Home Eventi Teatro & Cinema Diremare teatro - La paga del sabato 3

 


Sirolo - apertura stagione teatrale "Sipario Aperto - Franco Enriquez"

Il Centro Studi "Piero Calamandrei" 
in collaborazione con  
Diremare Teatro

nel 50° anniversario della morte dell'autore
presenta

di Beppe Fenoglio

la paga del sabato

adattamento e regia di
Alessandro Varrucciu
con
Francesca Uguzzoni
Silvia Uguzzoni
Alessandro Varrucciu

e con
gli Onafifetti


 

Note di regia

Il nostro lavoro su Beppe Fenoglio (Alba, 1 marzo 1922 – Torino, 18 febbraio 1963) nasce non solo dall'amore per le sue storie, ma anche dall'interesse per il suo stile, per come ha costruito le sue narrazioni, in quel modo così efficace e meravigliosamente complicato. Come altri scrittori della sua generazione, Fenoglio scrive di temi resistenziali ma, con l’eccezione di Calvino (ci riferiamo in particolare a “Il sentiero dei nidi di ragno” e a racconti come “Ultimo viene il corvo”, per esempio), trovare somiglianze o convergenze con altri scrittori è davvero difficile. Lo sguardo dello scrittore partigiano non concede niente né alla retorica né alla propaganda politica: benché la sua scelta di campo sia netta, decisa ed inequivocabile, tuttavia non si esime dal descrivere situazioni “poco edificanti” anche nella parte alla quale appartiene. Pensiamo, per esempio, al partigiano Blister che, benché protagonista anche di azioni importanti, viene fucilato dai propri compagni perché colpevole di un furto a danno di una famiglia di contadini (racconto Il vecchio Blister inserito nella raccolta I ventitrè giorni della città di Alba). Un altro esempio illuminante potrebbe essere l’incipit del racconto che dà il titolo alla suddetta raccolta I ventitrè giorni della città di Alba:  “Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944”. Ripetiamo, la scelta di Fenoglio, uomo e scrittore, non lascia ombra di dubbio e non a caso Calvino, che tanta importanza ebbe nella vita artistica di Beppe Fenoglio , nella prefazione al già citato Il sentiero dei nidi di ragno, ebbe a dire: “… Ma ci fu chi continuò sulla via di quella prima frammentaria epopea contemporanea: in genere furono i più isolati, i meno inseriti a conservare questa forza. E fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se l’aspettava, Beppe Fenoglio, e arrivò a scriverlo e nemmeno a finirlo (Una questione privata), e morì prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant’anni. Il libro che la nostra generazione voleva adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita: la stagione che va dal Sentiero dei nidi di ragno a Una questione privata.”

Una decina di anni prima ad Una questione privata, lo scrittore langhigiano si era misurato con un altro romanzo, La paga del sabato, pubblicato postumo (amaro destino, quello di Fenoglio, in tutti i sensi). Quest’opera ci presenta uno scrittore diverso, ovviamente meno padrone degli strumenti tecnici ed espressivi che tanto lo caratterizzeranno nella sua attività futura. Tuttavia, il romanzo ha una sua decisa forza, una bellezza selvaggia, istantanea. I personaggi principali sono ben delineati, riconoscibili; la trama ricorda i film noir ed il suo svolgimento  ha un ritmo sostenuto e senza intralci di sorta. Certo, il romanzo La paga del sabato, da un punto di vista "formale" presenta meno difficoltà di altre opere fenogliane, pensiamo soltanto al Partigiano Johnny.

