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sabato 2 febbraio 2013

 

 

Torino: una città dove sono cambiate le parole
Breve storia della sua trasformazione urbana
raccontata da un suo, protagonista

di Fiorenzo Alfieri

 

Quando il sindaco Castellani, nel 2000, andò a Parigi per presentare, con parole e immagini, la città di Torino ai giornalisti specializzati in turismo, si sentì rispondere da una grande firma: «Lei mi ha convinto: da vent’anni, prima di ogni estate, spiego ai miei lettori, interessati a un viaggio in Italia, come si deve fare per tagliar fuori Torino. Le prometto che non lo farò più». Davvero, una città che non c'era! [1]

Se si pensa che durante le vacanze natalizie 2012-13 Torino è stata per il terzo anno consecutivo la città più visitata d'Italia dopo Roma (e quindi prima di Venezia e Firenze!), c'è da chiedersi come una cosa del genere sia potuta accadere.

Il momento di svolta lo possiamo collocare nella seconda metà del 1997 quando, subito dopo la riconferma di Castellani, l'amministrazione comunale si pose seriamente il problema di come reagire alla crisi della FIAT che allora sembrava irreversibile. Qualcuno durante la campagna elettorale si era espresso così: “La prossima amministrazione dovrà gestire nel modo più indolore possibile l'inevitabile declino della città.” Come dire: “Non è possibile immaginare che una città, che per un secolo è vissuta di automobile, possa sopravvivere alla scomparsa di quell'unico modo di produrre ricchezza. Succederà come a Detroit dove la crisi dell'auto ha più che dimezzato la sua popolazione”.

In quella tornata mi fu affidata dal sindaco la delega alla “promozione della città” (comprendente anche turismo, commercio, attività produttive) e perciò proposi di seguire l'esempio di quelle città europee, confrontabili con la nostra, che erano riuscite a reagire alle loro crisi e a cambiare pelle. Città che si erano dotate di un piano strategico, non fatto cadere  dall'alto della politica o della pubblica amministrazione, ma concordato tra i diversi soggetti portatori di responsabilità, e partecipato il più possibile dai cittadini. Avevo seguito da vicino  l'esperienza di Barcellona e anche Castellani conosceva bene il mitico sindaco Pasqual Maragall che per quindici anni era stato alla guida della straordinaria trasformazione di quella città, partita con le Olimpiadi del '92 ma poi continuamente incrementata.  Maragall, che in quel momento aveva concluso il suo incarico e insegnava marketing urbano in una università romana, accettò di fare il presidente del comitato scientifico del nostro piano strategico di Torino e ci mise a disposizione, in funzione di tutor, Enric Truñò che  era stato il suo assessore alle Olimpiadi.

Il 29 maggio del '98 riunimmo nella sala del Consiglio Comunale tutte le componenti attive della città (compresa la FIAT che dimostrò subito molto interesse) e il sindaco annunciò ufficialmente l'avvio della pianificazione strategica.  Maragall, dopo aver dichiarato che Torino aveva tutti i numeri per realizzare un progetto simile a quello della sua città, fece una raccomandazione che produsse qualche brivido: “Non chiedetevi mai, prima di progettare il cambiamento, se ci sono i soldi per realizzarlo. Nelle pubbliche amministrazioni non ci sono mai soldi accumulati da qualche parte che aspettano di essere spesi. I progetti devono nascere dalle esigenze di una comunità e dalla fantasia delle sue componenti attive. I soldi vengono dopo. Quanto più sarete convinti dei vostri progetti, tanto più sarete capaci di trovare le risorse”.  Maragall  voleva dirci in sostanza che un piano strategico deve contenere, prima di ogni altra cosa, le ilusion di una comunità. (Questo bellissimo termine della lingua castigliana è intraducibile in italiano. La sostantivo “illusione” è addirittura il suo contrario: indica una speranza impossibile da realizzarsi mentre ilusion significa innamoramento di un obiettivo del tutto possibile.)

Sotto la guida del sociologo Arnaldo Bagnasco fu realizzata in circa quattro mesi quella “diagnostica” che deve sempre precedere una pianificazione strategica. Poi  sei gruppi di lavoro, corrispondenti alle linee strategiche individuate (internazionalizzazione, area metropolitana, ricerca e formazione, nuova industria, cultura, qualità della vita), presieduti da esperti provenienti dalla società civile e ai quali parteciparono centinaia di persone competenti o comunque interessate, misero a punto le 84 azioni concrete che costituirono alla fine il “menù” del piano.

Durante questo processo maturò la volontà di candidare Torino alle Olimpiadi invernali del 2006; iniziativa che mai prima di allora avrebbe potuto rientrare nelle prospettive di una comunità che da un secolo ruotava esclusivamente intorno a un'industria come quella automobilistica.

