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Le requisitorie del procuratore del Re

Paolo Borgna

 

A colpirci sono soprattutto le loro professioni.

Ci colpiscono, e quasi ci inteneriscono, le professioni degli uomini che riemergono e si affacciano dagli atti processuali, di oltre un secolo fa, che il Centro studi Piero Calamandrei di Jesi ha deciso di pubblicare con questo opuscolo. Le professioni degli imputati, anarchici e socialisti, diligentemente annotate nella intestazione di questi atti della pubblica accusa. La maggior parte, “giornalieri”; vale a dire, manovali a giornata, i precari dell’epoca. Molti facchini, qualche operaio, alcuni commessi di bottega, portieri, macellai, lattai. Ma anche, inaspettatamente, un brigadiere e due guardie daziarie. Soprattutto, un’infinità di piccoli artigiani, rappresentanti di mille mestieri, alcuni assai umili, altri di grande perizia; mestieri a volte oggi scomparsi o assorbiti da attività produttive industriali: scalpellini, caffettieri, calzolai, barbieri, falegnami, fornai, sarti, ottonai, orefici.

Che diversità dai tanti laureati, dagli universitari figli della borghesia sedicente colta, dai pochi operai arrabbiati, frutti impazziti del conflitto della grande fabbrica del nord che, ottanta anni dopo, avrebbero affollato i processi al terrorismo dei nostri anni di piombo! Sono mondi diversi. Sovversivismi, già solo per questo, incompatibili, con radici di classe quasi opposte.

Quell’elenco di professioni ci racconta i volti dei protagonisti di quei processi politici, quasi più delle requisitorie che ne descrivono le condotte, le loro piccole gesta di rivoluzionari molto romantici e poco violenti. Leggiamo i loro mestieri e ci pare di intravedere, come in un dipinto di Pelizza da Volpedo, i loro volti bruciati dal sole dei campi, i loro cappelli dei giorni di festa portati con fierezza durante i cortei, le mani indurite dal lavoro (“le man callose ed il volto abbronzato”, diceva un verso di una delle loro canzoni).

Sono una folla di lavoratori della terra, di artigiani delle botteghe; uomini che, come leggiamo in una delle requisitorie pubblicate, si spostano da una città all’altra portando con sé la cassetta degli attrezzi del proprio lavoro. Sono loro le classi presso cui maggiormente si propagano, negli anni a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, la fiamma della fiaccola anarchica e il sogno di una nuova umanità e, poco dopo – fratello e allo stesso tempo antagonista del verbo libertario – il messaggio del socialismo rivoluzionario e di una lotta di classe che prometteva di abbattere la borghesia capitalista per costruire “un mondo di fratelli, di pace e di lavor”.

 

