introdotto da alcuni anni nella propria azione culturale il Teatro e i risultati, sostenuti inizialmente dal consenso dei concittadini e dal pubblico delle Marche,   si  stanno proiettano gradualmente sul territorio nazionale  grazie ad una drammaturgia originale, centrata principalmente su temi di interesse sociale. La fiducia accordata dal presidente Gianfranco Berti a giovani di talento, la capacità di creare una rete fra teatri storici, ridanno vigore e speranza a tanti appassionati operatori  di un  settore che, in questi tempi  di crisi, è particolarmente penalizzato dall'indifferenza e supponenza della politica.

 

GLI INTERPRETI

Chiara Caimmi è la giovane donna. Anconetana, sin dall'adolescenza si interessa di musical e teatro fisico. Dal 2005 prende parte ad incontri di training attoriale e contact improvisation organizzati dall’Associazione Teatro Terra di Nessuno di Ancona ed entra a far parte della compagnia come attrice e danzatrice interpretando Exabrupto, Frattali, Storie di sabbia e di rabbia, con  la regia di Javier Cura. Si specializza nello studio della contact improvisation seguendo corsi e laboratori in particolare con Javier Cura e K.J. Holmes. E’ ammessa ad IFA-Inteatro Festival Academy 2008 e qui segue workshop di Nicola Humpel, Michele Abbondanza, Maria Donata D’Urso, Big Art Group e Benjamin Verdonk; prende parte all’Inteatro Festival 2008 nella sezione "Lavori Pubblici"  creando la performance Cari(ll)on in collaborazione con Valeria Mastropasqua. E’ performer in Napoli. Primo passo nelle città di sotto della compagnia Muta Imago per il Napoli Teatro Festival Italia 2009.

Attualmente gestisce con l’Associazione Teatro Terra di Nessuno il centro artistico-culturale SopPalco di Castelfidardo. Collabora  come interprete con le compagnie Muta Imago (Madeleine) e OHT (Delirious New York.

 

Gli Onafifetti interpretano i tre uomini anziani che "pascolano" in scena  sull'erba sintetica. Il gruppo storico, fondato nel '68 da quattro scapestrati giovanissimi, Giovanni Filosa, Piergiorgio Memè e Mario Sardella ( Carlo Javarone è scomparso recentemente) rimane coeso e attivo fra teatri e cabaret fino ad oggi,  sempre nel solco della satira sociale e politica. Sono gli stessi scapestrati di allora, non più giovanissimi ma carichi di esperienze meravigliose: dalle  frequentazioni con Fabrizio De Andrè e i Gufi, alle esibizioni al Bagaglino di Roma, ai palcoscenici di tutta Italia e trasmettono via via al pubblico divertimento e riflessione ad ogni occasione d'incontro.  Tanti gli spettacoli di canzoni politiche e di protesta, tra cui Per chi c'era e per chi non c'era, E adesso che ci siamo tutti. A cadenza triennale, dal '90 mettono in scena per il Pergolesi di Jesi  Al Comune mezzo gaudio,  Jesi ridens,  Non si sa mai e Sotto a chi tocca. Tra agli spettacoli più recenti Enduring kabarett nel 2003 per l’ "Altstatdfest a Waiblingen  in Germania dove ottengono uno straordinario successo di pubblico e critica. Nel 2008 festeggiano i 40 anni della loro storia con Si volta pagina. Negli ultimi tre anni partecipano alle celebrazioni per il 150° dell'Unità d'talia con spettacoli sulla resistenza. Al Memorial Galante Garrone presentano La festa grande di Aprile con repliche a Cuneo, Senigallia e Torino. Tanti i premi  in carriera, tra cui Il Gufo d'oro, la Bombetta d'argento e tra i più prestigiosi,  il premio Internazionale Federichino d'oro per il cabaret.

Per saperne di più: www .onafifetti.it

 

IL REGISTA

Simone Guerro è il regista. Ventiseienne,  nato a Chiaravalle, subito dopo aver conseguito la maturità scientifica, sceglie senza esitazioni la strada del teatro. Frequenta i corsi di teatro all'Università La Sapienza di Roma, i laboratori permanenti sul metodo Strasberg al Duse, condotti da Francesca De Sapio e Vito Vinci.  Si forma al mestiere di attore con Michail Znaniecki, Mauro Maggioni, Roberto Giannini e Pepe Robledo. Segue i laboratori Gaston Troian sulle Tecniche del Clown, frequenta i corsi estivi della compagnia Milon Mela, di Abani Biswas (danza Baul, Chow, danze marziali-Kalaripayattu, danza Gotipua), suona e compone musiche nel gruppo Rock-Progressive “Behind the Scenes” con il quale ha inciso il CD The Wizard Garden che ha ispirato la scrittura del testo teatrale Il giardino del mago di Serena Maffia.

