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Assoluzione di un amore
nota dell'editore mancato

 

"Coti, pronunciato alla francese, con l'accento sulla 'i': Perchè mezzo francese lo è; l'altra metà è italiana.

Jean veniva a trovarmi in Calabria, a Fiumefreddo Bruzio, dove nel 1976 avevo messo in piedi una piccola casa editrice d'arte. Faceva molto figo, a quel tempo, portare iniziative, specie se editoriali, al Sud.


Lui viveva a Parigi: trovava eccitante soggiornare in un posto da 500 anime, d'inverno, senza riscaldamento, ma anche senza spese, da me. Ce n'era un altro come lui, Giulio, che arrivava e si fermava per anni  interi, lamentandosi, come Jean, che non c'era un cazzo da fare, epperò... Epperò, il tonno appena pescato, i fichi appena colti, la feliciata appena fatta, e le serate infinite a giocare alla 'Peppa'....

Per dare un senso alle loro giornate, Jean e Giulio una mattina decisero che avrebbero scritto un romanzo a quattro mani, così riempivano l'inverno, tanto l'editore ce l'avevano, che poi ero io. Giulio, come al solito, sul più bello si è dato, ma Jean, intanto, aveva cominciato a scrivere la traccia, così come aveva cominciato, mentre metteva incinta la moglie a casa mia, a farsi delle idee su Alessandra.


Alessandra, 16 anni, nera nera, pelosa, scontrosa come un gatto, non gliela dava; però suo padre, nobile decaduto  senza un soldo, ma pieno di ospitalità verso uno che veniva da Parigi, e in più d'inverno, gli preparava dei bei pranzetti con prodotti tipici calabresi, nella casa sulla spiaggia, al pelo della risacca del Tirreno. Per Jean era un bel salto, tra l'altro, visto che casa mia era un vecchio posto di guardia su in paese, 200 e rotti metri a strapiombo sopra la casa a mare di Ugo.

 

Tra la moglie che aveva le nausee, Alessandra che graffiava, io che non lo stavo a sentire, Giulio che era sparito, 'Tuquoque', soprannome di Jean, scriveva una paginetta al giorno del romanzo a quattro mani, oramai ridotto a due, anzi a un dito di una sola, per come batteva a macchina.

Il giorno della Befana, il 6 gennaio del '78, mi consegna "Angelica...e poi?", senza rileggerlo, senza correzioni, senza ripensamenti. La moglie si era rotto le palle di un marito che correva dietro a una gatta, che mangiava "'l pes " dal padre della gatta, e che scriveva, scriveva; anzi, batteva, batteva, con un dito solo; lei voleva tornare a Parigi, per vomitare a casa sua.

Leggo il titolo e mi ricordo di quando, qualche mese prima, a Roma, con Tuquoque e Magdalo, all'inaugurazione di una nuova galleria d'arte, molto bianca, molto spoglia, molto alternativa,  incrociamo Angelica Ippolito in compagnia di Franchetti, uno del mio paese. Scambi di saluti e di presentazioni; Tuquoque imbacalito di fronte a quella splendida ragazza, nera nera di capelli e pure depilata. Gli dò di gomito e lui, senza fare una piega, dice che farà un film con lei protagonista. Il film non l'ha fatto, ma il titolo del suo libro glielo ha dato.

Erano giorni eccitanti, quelli di Roma, di quel '77. Salivamo da Fiumefreddo, non sopportavamo il caldo dei termosifoni, ci mancava la rosa marina, ma, in compenso, trovavamo i cortei del 'Movimento', era il momento della 'P38'. Tuquoque, aveva fatto il 'maggio francese', era affascinato, ed io con lui, dalla dimostrazione di forza distruttiva di quei giorni, dall'aria pregna di candelotti e cassonetti incendiati; sentivi sulla pelle che stava per succeder qualcosa di grosso e di malefico; ne rimanevamo ipnotizzati, come cagnetti davanti ad un pitone.