Gli atti di accusa (requisitorie istruttorie e due atti di appello contro sentenze di assoluzione del giudice) di un solerte procuratore del Re in una provincia, quella di Ancona, dove particolarmente aveva attecchito il sovversivismo dapprima repubblicano e poi libertario e socialista, provengono al Centro studi Calamandrei di Jesi, tramite Giulio Bena, dalle carte di Franco Antonicelli, letterato raffinato, editore artigianale, organizzatore culturale, nel 1945 presidente del Comitato di Liberazione Nazionale del Piemonte e, tra gli anni ’60 e ’70, senatore della Repubblica. Non ci è dato sapere perché Antonicelli avesse raccolto questi atti giudiziari, tutti della Procura di Ancona, scritti da un unico magistrato (il procuratore capo Antonio Coppola) e relativi ad eventi politici che vanno dal 1895 (tre anni dopo la fondazione a Genova del Partito socialista) al marzo 1901 (pochi mesi dopo il regicidio a Monza di Umberto I). Certamente, lo spinse l’interesse storico per una materia – gli albori del socialismo e la sua antica parentela con il libertarismo di ispirazione bakuniniana, così distante dai regimi autoritari che nei decenni successivi del ’900 incarnarono il “socialismo reale” – che non poteva non sollecitare la sua curiosità di intellettuale a tutto campo. Forse, Antonicelli accarezzava il progetto di una pubblicazione, non andato in porto. Meno probabilmente, lo mosse l’interesse giuridico per l’utilizzo, nell’Italia post-unitaria, di quello strano strumento che è il reato associativo politico: un vecchio arnese molto utilizzato nell’Italia monarchica (già in quella liberale, molto più in quella fascista), assai desueto nei primi decenni della Repubblica (quelli in cui Antonicelli raccoglieva queste requisitorie); infine riscoperto e rinato a nuova vita dopo l’assalto terroristico degli anni Settanta. Proprio quest’ultimo motivo dà a noi un interesse nuovo per queste requisitorie ultracentenarie: che si aggiunge a quello di natura squisitamente storica. Perché il tipo di utilizzo del reato associativo fatto dai pubblici ministeri in quegli anni – in un’epoca, non dimentichiamolo, in cui il procuratore del Re dipendeva strettamente dall’esecutivo – ci parla di un’altra Italia, di una civiltà giuridica assai diversa. Ma, proprio raccontandoci gli errori del passato, questi antichi atti di accusa ci ricordano quanto sia sdrucciolevole, non solo in campo politico, il sentiero del ricorso al reato di associazione quando non sia accompagnato dalla contestazione di specifici fatti di reato che costituiscano l’esecuzione del programma del sodalizio criminale. E’, questa, una strada a cui non si può rinunciare a priori: perché può servire a farci scorgere e fotografare condotte pericolose non altrimenti perseguibili. Ma la penna e l’elegante italiano dell’indomito procuratore del Re di Ancona paiono oggi volerci rammentare che si tratta di una strada irta di trappole e sempre in bilico verso il rischio di perseguitare modi d’essere e di pensare, più che vere e proprie condotte criminali.

 

Le parole sono le protagoniste di cinque su sei degli atti di accusa del procuratore di Ancona. Parole roboanti di declamazione rivoluzionaria, tratte dal “Manifesto comunista” di Marx ed Engels o dall’Inno dei lavoratori o dai discorsi pronunciati al congresso fondativo del Partito socialista del 1892 e poi riprese e riproposte dagli imputati nelle loro conferenze, scritte sui loro vessilli, pronunciate nei loro conciliaboli. E così, scorrendo le pagine qui pubblicate, troviamo - come elemento di accusa e come esempio di azione idonea ad eccitare “la disobbedienza delle leggi” e “l’odio contro la borghesia” - la pubblica e reiterata affermazione, scritta nel programma socialista, della natura “essenzialmente rivoluzionaria” del partito e la puntigliosa rivendicazione di voler conquistare “i poteri pubblici” e di procedere alla “espropriazione economica  politica della classe dominante … necessariamente con mezzi rivoluzionari”. Esempio straordinario di rivoluzionarismo velleitario e verbale, vera costante, per quasi un secolo, della tradizione della sinistra italiana. Parole: che però, lette con le lenti del codice penale e ben maneggiate dal procuratore del Re, diventano, assai più concretamente, capi di imputazione per associazioni sovversive, motivazioni di richieste di rinvio a giudizio e di condanne. E, a questo punto, pure l’iscrizione, sulla bandiera del circolo “Figli del lavoro”, del celebre motto con cui si chiude il Manifesto di Marx ed Engels – “Proletari di tutti i paesi unitevi!” – diventa prova a carico. E addirittura le parole dell’Inno dei lavoratori di Turati, “suonato dai prevenuti che facevano parte di una fanfara”, diventano strumento di sedizione, che “eccita i lavoratori ad insorgere contro i padroni”: e dunque i musicisti della banda vanno, per ciò solo, rinviati a giudizio. E ugualmente sono prove d’accusa le riunioni fatte su un prato o in un’osteria, in cui “si faceva professione di socialismo” e si affermava “che la proprietà è un furto”; come pure la diffusione di opuscoli in cui “si mettono in rilievo gli agi e gli ozi dei ricchi e le sofferenze dei lavoratori”; o l’aver semplicemente ricevuto, per posta, simili opuscoli da un compagno che li ha spediti da Ginevra. E persino – come si enuncia in una requisitoria contro gli anarchici del circolo “La Nuova Concordia” – l’aver partecipato al corteo funebre di un compagno, innalzando al vento – ci spiega la requisitoria, ma sembrano le parole di una canzone della tradizione libertaria -  un “vessillo rosso e nero sormontato da un piccone”(la cui asta verrà diligentemente sequestrata dalla polizia).