Instancabile, in pochi anni consegue esperienze differenziate ma convergenti: da attore interpreta  Metastasiana, Sogno di una notte di mezza estate, Borghese Gentiluomo e Mandragora (Festival delle Nazioni - Città di Castello) con la regia di Michail Znaniecki; Agave, regia di Daniele Boria; Musiche Per Un Treno a Vapore, regia di Roberto Recchia; Morfina Ultima Dea, regia di Serena Maffia; La Brocca Abbandonata, regia di Corrado Mangani; Una Storia Per Tutte Le Tasche, regia di Wanda di Maio; Enrico V, regia di Pippo Del Bono.

E' il mimo in Ape Musicale, regia di Michail Znaniecki; è il performer in Ascanio In Alba, sempre con la regia di Michail Znaniecki,  in Arch Of Noah, realizzata da YEN a Yerevan (Armenia)  e in Il lavoro Minorile Nella Pesca Murami, regia di Rossella Viti.

 

In qualità di autore scrive il soggetto de Il Giardino Del Mago ed è il regista dello spettacolo Come i Kamikaze di cui scrive anche soggetto e sceneggiatura. I suoi interessi professionali si orientano sempre più nel sociale e alla sensibilizzazione culturale nelle scuole. Ha svolto laboratori per le insegnanti di scuole materne per 
l’ETI a Roma ed è Operatore Teatrale della  Rassegna Nazionale di Teatro Scuola organizzata dall’ ATG di SerraSanQuirico
(AN).

 

www.centropierocalamandrei.it. Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 


parolepotere 

" Noi tutto dobbiamo rifare, dalle case alle ferrovie, dai porti alle centrali elettriche, dall'industria ai campi di grano. Ma soprattutto, vedete, dobbiamo fare noi stessi. E' la premessa per tutto il resto".
Giacompo Ulivi, martire della Resistenza morto a 19 anni

Un montaggio ruvido e in apparenza assurdo di immagini di benessere e di disperazione, di allegra cecità e nostalgica commiserazione. In scena due poli opposti. L'isolamento di una ragazza giovane e la meschina allegria di un gruppo di anziani. Questo scontro è mediato dalle parole dei grandi "vinti" della storia della nostra nazione: Gramsci, Foa, Settembrini, i martiri della resistenza. Come loro scrivevano dal carcere, la giovane ragazza guarda il pubblico della reclusione nella sua stanza senza pareti, libera di una libertà che la uccide. I tre uomini, di due generazioni più grandi, pascolano tutt'intorno, in un prato di erba sintetica, cantando canzoni di protesta, celebrando sè stessi senza aver mai combattuto, ignorando la sofferenza che pur sta sotto i loro occhi.

Convivere senza parlarsi, ignorarsi nonostante l'imminenza del disastro.

A 150 anni dall'unità della nostra nazione, la vera unità è ancora da fare: quella delle persone





 


foto di Adriana Argalia

 


da "Primapagina"

 

 