Jean Coti, detto Tuquoque, finiva il suo libro, questo libro, fra Natale e Capodanno del '77: cento giorni dopo sequestravano Moro e cominciava tutta un'altra storia. Che, però, lui, Jean, aveva percepito, intuito, previsto, scritto: tutto sommato, è la storia di "Angelica...e poi?".

Giulio non ritorna, Jean e sua moglie partono, io prendo atto che l'avventura editoriale al Sud è stata una gran cagata, torno a Torino di lì a pochi mesi, il dattiloscritto trasloca con me e si perde al fondo di uno scatolone, che mi segue intonso negli spostamenti per 33 anni e dal quale l'ho recuperato adesso, per caso. 33 anni sono una vita, per qualcuno lo è stato letteralmente; per Jean Coti è stato l'oblio del suo scritto. Lui, per pudore, non me ne chiedeva conto; io, per vergogna, non ne parlavo, perchè non sapevo neppure dove fosse andato a finire. Quando gli ho telefonato, a Natale scorso, per gli auguri e per cazzeggiare un po', gli ho detto "Tuquoque, l'ho trovato" - "Cosa?" - "Il romanzetto a quattro mani, che poi sono diventate due, le tue" - "Bene. E allora?" - "Lo dò da pubblicare". Tralascio il corredo del vaffanculo che mi ha spedito.

Era oltre trenta anni che non lo chiamavo 'Tuquoque'.

Racconto il perchè del soprannome e poi chiudo.

Allora, 'Tuquoque' viene da "Tu quoque, Brute,...". 'Coti', accentato sulla 'i', in piemontese "co ti", vuol dire "anche tu". Io e Giulio venivamo da Torino. Chiaro? No? Non fa niente. Come non fa niente se non si capisce, oggi, il senso dei capitoli finali in bianco...la storia infinita... Peccato che Magdalo Mussio sia morto: lui avrebbe saputo spiegarlo bene, dandogli un senso e un valore. Io non sono capace. E poi, non è che me ne freghi più di tanto e penso che non freghi neppure a Jean Coti".

Gian Franco Berti


 

Assoluzione di un amore. 
Il romanzo di una generazione tra politica, ribellione e sentimento

 

lunedì 27 febbraio 2012

di STEFANO CERIONI

Furono anni difficili, quelli tra il 1968 e il 1977. Un periodo incerto che nacque camminando a passi svelti e progredì nella speranza di un cambiamento ma, malnutrito nell’illusione e nel caos, divenne poco a poco disillusione, si frantumò, si dissolse, non generò figli. Pochi tentarono di spiegarlo come si fa oggi con gli eventi importanti, perché fu composito, ispirato da diversi fattori e diversissime componenti, nessuna delle quali facile, tutte piene di giustificazioni e riferimenti ad altri momenti storici.

In quegli anni fecero capolino le prime battaglie per i diritti umani pur nell’ingenuità dei proclami e i massimalismi dei pronunciamenti. La società italiana tentò, in qualche modo, di progredire civilmente ed evolversi,cercando di somigliare più da vicino alle moderne e aperte democrazie europee. Volle ispirarsi a modelli più moderni e liberi di società, dove gli inalienabili aneliti alla felicità individuale e al benessere collettivo potevano armonizzarsi in un sistema di leggi libertario e disponibile alle esigenze dei singoli.

Assoluzione di un Amore” ci riporta a quegli anni, che non furono soltanto di liberazione e stimolo, ma anche di fermento e purtroppo oscuri. Non racconta i successi e le incertezze:tenta di descrivere i lati meno illuminati, quelli ancora difficili da ricordare e aspri, dipinti di errori tragici e amarezze. L’autore, Jean Coti, lo scrisse trent’anni faper capire meglio quello che gli stava succedendo attorno. Volle dirigere le luci del faro verso una spiaggia irta di scogli e mal guardata.