 

A ben vedere, sempre le parole sono protagoniste nella vicenda del barbiere e del falegname anarchici partiti da Ancona per arrivare a Genova e qui accusati da un compagno di fede di aver tramato per attentare alla vita del presidente del tribunale del capoluogo ligure. Per far arrestare i due dalla polizia, sono sufficienti le parole dell’anarchico “pentito”; il quale, a sua volta, riferisce semplici parole: quelle che lui dice di aver afferrato casualmente stando nella stessa stanza dei due amici che confabulavano ed ordivano l’attentato (senza che di questo programma siano indicati modalità, mezzi, circostanze di tempo e di luogo). L’eccesso di zelo della polizia ha un’attenuante: è il marzo del 1901 e l’eco dei colpi di pistola di Gaetano Bresci è ancora nell’aria. Ma questa volta il procuratore del Re ha un sussulto da giurista: accerta, con una rapida istruttoria, che la data in cui, secondo il “pentito”, sarebbe avvenuto il colloquio segreto tra i due accusati è incompatibile con la data del loro arrivo a Genova; e chiede dunque il non luogo a procedere per l’accusa formulata dalla polizia. Ci pare persino di scorgere - nella ruvidezza con cui la chiamata in reità viene inchiodata alle sue contraddizioni -  un guizzo di disgusto morale del procuratore verso il “pentito”: definito “delatore dei suoi compagni” e di cui si sottolinea che, dopo essere stato a sua volta arrestato dalla polizia, ottenne subito dopo, come prezzo della delazione, la liberazione e l’assunzione presso una società di navigazione tedesca, che immediatamente lo imbarcò per l’America.

 

La Storia con la S maiuscola ci viene incontro con la requisitoria del 25 febbraio 1898. E’ l’atto finale di un’istruttoria lampo (conclusa poco più di un mese dopo i fatti) contro centonove imputati arrestati, rimasti impigliati nella rete della polizia fra le migliaia di partecipanti alle sommosse popolari del 19 gennaio 1898 a Senigallia. E’ l’assalto ai forni e ai granai passato alla storia come i “moti del pane” delle Marche. E qui non sono soltanto parole. Qui c’è rabbia di popolo; ci sono nervi scoperti; pale e mazze che si alzano tra la folla e abbattono le porte dei magazzini del principe Ruspoli e di altri signorotti della città; saccheggi e devastazioni; donne del popolo che trascinano per la strada sacchi di grano presi dai palazzi dei signori e portati alle loro umili case; sassi contro la polizia, minacciata e respinta. E, dall’altra parte, dopo tre ore di tumulti, c’è la cavalleria che sopraggiunge da Ancona e un battaglione di fanteria inviato da Pesaro, che caricano la folla, fanno feriti e prigionieri. A metà gennaio il governo Di Rudinì aveva aumentato il prezzo del pane, in conseguenza del rialzo dei costi del trasporto marittimo connesso alla guerra ispano-americana. La reazione popolare è immediata e scocca proprio nelle Marche. Il 17 e il 18 gennaio la rivolta divampa ad Ancona. Il 19 insorge Senigallia (e di questo fatto si occupa la requisitoria qui pubblicata) e con lei Forlì ed altre città romagnole. Nelle settimane seguenti l’incendio si estende ad altre regioni, principalmente del nord Italia. Fino agli 80 morti e 450 feriti caduti sotto i  colpi di cannone sparati in maggio dal generale Bava Beccaris (“il feroce monarchico Bava”, come reciteranno gli stornelli socialisti) contro la folla milanese “che pan domandava”.