Le difficoltà le incontriamo, invece, se pensiamo alla storia raccontata nel nostro romanzo ed ai suoi personaggi: protagonisti maschili così poco inseriti ed allineati,  moralmente deprecabili (Ettore e Bianco, ex partigiani che diventano veri e propri gangster, si macchiano di delitti vari...); il tema dell'amore che diventa quasi una questione di forza, dove il sesso e la sensualità trovano una loro dimensione chiara e preponderante (come ben poche altre volte si era "visto" in precedenza, se ci limitiamo alla letteratura italiana); la violenza, fisica e verbale, che caratterizza il rapporto di Ettore con la madre. Ecco, diciamo che, forse, sono proprio la tensione, la pesantezza dei rapporti tra i personaggi a rendere La paga del sabato un testo "complicato" da rappresentare se ne vogliamo restituire la veridicità espressiva senza abbandonarsi a clichés e ad interpretazioni isteriche e di maniera.

Il nostro adattamento teatrale interviene direttamente sulla struttura del romanzo originale, creando due percorsi distinti della storia del protagonista Ettore, come se fossero due romanzi, che solo verso la fine si ricongiungeranno per arrivare all’epilogo finale: il Romanzo del reduce e il Romanzo di Vanda, ai quali sono dedicati i due atti dello spettacolo.

Fenoglio affermava che scriveva “… per un'infinità di motivi. Non certo per divertimento. Ci faccio una fatica nera. La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti."

Ecco, quindi, che la “fatica nera” di Fenoglio diventa una ricchezza inestimabile per noi, che lavoriamo sulla parola, sul suo significato, e ci chiediamo come quella parola possa essere trasmessa, pronunciata, affinché nel passaggio dall’opera originale  (romanzo e/o racconto) all’adattamento teatrale essa non perda di forza, di significato, di incisività, di bellezza.

Alessandro Varrucciu

 

DireMare Teatro


trailer dello spettacolo


 

Click to download in FLV format (50.02MB)


"io non mi trovo in questa vita perché ho fatto la guerra,

e la guerra mi ha cambiato, 
mi ha rotto l'abitudine a questa vita qui"

 


 


Il disagio
del reduce

Primo romanzo di Beppe Fenoglio, scritto nel 1949-50, ma pubblicato postumo nel 1969, La paga del sabato affronta senza pregiudizi il delicato tema del reducismo, del difficile ritorno ad una regolare vita civile da parte di giovani la cui vita è stata profondamente segnata dagli orrori della guerra. La Resistenza all’occupazione tedesca è finita, ma la Liberazione non ha portato i benefici tanto attesi, e per la società italiana si apre un periodo di sconvolgimenti sociali che vedrà l’affermarsi di una nuova civiltà industriale, con il suo appariscente e contraddittorio progresso. Di questo disagio si fa interprete Ettore, il protagonista che rifiuta il posto offertogli nella nuova fabbrica di cioccolata di Alba per trascorre lunghe giornate inquiete e inattive, segnate da vivaci contrasti con la madre, dall’amore per Vanda, dal coinvolgimento in traffici loschi, fino all’incidente che stronca sul

nascere l’acquisizione di una nuova coscienza. Giudicato severamente da Elio Vittorini, che ne stigmatizzò il taglio cinematografico spingendo l’autore a sacrificarlo in favore di due racconti, il romanzo appare oggi rivalutato, tanto da essere definito da Alessandro Baricco, “il vero gioiello” della narrativa fenogliana.

Luca Bufano, aprile 2013




martedì 13 agosto 2013

 


RAI - tg Marche
servizi e recensione della rappresentazione
al Teatro Cortesi di Sirolo

 

 

Click to download in FLV format (12.76MB)


 

 






 

 

 



del 31 agosto 2013

 

 


“La paga del sabato”
di Beppe Fenoglio,
il Centro Calamandrei di Jesi
ne ripropone
la rappresentazione teatrale

Dettagli

La paga del sabato”, fu una delle primissime prove letterarie di Beppe Fenoglio, che l’autore definì “ … un frutto, piuttosto difettoso, anche se magari interessante, di una mia cotta neoverista che ho ormai superata”. Scritto insieme ai Ventitre giorni della città di Alba rimase inedito fino al 1969. Rappresenta per certi versi il seguito delle vicende della guerra partigiana che Fenoglio aveva mirabilmente raccontato.