È un contemporaneo dei fatti. Isuoi personaggi non manipolano l’immaginazione, la accarezzano con asprezza, facendola sembrare reale come un reportage (BBC o Notte della Repubblica?) in tarda serata tra Carosello e monoscopio Rai. Jean Coti ci narra, da spettatore attento e ipercritico, la storia inventata (ma non troppo) di Angelica, una ragazza che fu giovane durante gli anni della contestazione, si iscrisse all’Università per fuggire a una famiglia antifascista e subito si sedette in assemblea per sfilare in corteo tra una carica della polizia e urla non sempre capite.

Solo che, diversamente da altre coetanee, questa ragazza non fugge. Non è timida né prudente, regge. Opta per la scelta estrema, terribile. Violenta. Fa quello gli altri predicano. Sbaglia. Forse per amore, per fato, od occasione colta ma non cercata. Non sappiamo perché lo fama lo fa e lo sappiamo subito, fin dal primo capitolo, dal primo paragrafo.Jean Coti apre sbattendo il mostro in prima pagina. Lo facevano i giornali di allora.

Lo fa anche Jean Coti con il suo libro. Vediamo quel mondo brutalmente, senza preparazione. D’improvviso. Tentiamo a ritroso, poi, guidati da mano esperta e cruda, di afferrare il percorso fatto, i ragionamenti, i perché. I sentimenti, gli amplessi ideologici. Non mancheranno i colpi di scena, le recriminazioni, i pentimenti. Tutto è confuso, al principio: sembra di essere ai confini di un sogno. Fatti, motivazioni, rimpianti.

L’incubo si ripete senza ordine, si rompe e si ricompone a fatica. Non è possibile che stia succedendo quello che leggiamo. Eppure è realtà. Viene da domandarsi: è stata la tragedia di una generazione. Dobbiamo capire. Tentare, almeno. Sorge spontaneo immaginarsi Angelica:“Compagni, amici. Dove siete, ora? Chi siete? Che assurdo gioco di ruoli è questo? Sono sola, adesso. Veramente sola. Ho fatto questo per lui, non ero pienamente consapevole.

Lo ritenete giusto? È diventato il mio giudice, il mio avvocato, addirittura la mia vittima. Possibile? Come è potuto succedere? Ho generato morte e sofferenza per niente. Il dolore è senza logica … Perché sono in ginocchio davanti a un cadavere? Ho infierito sullo stesso corpo che volevo difendere. Dov’è lui? Io ci sono. Lui? “Assoluzione di un amore”, sembra ripeterlodi continuo. Domandarselo. Dov’è finito l’amore? È un titolo.

Non un trionfo. L’amore…Perché ciò da cui deriva la deriva non ha senso edè stato governato da una mente senza cuore. Ha apparecchiato la tavola ad Angelica e se ne è andato … muovendo rimproveri, distribuendo critiche. Consolandola a fatto compiuto. Fa pensare che a descrivere così bene l’animo di una donna sia stato un uomo, Jean Coti, dichiaratamente e orgogliosamente comunista.

La didascalia sul retro ci riassume e porta a compimento il libro: “Lo si voglia ammettere o no, c’è una linea di demarcazione oltre la quale non si può andare, oltre la quale neppure la rivoluzione è giustificata, oltre la quale è pura follia”.