I fatti di gennaio avranno un testimone straordinario: gli occhi di un bambino di sette anni che, tornando da scuola, vedrà i feriti delle cariche della cavalleria e gli arrestati portati via in catene. Quel bambino si chiamava Pietro Nenni. E le immagini di quei giorni di fuoco del 1898 lo segneranno per sempre. Determineranno la sua “scelta di vita”, come egli stesso ricorderà ancora pochi mesi prima di morire in un’intervista televisiva (“Davanti a quello spettacolo, ebbi nettissima la sensazione che non avevo bisogno che nessuno mi spiegasse nulla … Io sapevo già con chi ero: ero con gli operai, con quelle donne; e che avrei svolto la mia vita in unione con loro”). Nel 1914, sedici anni dopo i fatti del 1898, quel bambino sarà un giovane dirigente repubblicano. E interpreterà un altro ruolo: insieme all’anarchico Enrico Malatesta sarà il capo della rivolta, sulle barricate della “settimana rossa” di Ancona.

Itri, 12 agosto 2011

 


PRESENTATO AL TEATRO MORICONI IL NUOVO QUADERNO DEL CENTRO STUDI CALAMANDREI
PROCESSI, PENSIERI E AZIONI DEI REATI ASSOCIATIVI

Sabato mattina presso il teatro studio “Moriconi” è stato presentato il quaderno del Centro studi “Piero Calamandrei” intitolato “Processi, pensieri e azioni – Riflessioni sui reati associativi della fine dell’800 ad oggi” e realizzato da Paolo Borgna, Francesca Chiarotto ed Alberto Perduca.
Presenti gli autori, che hanno dato vita ad un avvincente dibattito proprio sul tema dei reati associativi. Ad aprire l’incontro la lettera del presidente onorario del “Calamandrei” nonché ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. [……..]
A rappresentare la Regione, in sostituzione dell’assessore alla cultura, Piero Marcolini, c’era Enzo Giancarli, che ha sottolineato l’importanza della cultura in questo tempo. “Non si può e non si deve mai rinunciare alla cultura. Questo è un evento importante perché raduna voci autorevoli su un tema di grande attualità ed interesse per temi storici  e vivere civile”.
ad introdurre gli interventi dei prestigiosi ospiti, ci hanno pensato gli Onafifetti, che hanno suonato la “Badoglieide”, inno ufficiale del “Calamandrei”. Il magistrato e saggista Paolo Borgna ha fotografato la situazione storica della fine dell’800. “Era un periodo infuocato. – ha spiegato – Le requisitorie presenti nel libro sono l’immagine dell’anarchismo a Jesi e nella provincia. Molti fatti hanno come motivo la nascita del partito socialista, che era visto come la speranza ed andava contro il liberalismo”.
Più storica la relazione di Angelo D’Orsi, docente di storia del pensiero politico dell’università di Torino, che ha esaminato le politiche di azione e repressione in Italia in 150 anni.
A chiudere l’incontro, che ha attirato molte scolaresche, sono stati Alberto Ernesto Perduca, magistrato di Torino e già procuratore alla corte di giustizia de l’Aja, e Mauro Mellini, avvocato, già membro del Consiglio Superiore della Magistratura e fondatore di “Giustiziagiusta”. I due hanno dibattuto sull’evoluzione del codice penale e sulla leggi sul reato associativo.
Giuseppe Papadia
da “La Voce della Vallesina” del 11 dicembre 2011