Si tratta di un romanzo (anche se sarebbe più appropriato parlare di "racconto lungo") che affonda le proprie radici nel nostro dopoguerra, nella disillusione percepita da tutta quella generazione di combattenti che, riponendo nella Lotta di Liberazione le speranze di un cambiamento sostanziale del nostro Stato, aveva poi visto quelle stesse speranze tradite da una gestione del potere apparentemente democratica, da una povertà diffusa e non combattuta, dalla mancata epurazione dall’amministrazione dello Stato di coloro che avevano appoggiato il fascismo (italialibri.net).
Dal “racconto lungo” fu realizzato uno sceneggiato TV in tre puntate trasmesso dalla RAI nel 1975 che ha come principali interpreti Lino Capolicchio e Jenny Tamburi.
In occasione del cinquantennale della prematura morte dello scrittore (13 febbraio 1963) il “Centro Piero Calamandrei” di Jesi ha proposto una riduzione teatrale del “La paga del sabato” che ha riscosso un notevole successo. Di seguito proponiamo tre interventi che recensiscono, da punti di vista diversi, il riuscitissimo evento.


 

 

 

 

Un segno concreto e incisivo
nello scenario teatrale italiano

di Francesco Dorello *

Una rappresentazione teatrale degna della grandezza dell'omonimo romanzo breve cui si ispira,"La paga del sabato" e degna soprattutto dello spessore di uno dei maggiori scrittori della nostra letteratura del secondo '900 - volendo citare le precise parole espresse dal Presidente Emerito della Repubblica e Onorario del ‘Centro Calamandrei’ di Jesi, Carlo Azeglio Ciampi. Stiamo parlando di Beppe Fenoglio di cui corre il 50ennale della morte.
La performance portata in scena sabato scorso in prima nazionale al Cortesi di Sirolo, teatro stracolmo di bel pubblico, in occasione della apertura della XIV edizione di 'Sipario Aperto-Franco Enriquez', ha mostrato nitidamente tutti gli aspetti e gli ingredienti del tema del 'reducismo' e del malessere post-bellico inerenti alle difficoltà e ai disagi di chi ha vissuto la forte e cruda esperienza della Resistenza in prima persona;soprattutto nel delicato momento della reintegrazione nella società civile, con la annessa delusione per le mancate aspettative, visto che i grandi e attesi benefici che avrebbero dovuto portare le lotte partigiane e la conseguente fine dell'occupazione straniera, in realtà non si sono concretizzati completamente.
Lo spettacolo,praticamente diviso in due sezioni, ha visto,da una parte,proprio questa vicenda umana legata all'insoddisfazione del giovane protagonista Ettore, che preferisce trovare scorciatoie di comodo,illegali,ma di probabile,lusinghiero ed effimero successo, che non l'assoggettarsi alla 'servile' routine di un lavoro regolare; dall'altra parte la storia di un amore più passionale che romantica e sentimentale con Vanda, presentato in modo diretto e realistico, concreto sin troppo, vista l'epoca di concepimento del romanzo. Siamo nel 1949.Forse solo il Moravia degli 'Indifferenti' e della 'Romana' riuscì a tratteggiare e descrivere momenti sensuali simili, precorrendo audacemente i tempi.
La decisione di trasferire sul palco un testo come "La paga del sabato" potrà sembrare un 'azzardo', come molto spesso avviene in tali frangenti, ma la genialita' registica e le indubbie capacità di chi ha partorito questo adattamento hanno saputo trasformare l'azzardo in una occasione non mancata per valorizzare quegli aspetti teatrali e, a tratti, 'cinematografici' che proprio Vittorini aveva allora evidenziato,anche se in senso critico e negativo.
Ma i tempi sono cambiati e operazioni come queste in un teatro in costante evoluzione e di continua costruzione altro non fanno che arricchire l'opera originale dandole chiavi di lettura sempre più ricche e introspettive.
Plauso quindi ad Alessandro Varrucciu, regista e interprete con Francesca e Silvia Uguzzoni, per l'intervento teatrale perfettamente riuscito. Azzeccata la scelta delle musiche di scena nonché gli 'stacchi canori', ottimi a scandire e a sgravare le porzioni sceniche, a cura dello storico e inossidabile trio Onafifetti. In sostanza e in conclusione, un'esperienza che sicuramente avrà un seguito e che lascia un segno concreto e incisivo nell'attuale scenario teatrale italiano.
* (Musicologo e studioso d'arte, Modena)