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Jean Coti
Assoluzione di un amore
(Affinità elettive pp.128 € 14)

 

 


"Assoluzione di un amore" di Jean Coti
Ancona, Affinità Elettive, 2010

Un manoscritto a quattro mani della fine del 1977, un esercizio di scrittura condotto in una vacanza invernale in Calabria; un amico, Gian Franco Berti, che a suo tempo doveva editarlo e non lo ha fatto, lo ritrova e si dà da fare per riscattare questo pezzetto di memoria, con una piccola casa editrice marchigiana.
Un frammento degli anni di piombo, fotografato prima del precipitare della primavera del 1978. Aiuta a capire? O forse solo a gettare un fascio di luce su quegli anni torbidi? Sulle passioni e gli equivoci? La confusione dei ruoli? Il passaggio da un campo all'altro nel giro di pochi anni e pochi mesi?
La protagonista "io narrante", Angelica, è un ex ragazza-del-ciclostile che nella parabola dal '68 al '77 si trasforma in terrorista (della galassia spontaneista, non della macchina BR). E' piena di dubbi ed interrogativi, dopo aver sparato ad un dirigente confindustriale, e cerca di capire chi fosse la sua vittima, scelta come simbolo. Ne scopre una sorprendente identità, nel dialogo con la vedova. Altro interlocutore il giudice, che è un ex compagno del movimento e grande amore del sessantotto. Non mancano i colpi di scena.
La freschezza dell'istantanea ci risparmia le rielaborazioni a posteriori, e tante se ne sono lette, soprattutto da parte dei protagonisti più o meno pentiti. Ci sono elementi di verità e soprattutto un salutare elogio del dubbio a giustificare questo repechage a più di trent'anni di distanza.

(Silvia Calamandrei)

 



MEMORIA Quegli anni di piombo

INSIEME NEL ‘68, 
POI DIVISI DAL TERRORISMO
di Paolo Borgna

Autunno 1977. Il terrorismo sta dilagando, alimentato dalle degenerazione violente di alcune frange dell’autonomia che a settembre si è data convegno a Bologna. A Torino, ad aprile, le BR hanno ucciso l’avvocato Fulvio Croce. A novembre uccidono Carlo Casalegno. Tutti gli esito sono possibili. Un dirigente industriale torinese, Gianfranco Berti, lascia tutto e scende in Calabria per fondare una casa editrice. Si installa a casa sua Jean Coti, parigino di origini italiane, affascinato da quell’avventura.
Coti scrive la storia di una giovane terrorista, Angelica, catturata durante un attentato mortale, il suo incontro con il giudice, conosciuto dieci anni prima all’Università, la sua crisi politica. Quando il fascino della vita nel paesino del sud svanisce, Coti torna a Parigi. Lascia a Berti il dattiloscritto non finito ma con una storia compiuta.
Seguono: il fallimento della casa editrice. Traslochi, nuovi lavori. Il dattiloscritto scompare. Riemerge, 33 anni dopo, da uno scatolone di porcellane: messo per fare spessore: Un piccolo editore di Ancona lo legge e ci regala oggi un elegante libretto, Assoluzione di un amore (Affinità elettive pp.128 €14).
Dove ci sono tante cose di un passato che pare di un secolo fa. La spiegazione di un meccanismo che poteva portare un giovane ad accostarsi al terrorismo. Il clima culturale, la droga delle azioni violente. Il fatto casuale, che fa precipitare la situazione in un senso o in un altro: per cui due giovani, che erano insieme nelle assemblee del ‘ 68, si trovano ad essere, dieci anni dopo, l’una terrorista, l’altro giudice. Soprattutto, c’è la spiegazione profetica delle ragioni della crisi del terrorismo: il dubbio interno che renderà possibile, da Peci in poi, il crollo verticale del partito armato.
“Quello che mi da un senso di repulsione quasi fisico - ragiona Angelica in carcere – è (…) questo agire alla cieca contro qualcuno che non sappiamo neppure chi sia .. questo decidere a tavolino, come fosse la schedina del totocalcio. Metto uno o x? Lo azzoppo o lo ammazzo?”. Mancano 4 mesi a via Fani. L’acme del terrorismo deve ancora arrivare. Ma Coti ha già visto la linea della salvezza.