Il piano venne co-firmato da tutte le componenti della comunità, nessuna esclusa, il 29 febbraio del 2001. Subito dopo i sottoscrittori diedero vita all'associazione Torino Internazionale per garantire il controllo e l'implementazione del piano. La gittata di quel piano era decennale: 2000-2010. Fortunatamente nel 2006 le Olimpiadi svolsero la funzione di verifica a metà corsa e il centocinquantenario dellUnità d'Italia nel 2011 segnò la conclusione di quella prima fase. Oggi il sindaco Fassino ha voluto rilanciare l'associazione ridenominandola Torino strategica.

Nel 2001 il sindaco Chiamparino mi assegnò la delega alla cultura che mantenni per i dieci anni dei suoi due mandati. Mi fu quindi agevole concretizzare quanto previsto dal piano strategico nel capitolo dedicato alla cultura, indubbiamente il più sorprendente dati i precedenti.

La cultura, intesa come ricerca costante del vero e del bello, è un valore in sé e non avrebbe teoricamente bisogno di particolari giustificazioni per essere considerata una scelta prioritaria. Tuttavia non va sottovalutata la fondamentale funzione che può svolgere per l'educazione permanente dei cittadini, più che mai necessaria nella società contemporanea, e anche per un nuovo modello di sviluppo economico. Così come bisognerebbe capire che innovative e sorprendenti operazioni culturali sono in grado di lanciare al mondo messaggi di coraggio e di credibilità più di qualunque altra iniziativa: questo nell'interesse non tanto della cultura in sé, quanto dell'intero sistema-città.

Fu sviluppato un imponente programma di valorizzazione del patrimonio esistente (Museo Egizio, Venaria Reale e altre Residenze Sabaude, Musei civici ecc.), di creazione di nuovi musei (Museo del Cinema, Museo dell'Automobile, Museo di Arte Orientale ecc.), di costruzione di “poli” forti e innovativi (sistema pubblico-privato dell'arte contemporanea, sistema cinema, sistema della musica d'arte, sistema teatro) e si cercò di non far cadere la tensione nel periodo post-olimpico attraverso l'intenso susseguirsi di appuntamenti internazionali (capitale mondiale del libro, capitale europea del design, congresso mondiale degli architetti, Universiadi, Biennale Democrazia, Torino Spiritualità, MiTo Settembre musica ecc.).

Lo scopo fondamentale del nostro piano strategico era quello di posizionare Torino nel panorama globalizzato delle “città che contano”. Si trattava quindi di cambiare le idee e le parole che si formano nella mente degli umani quando pensano a Torino. Oggi quelle idee e quelle parole sono esattamente all'opposto di quelle di un tempo: da città grigia a città bellissima, da città mono-industriale a città dai mille interessi e dalle mille invenzioni, da città chiusa a città aperta, da “città dove alle nove di sera non c'è più nessuno per strada” a città presa d'assalto dagli studenti Erasmus. Si volevano cambiare le idee e le parole e perciò si è puntato sulla cultura non perché sia più importante delle altre componenti del sistema-città ma perché è fatta  di quella stessa sostanza di cui sono fatte le idee e le parole.

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[1] Fiorenzo Alfieri, Steve della Casa: “La città che non c'era”, Audino Editore 2012


 

Un libro guida del buon governo
presentato dal Centro Studi Piero Calamandrei
LA CITTA CHE NON C’ERA:
UN CASO CULTURALE


Chi visita oggi Torino stenta a riconoscerla in quella che appariva solo qualche decennio fa. E’ diventata una delle città più belle, vivaci, ordinate, visibili d’Europa grazie ad un esemplare piano di sviluppo urbanistico e culturale. La storia di questa straordinaria trasformazione è raccontata ne “la città che non c’era”: non un saggio né un romanzo, ma un breviario dedicato a chi governa una città e intende promuovere per essa una crescita civile ed economica. L’autore è Fiorenzo Alfieri che a Torino ha rivestito incarichi pubblici di grande responsabilità. Insegnante già all’età di diciannove anni e per quindici  in una scuola della periferia di Torino, è stato Assessore al Comune di Torino alle Politiche Giovanili, al sistema educativo, alla Promozione della Città e alla Cultura con le giunte Novelli, Castellani, Chiamparino. Al libro è stato dato un taglio a  due voci, al fine di rendere agevole e gradevole la lettura. Si presenta con una lunga intervista all’autore da parte di un giornalista, Steve della Casa, noto soprattutto per la sua attività cinematografica. Numerosi sono nel contesto richiami a simboli informatici che permettono di accedere al sito dell’editore per esaminare anche fotografie, filmati e documenti relativi ad uno specifico argomento. Il libro è stato presentato il 25 gennaio nel teatro studio V.Moriconi dall’autore, da Gian Franco Berti, direttore del Centro Studi “Piero Calamandrei” e da Cesare Annibaldi; nato a Jesi, ma adottato a Torino dove per trenta anni ha svolto un’attività di primo piano in campo economico e culturale. E’ stato Direttore delle Relazioni Esterne Fiat,Direttore Generale Fiat per le Politiche Sociali e Culturali, Presidente della Fondazione Castello di Rivoli di Arte Contemporanea, Presidente del Palazzo Grassi, Presidente della Commissione Nazionale Cultura di Confindustria. La manifestazione organizzata dal Centro Studi Piero Calamandrei e dall’Osservatorio Civico, è stata patrocinata dal Comune di Jesi, sostenuta dalla New Holland Agriculture e dalla Farmacia Martini.