 

 

 

 

La parola come universale comunicazione
di Francesco Romano*

La Paga del Sabato è un romanzo breve che affronta il delicato problema del difficile inserimento nella vita e nella società civile dei giovani protagonisti della resistenza.
La rappresentazione teatrale, in prima nazionale dell'omonimo romanzo, a cui ho assistito in un teatro Cortesi di Sirolo molto affollato, mi aveva indotto,  a caldo, a esprimere un breve e positivo commento.
A distanza di qualche settimana, dopo aver letto un articolo pubblicato su un  quotidiano del Trentino a cura di Francesco Roat su Antigone, la tragedia di Sofocle rappresentata per la prima volta nel 442 a.C., mi è venuta naturale un'ulteriore riflessione sul singolare adattamento teatrale di Varrucciu.
L'ammirazione per la coraggiosa regia, la bravura dei tre interpreti, la scenografia limitata all'essenziale e la parola come universale comunicazione, mi hanno spinto a tentare, con la presunzione di spettatore non certamente avvezzo a recensioni teatrali o di altro genere, un parallelismo tra l'ideazione del regista e il teatro greco antico.
La mia interpretazione, certamente soggettiva, vede in Ettore quello che gli antichi greci chiamavano “hybris” ovvero tracotanza, alla quale però corrisponde la “nemesis” la giusta punizione divina che colpiva l'empio, reo di aver peccato soprattutto di presunzione.
Varrucciu, a differenza degli antichi, che a fini educativi si servivano di racconti mitici, ha preferito servirsi del “logos”, il discorso razionale, senza allusioni e simboli, anziché del “mythos”, la narrazione di tipo metaforico poetico.
Esprimo un plauso al regista e agli interpreti dell'opera a cui ho assistito che hanno avuto il merito di emozionarmi in una calda serata di agosto.
*( Professore del Liceo Classico di Rovereto)

 

 

 

 