PAROLEPOTERE, L’ITALIA STRANIERA IN PATRIA

L’Italia ha festeggiato i centocinquant’anni della propria Unità o della propria Fondazione? Perché per essere davvero nazione occorre essere soprattutto popolo, non solo terra o confini, espressione geografica, diplomazia. L’Italia che divenne una nel 1861 dovette attendere ancora prima di avere una capitale degna del proprio passato e, soprattutto,  un popolo degno degli ideali nel Risorgimento. L’hanno chiamata sulla scena mondiale patrioti lombardi, veneti, emiliani, poi l’hanno lasciata lì, al caso del primo offerente demagogo: poco più di un feudo governato da una dinastia franco-piemontese. Cosa ne era della bella idea di Mazzini? Della vagheggiata Giovine Italia, della repubblicana, libera, affratellata, nazione? Poco meno che niente. Parolepotere ha disegnato questa figura en attendant, l’ha immaginata coi suo colori e i suoi dolori. Ha vestito Chiara Caimmi, l’attrice protagonista, di bianco rosso e verde. Sembrava di vedere un ritratto ottocentesco di giovane popolana danzare in scena come una debuttante al ballo. Un dipinto rubato di Hayez. Nata a Reggio Emilia, issata a Milano, poco certa di sé ma ardente di vestire tutti gli italiani: dalla terra dei Vespri a Trento e Trieste. La ‘bella popolana’ non sa però dove si trova. L’hanno messa su un piedistallo, sopra un palcoscenico/trono, da lì palesa tutta la sua paura e la curiosità delle vergine. E’ libera ma stranamente sola. Il popolo che la chiamava a gran voce... Dov’è? Dove sono finiti tutti? Ha voglia di dimenticare chi l’ha presa con la forza, quegli uomini lontani con facce straniere, elmi, spade, idee altrui. E’ libera. Libera, finalmente. “Mantenete le promesse, italiani: dateci la vera libertà, la democrazia, il lavoro, la speranza in un futuro migliore”. Ma gli italiani, si sa, latinano. Mancano come il respiro al vento del deserto.  L’Italia nel suo primo secolo di vita trova accanto a sé solo la desolazione. Le canzoni che la accompagnano sono cantate da strani e curiosi esseri, improbabili. Gli Onafifetti. Cabarettisti. Comprimari sparsi in parole e musica che in scena dipingono con grande maestria schizzi di personaggi strampalati. L’Italia è derubata degli ideali. Viene sorseggiata, doveva essere amata. Sono occorse tre guerre d’indipendenza per distinguere il Chianti dal Barbaresco? Gli italiani delle Cinque Giornate si stanno ritrovando a Rimini per sciogliersi al sole? Non issano più bandiere ma ombrelloni? Non ascoltano più Verdi ma Al Bano. Due schieramenti senza arte né parte si scambiano battute di tennis appoggiati sulle quinte, probabilmente non saprebbero che fare altrimenti. Eppure provano. Provano. Gran brutta cosa, la noia? L’Italia è nel mezzo: la colpiscono. Lei tenta di difendersi. La colpiscono di nuovo. Non se ne accorge più, è abituata. Tristezze di tutti i giorni, di tutti i secoli. La dittatura, l’asservimento, un nuovo potere ha ripreso a logorarla. Il perpetuarsi della tirannia. Non sono più austriaci anche se hanno anche loro aquile negli stemmi. Ecco le nuove voci, allora. Nuovi oppressi sorgono, riprendono a urlare. Si riprende a combattere. “Dobbiamo debellare gli asservitori di idee, chi vuole costringere al silenzio. Siamo vinti in una terra di perdenti, Non arrendiamoci mai”. Scrivono per liberarsi i polsi. Mordono le assi del carcere per soddisfare la fame di libertà. Luigi Settembrini, Antonio Gramsci, Vittorio Foa, Alcide De Gasperi: come suona strano, oggi, che questi uomini siano stati prigionieri. Che siano stati costretti a pronunciare parole potenti quando il potere li opprimeva. Sono stati pure in punto di morte. Le parole lacerano il buio, nel Pergolesi, sono scandite come anni su uno schermo cinematografico. Capiamo che le nostre sedie traballano nel buio. Simone Guerro, il regista, ci fa sentire come nel parlatorio di un carcere. I detenuti si confessano. Noi ascoltiamo con levità, sono parole di morti, dopotutto. Non possono far così male.“Siamo un popolo fortunato, in fondo.”, ci sorprendiamo a pensare. Quelle urla non le sentiremo più. Ci è bastato impararle dai nostri padri. Che, con l’affanno dei loro anni, ci fanno sperare che l’epoca delle barbarie, quando il pensiero non era, non tornerà.

Stefano Cerioni *

 

(*)  L'autore, milanese di ascendenze jesine, lavora nell’Università di Bologna ed è autore televisivo  Mediaset


 

 

L'Italia si commuove davanti alla televisione guardando la fiction di Borsellino e poi continua ad insultare i magistrati. L'Italia ha il coraggio di rimpiangere persino Mussolini. L'Italia vive ancora sulla fama degli antichi romani. La "parte adulta e intellettuale" del popolo italiano (gli uomini e le donne che dovrebbero essere di esempio, i cinquantenni e sessantenni, gli unici che in Italia hanno incarichi decisionali all'interno di aziende e istituzioni)  è fermo, emotivamente e fisicamente. Lo tiene in vita una malattia: la nostalgia. Un indefinito stato psicologico di tristezza e rimpianto per quello che (forse) era una volta. (Oltre, ovviamente, all'opportunismo)Anche il modo di vedere il futuro è nostalgico: meglio non cambiare niente, meglio non perdere niente. Una nostalgia che non è motore per ritrovare qualcosa di importante che si è perso, ma un sedativo romantico, lacrimevole e maledettamente falso dietro cui si nasconde la pigrizia di un popolo che ha ancora sviluppato neanche la minima consapevolezza di sè. Ecco perché i tre vecchi sul palco vanno al mare recitando parole di Settembrini. Sono convinti che tutto sia già stato combattuto che non siano chiamati più ad alcuna responsabilità. Una volta che, sotto il sole, coperti da ombrellone e occhiali, hanno ricordato qualche parola lontana (attività prediletta da assessori, ministri e presidenti) continuano a non far niente, nonostante l'imminenza del disastro sia palese a tutti (l'altra attrice sul palco). E' a questo punto che ascoltano Nostalgia Canaglia: per esorcizzare i loro sensi di colpa e confermare ulteriormente la legittimità del loro non agire-sentire-vivere.