Potrebbe accadere anche a Jesi ….
Rivelatrice la prima domanda che Cesare Annibaldi, in veste di intervistatore, ha rivolto all’autore. Ha chiesto a Fiorenzo Alfieri se il suo background culturale e la sua attività didattica siano stati utili alla promozione del processo di rinnovamento della città. La risposta ha avviato una lunga spiegazione che ha fatto chiaramente intendere come effettivamente l’esperienza didattica e pedagogica di Fiorenzo Alfieri sia stata fondamentale nel tracciare il percorso evolutivo della città.
Tutto ha avuto inizio quando, anni fa, si è presa coscienza della crisi che incombeva su Torino e dell’urgente necessità di invertire il processo di decadenza. Dalla constatazione dei fatti si è passati alla considerazione di quanto positivamente era avvenuto in altre città d’Europa. Si è guardato soprattutto a Barcellona e a Bilbao, alle loro ilusiònes, cioè alle progettualità che avevano avviato uno straordinario processo di rivitalizzazione. Dopo aver preso coscienza, similmente si è inteso fare a Torino. Si è innanzi tutto incominciato ad effettuare studi diagnostici per individuare le potenziali risorse della città, ancora non sfruttate o non propriamente sfruttate. Se ne sono ritrovate moltissime, non solo fra quelle tradizionali come teatri, monumenti, musei, ma anche altre non prese in considerazione prima o comunque non appropriatamente utilizzate come scuole, mercati, piazze, negozi. Da questo si è passati ad identificare linee strategiche che gruppi di lavoro hanno diversamente attivato. A Torino ne furono inizialmente indicate nove, poi ridotte a sei che hanno reso operativi diversi progetti: essenzialmente di internazionalizzazione, per il quale Torino ha allacciato rapporti economici e culturali con importanti città; di ristrutturazione dell’area metropolitana, non ancora completamente realizzato; di potenziamento delle attività di ricerca del Politecnico, dell’Università, delle istituzioni scolastiche implicitamente  di accoglienza e sfruttamento di tecnologie innovative. Tutte le iniziative, articolate in obiettivi progressivi, convergevano ad un unico, essenziale progetto: il miglioramento della vita ambientale e sociale.
Ci si era resi conto all’inizio di quanto difficile potesse essere convincere ad attuare un piano di risanamento e di sviluppo. Molte parole si dicono spesso a vuoto, specie in tempo di crisi. Si è pensato allora di affrontare dibattiti costruttivi e di presentare esempi reali. La chiarezza delle progettazioni e la loro fattibilità hanno portato ad uno insperato successo:la scelta di Torino quale sede delle Olimpiadi; inaspettata, ma che ha ulteriormente incentivato, fervorosamente animato le iniziative e consolidato i progetti.
Ora Torino è diventata un caso culturale: una città decisamente attiva che è riuscita a valorizzare al meglio il suo patrimonio, visitata da un numero crescente di turisti, accogliente, in grado di offrire proposte culturali di ogni genere, rivolta anche al futuro perché attenta a quanto di positivamente assimilabile all’esterno accade e diviene. Torino potrebbe quindi essere presa ad esempio da altre grandi città che intendano sfruttare le loro potenziali risorse secondo ragionevoli criteri e promuovere un solido sviluppo.
Ma è auspicabile questo piano di lavoro a piccole città che sicuramente hanno meno risorse? E stata l’ultima domanda che Cesare Annibaldi ha rivolto a Fiorenzo Alfieri. La risposta: anch’esse potrebbero adeguarsi ad un simile progetto ricorrendo alla specificità delle risorse che possiedono, prestando anche attenzione al territorio e ai possibili rapporto da allacciare a breve o a lungo raggio con altre realtà.
Qualunque sia l’applicazione si tratta essenzialmente, in ogni caso, di progettazioni non asfittiche o campanilistiche, ma d’ampio respiro. Hanno a denominatore una fondamentale metodologia didattica: osservare, individuare potenzialità, progettare secondo fattibilità, realizzare. Socrate, primo filosofo del bios e della ricerca della vera virtù senz’altro approverebbe.

Augusta Franco Cardinali

dalla "Voce della Vallesina" del 3 febbraio 2013