Colta metafora dell’epoca moderna
di Federico Bozzo *

Proprio la poetica originale di Beppe Fenoglio diventa protagonista dello spettacolo, rubando la scena perfino ai personaggi principali, che arrivano a raccontare la loro stessa storia in terza persona. Tecniche di metateatro spingono gli attori dietro a leggii che portano nel mondo della tragedia la carica del monologo d'invettiva, pur senza rompere l'empatia o distogliere lo spettatore dall'ambientazione dell'opera. Ambientazione, questa, riprodotta fedelmente nelle atmosfere, negli atteggiamenti e nei dialoghi portati sul palco da Varrucciu. L'attenzione, quasi maniacale, alla riproduzione del testo originale del Fenoglio, inneggia all'immortalità della poetica dell'autore, che tanto è calata in un'epoca precisa e circoscritta, quanto al contempo sembra studiata come colta metafora dell'epoca moderna.
Tre soli attori, non senza mostrare una certa maestria, interpretano i cinque personaggi principali dell'opera. Ettore, giovane di poco più di vent'anni, da poco tornato dalla guerra e totalmente alieno ai costumi e ai modi di una società che sente aliena e fasulla, comunque diversa da ciò che lui è diventato.
La madre di Ettore, incapace di comprendere le motivazioni del figlio e legata ad una mentalità pratica a lui inconcepibile. Bianco, compagno di Ettore, impegnato a "perdonare a rate" i comportamenti degli ex-fascisti.
Palmo, giovane al servizio di Bianco, a cui la vita ha riservato le stesse esperienze avute da Ettore, ma la cui semplicità ed ignoranza sono allo stesso tempo croce e salvezza, da una verità che forse è meglio non comprendere.
E infine Vanda, amante di Ettore, anch'essa in contrasto con le imposizioni della società in cui vive, sebbene per motivi diversi da quelli dell'uomo che ama.
Non è il tempo che detta l'avvicendarsi degli eventi nella versione di Varrucciu de "La paga del sabato", bensì la loro natura, essendo la rappresentazione divisa in due atti che riassumono le due più importanti espressioni di disadattamento sociale di Ettore: il lavoro e l'amore.
Le due sezioni alternano le parti recitate a brevi intermezzi musicali, realizzati dallo spumeggiante trio degli Onafifetti, dove uno stile da canzone popolare narra l'impegno della lotta partigiana nel vivo dell'azione, ricordando continuamente allo spettatore ciò che altrettanto frequentemente si riaffaccia alla mente del protagonista.
Un'opera fedele all'originale ed incredibilmente attuale allo stesso tempo. Due opposti solo in apparenza, i due volti di questa rappresentazione si compenetrano perfettamente, facendosi servi del gravoso ma nobile compito di dare tributo ad un  grande autore quale Beppe Fenoglio.
* (esperto di intelligenza artificiale, Genova)

 


 

 

 

Sirolo – Dal romanzo di Fenoglio
“LA PAGA DEL SABATO”
c’è la prima al Cortesi


Sirolo. Prima Nazionale al Cortesi di Sirolo “La paga del sabato”, tratto dal romanzo  mai rappresentato di Beppe Fenoglio, il 10 agosto, inaugurerà la nona rassegna “Sipario Aperto”. Una rappresentazione che affronta senza pregiudizi il delicato tema del reducismo, del difficili ritorno ad una vita civile da parte dei giovani, profondamente segnati dagli orrori della guerra. Per la regia di Alessandro Varrucciu, lo spettacolo vedrà protagonisti lo stesso Verrucciu, poi Francesca e Silvia Uguzzoni, nonché il gruppo jesino di satira “Onafifetti”.
Un appuntamento di rilievo, voluto e realizzato da Centro Studi Calamandrei di Jesi che, in questo caso, ha promosso la riduzione teatrale di uno dei  romanzi  più intensamente segnati dalla poetica del grande scittore piemontese. Lo spettacolo è stato presentato ieri a Sirolo, dal sindaco, Moreno Misiti e dal presidente del Centro Calamandrei, Gian Franco Berti. Lo stesso a cui il, presedente emerito della repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ha scritto: “caro Berti, la riduzione teatrale de “La paga del sabato” è scelta eccellente per ricordare uno dei maggiori scrittori della letteratura del Novecento “. “ Uno spettacolo unico – ha detto il prof. Berti – che pone in luce il teatro di parola e il tema del reducismo, con tratti di sensualità”.
Dopo Sirolo e Jesi lo spettacolo farà tappa nei teatri del triangolo Torino-Alba-Cuneo.

Bruno Orlandini
dal “Resto del Carlino – Ancona giorno e notte” del 3 agosto 2013


“La paga del Sabato”, una prima nazionale per la
IX edizione del Franco Enriquez
SIROLO PORTA IN TEATRO FENOGLIO