foto di Adriana Argalia

 

 


 

da "La Voce della Vallesina" del 5 febbraio 2012

 

LE PAROLE COME SCULTURE: 
IL DRAMMA DEI VINTI AL PERGOLESI

Sabato 14 gennaio, davanti a un Pergolesi gremito in ogni ordine di posti, è andato in scena ParolePotere.  Lo spettacolo, diciamolo subito, ci è piaciuto ed è piaciuto al pubblico. Nonostante non si possa parlare di piacevolezza, dato il tema affrontato e la sofferenza raccontata.  Le parole spesso sono povere, ma mai  come stavolta diventano ricche se a pronunciarle sono le anime dei vinti. Non vinti qualunque. Vinti che il passare del tempo ha reso vincitori. Uomini che hanno scritto la storia nel momento in cui la storia li stava sconfiggendo. Le parole di Giovanni Verga, lette all’inizio dal regista Simone Guerro, le hanno preannunciate: sono le asserzioni, le urla nel silenzio di prigionieri politici come Luigi Settembrini, Antonio Gramsci, Vittorio Foa, Alcide De Gasperi. Uomini che sono vissuti al tempo del pensiero unico, quando a esprimersi erano le bottiglie di olio o la semplice protervia del potere che non lasciava speranza a chi vi si contrapponeva. Le parole sono forti, decise: recano la sventura dei tempi e preannunciano tempesta. Più ancora suggestiva, però, è la cornice del quadro: tre piccoli uomini vestiti di nero che cantano, nel frattempo, le indecisioni degli italiani, il loro bearsi nel nulla, l’agiato trascorrere di ore oziose davanti a un bicchiere di vino di troppo, a ricordi dimenticati, a partire a tennis scambiate da quinta a quinta. La persona che vi trova in mezzo, però, non è il pubblico. Protagonista indiscussa è l’Italia. La giovane attrice Chiara Caimmi è vestita di bianco, rosso e verde. Rappresenta l’Italia, la stessa che probabilmente desideravano i poeti risorgimentali e per cui i patrioti sono caduti. E’ bella, desiderosa di vivere.  Perennemente alla ricerca di chi la renda veramente libera. Manca ancora qualche dettaglio, al completamento del quadro. Gli italiani hanno il lavoro da conquistare, la democrazia non è compiuta. Monarchia prima e ancor più il fascismo dopo l’hanno relegata a un ruolo marginale, quasi fosse un confetto venduto a un matrimonio di comodo.  Eppure la libertà è la meta cui aspiravano i combattenti dell’Ottocento. La libertà sola dà la felicità, o la possibilità di realizzarla. Come si può cantare rinchiusi in una gabbia, avvolti da un velo grigio, impossibilitati a esprimere qualcosa di più di un sempre uguale e monotono cinguettio? La gente in platea e nei palchi ascolta e guarda attenta lo svolgersi dei temi, che assumono maggiore rilevanza sullo sfondo delle canzoni. La leggera e ironica allegria degli italiani non riesce però a fare da contrappeso alle espressioni dure dei prigionieri. Sembrano voci urlate dallo stomaco della terra, che giungono in superficie solo quando tacciono i refrain. Ricordiamo ai nostri nipoti che sono esistiti grandi uomini che sono stati privati della facoltà di parlare. Che quanto più è grande e appassionante l’idea che si esprime, tanto più è feroce e brutale chi la vorrebbe reprimere. Noi non vivremo le segrete di Ventotene, il carcere o l’esilio in terre straniera. La nostra Italia ora è finalmente libera. La scommessa, però, sta dalla parte dei giovani: dovranno ricordare che per lasciar parlare noi, molte libertà hanno dovuto piangere silenziosamente.
Stefano Cerioni


 

parolepotere / continua