Sirolo. Una prima nazionale per l’apertura della IX edizione di “Sipario Aperto – Franco Enriquez”.
L’appuntamento è da segnare in agenda: 10 agosto, teatro Cortesi, ore 21,15 . “La paga del sabato”, tratto dall’omonimo romanzo d’esordio di Beppe Fenoglio, è lo spettacolo che inaugurerà la rassegna con il suo carico di attualità e significati. Lo stesso sindaco Misiti, ieri durante la conferenza stampa di presentazione, ha tenuto a sottolineare l’importanza di una rappresentazione teatrale ispirata ad un grande scrittore di cui ricorre il cinquantennale della morte. L’evento, patrocinato dal Comune di Sirolo, verrà portato in scena, grazie anche al contributo di Cnh Fiat e Somacis spa, nell’interpretazione di cui è regista Alessandro Varrucciu, che ne ha curato anche l’adattamento teatrale e ne è protagonista assieme a Francesca Uguzzoni, Silvia Uguzzoni e lo storico gruppo jesino degli, Onafifetti.
L’aggancio con il, presente è evidente. “La paga del sabato” è infatti uno spaccato del reducismo post bellico e delle difficoltà di reinserimento nella società da parte dei partigiani. I disagi vissuti dagli ex combattenti, incapaci di chiudere quella esperienza e di tornare alla vita normale, “si rispecchiano nei problemi dei giovani di oggi che si trovano di fronte al bivio di scele cruciali sul lavoro e il futuro, nodi – spiegano gli organizzatori – che mettono a nudo la precarietà dell’animo umano. E oggi più che maiè grande la tentazione di ricorrere a scorciatoie per arrivare subito ai facili guadagni”.
Un testo dunque di grande introspezione psicologica, scritto con un linguaggio diretto, ed immediato che troverà la sua congeniale rappresentazione nella prima teatrale di Sirolo.

dal “Corriere Adriatico” del 03 agosto 2013

 

 

 


 

 

 


“LA PAGA DEL SABATO”
a SIROLO

Attori in scena insieme al gruppo Onafifetti
per la regia di Alessandro Varrucciu

Sirolo -  Che fosse la “delusione” il tema più importante, quello per cui scrivere grattando i muri della memoria, coi suoi eroi sospesi come un flash temporale, non tutti lo hanno capito. Quando Beppe Fenoglio scrisse “la paga del sabato”, intorno al 1946, con grande fatica come spesso ammise, c’è chi ci ha letto un romanzo che delinea il termine fra guerra e liberazione, fra “noi e loro” ma, soprattutto, cosa è significato ricominciare a vivere.
Il romanzo “La paga del sabato”, da alcuni definito cinematografico, o frutto di un neorealismo ante litteram, o , addirittura una sorta di noir con le cupe atmosfere da porto delle nebbie, è in realtà un inno alla delusione che la guerra, ha portato non solo a chi l’ha vissuta in prima persona ma anche in chi, come reduce dai combattimenti delle Langhe o nelle “quinte” che la desolazione ha lasciato intatte, si rimette in gioco una vita nuova.
Su questi temi il Centro Piero Calamandrei di Jesi, in collaborazione con Diremare Teatro, ha imperniato uno spettacolo teatrale di grande impatto emotivo. Per l’apertura della stagione teatrale Sipario Aaperto-Franco Enriquez, infatti, in occasione del cinquantenario della morte dell’autore, verrà presentato, il 10 agosto ed in “prima nazionale” al Cortesi di Sirolo, “La paga del Sabato”, con attori Alessandro Varrucciu, anche regista, Francesca e Silvia Uguzzoni, oltre agli Onafifetti. Varrucciu e Gian Franco Berti, presidente del Centro Calamandrei, sono partiti da un assunto che è universale, il reducismo.
La resistenza all’ occupazione tedesca è finita, ma la Liberazione non ha portato i benefici tanto attesi, e per la società italiana si apre un periodo di sconvolgimenti sociali che vedrà l’affermarsi di una nuova civiltà industriale, e di questo disagio si fa interprete Ettore, il, protagonista, che rifiuta il posto offertogli nella nuova fabbrica di cioccolata di Alba per trascorrere giornate inquiete e inattive, segnate da vivaci contrasti con la madre, dall’ amore per Vanda, dal coinvolgimento in traffici loschi, fino all’incidente che stronca sul nascere l’acquisizione di una nuova coscienza. Attori in scena insieme al gruppo Onafifetti che scandirà, in musica, i tempi in cui è diviso lo spettacolo. Il presidente emerito del  Calamandrei Carlo Azeglio Ciampi ha scritto a Berti, in occasione della “prima” di Sirolo, in una lunga lettera. Ecco cosa pensa, in breve, del lavoro di Fenoglio. “La paga del sabato” è scelta eccellente per ricordare uno dei maggiori scrittori della nostra letteratura del secondo Novecento.

Giovanni Filosa
dal “Corriere Adriatico – estate / cultura & spettacoli” del 26.07.2013


 

Italo Calvino all'Autore, 1950

"Sai centrare situazioni psicologiche particolarissime con una sicurezza che mi sembra davvero rara. I rapporti di Ettore con la madre e col padre, quei litigi, quei desinari in famiglia, e anche i rapporti con Vanda, e tutto il personaggio di Ettore; e certe cose della rivalità Ettore-Palmo: li' non sbagli mai la botta, hai coraggio, hai idee chiare su quello che fa e che pensa la gente, e lo dici... Non ultimo merito e' quello della storia di una generazione; l'aver parlato per la prima volta con rigorosa chiarezza del problema morale di tanti giovani ex-partigiani".

 

 

 

 


da ' La Repubblica' del 4 novembre 2012

UNA CERTA IDEA DEL MONDO / 49:
LA PAGA DEL SABATO DI BEPPE FENOGLIO

di Alessandro Baricco

 


 

Lorenzo Mondo
su 'La Stampa'

"L'energia, il piglio asciutto della frase appartengono gia' al miglior Fenoglio, soprattutto l'incalzante progressione dei fatti verso un destino imprevedibile, fulminato da un cielo vuoto. E almeno le figure della madre e di Bianco sono di rara potenza".

 

Geno Pampaloni
sul 'Corriere della Sera'

"...il tema portante e' l'irrequietezza, l'irritazione, lo scontento di chi torna dalla guerra e stenta a integrarsi nella mediocrità dell'esistenza quotidiana, sino a che, con la complicità dell'amore, il dopoguerra gli si spegne nell'animo e quella stessa mediocrità gli appare come un virile compito della speranza".
Quanto alle "illusioni" del 1945, ancora Pampaloni: "E' certo che la 'delusione' e' il tema poetico costante della miglior parte della nostra letteratura del dopoguerra, 'Gattopardo' compreso. Quella di Fenoglio non e' una delusione dichiarata in senso razionale o politica, ma squisitamente esistenziale, e cioè indefinibile, onnicomprensiva e 'sacra', nell'angoscia come nella rabbia: e l'esito finale e' la morte....che fa del Fenoglio, come del Pavese, il testimone e il poeta di una generazione 'incompiuta'".

 

Paolo Milano
su  'L'Espresso'

"L'influenza americana di racconti alla James Cain si intreccia a quella nostrana di Vittorini e Pavese".

 

Gina Lagorio
su 'Il Ponte'

"Perché 'La paga del sabato' e' un bel libro, che non meritava un giudizio sacrificatorio (quello "troppo cinematografico" di Vittorini- ndr), e Fenoglio che lo accettò si rivela, oltreché scrittore di razza, negli umani rapporti coi suoi giudici uomo di modestia e fiducia generosissime ....Tutta la storia vive non costretta in schemi letterari, ha un respiro libero e vero: non ci sono personaggi di una tipologia abusata, il bene e il male vi si mescolano come nella realtà quotidiana: Vanda ama con innocente tenerezza, ma si abbandona alla sensualità dei suoi vent'anni; la madre continua a perseguire un suo faticoso disegno di tranquillità economica, ma non ha perduto la sua femminile capacità di perdono e di comprensione....".