( da "La Stampa - tutto Libri" del 31.07.2010 )

 

 

 

 

ASSOLUZIONE DI UN AMORE – JEAN COTI -

Affinità elettive edizioni

Nel 1977, anno in cui veniva scritto questo romanzo, io non ero nemmeno nata. L’eco degli avvenimenti di quel periodo è però giunto fino ad oggi. I nostri genitori sono cresciuti passando dalle emozioni del movimento studentesco della fine degli anni sessanta alla lotta armata, al terrorismo delle brigate rosse fino all’omicidio di Aldo Moro (9 maggio 1978). Poi tutto è cambiato. Se il motto dei più (tra cui il grande scrittore Sciascia) prima di quel tragico avvenimento era “ne con questo stato, ne con le brigate rosse”, alla luce di quel gesto estremo ci fu un unanime passo indietro. Di fronte alla “fermezza” delle istituzioni, tutti furono obbligati a scegliere da che parte stare: con quello stato (il presidente del consiglio era Andreotti) o con le brigate rosse.
Ma nel 1977 era possibile che un dirigente della Confindustria fosse organico alle brigate rosse? E che un giudice ex sessantottino sposasse la causa del terrorismo, più per amore di ciò che gli rievocava che per veri e propri ideali? Oggi queste cose raccontate da Jean Coti possono sembrare incredibili e invece, rileggendo le cronache di quegli anni, sono realistiche.
Le brigate rosse destavano una certa ammirazione, non solo nell’ambito della galassia extraparlamentare di sinistra, ma anche in alcuni ambienti dell’opinione pubblica, non tanto per le loro posizioni ideologiche (i loro “comunicati” erano prolissi e maniacali) quanto per la loro efficienza nelle operazioni “militari” e per la capacita di sottrarsi alle forze dell’ordine.
Ai giorni nostri è facile ipotizzare fitte trame di potere, simpatie rivoluzionarie da parte del potere stesso o finti atti terroristici di cui si immaginano i mandanti, ormai niente ci stupisce più. Ma quando l’autore scrive questo instant book può solo supporlo. E’ nel 1977, Moro non è morto, a Roma come nelle altre grandi città italiane si crede ancora alla forza della protesta… e solo qualche anno più tardi gli stessi che urlavano in piazza si possono incontrare, sempre per le strade, ma alla ricerca di ben altri sogni. Oppure dietro qualche scrivania a ricoprire ruoli di quel potere che tanto contestavano.
Anche questa è un’altra storia però, perché Angelica, la protagonista del libro, non è mai tornata indietro. Ha titubato, ha dubitato, ha avuto paura, ma non ha tradito i suoi ideali. Perfino quando il suo concetto di giustizia non combaciava con i piani, il suo coraggio e la sua determinazione l’hanno spinta ad andare avanti.
Forse l’assoluzione del titolo si riferisce proprio all’abnegazione con cui Angelica si dedica alla rivoluzione, finendo per perdere la cosa più importante, la propria liberà, e senza concedersi neanche le gioie dell’amore.
La terza parte del libro è in bianco, nove capitoli vuoti, forse ancora tutti da scrivere, forse perché non c’è più niente da dire, o forse perché come suggerisce Gian Franco Berti, amico dell’autore, grazie al quale questo piccolo libro è stato pubblicato dopo trent’anni, questa è una storia infinita.
La stesura del libro ed il ritrovamento del dattiloscritto a distanza di 33 anni è una bella storia nella storia che ci rimanda a tempi ancor più lontani, a quell’età dell’oro quando l’amicizia era ancora un valore.
Il testo, di facile lettura, è adatto sia ai molto giovani che ancora non conoscono gli avvenimenti di quegli anni così pieni di cambiamenti, sia a coloro che li hanno vissuti con coscienza, o anche a chi quel periodo lo ha subito, cercando di voltarsi dall'altra parte...
Un’ultima annotazione sulla casa editrice “Affinità Elettive”: decentrata, radicata sul territorio, pubblica libri di qualià ed è gestita da una donna. Ha tutti i requisiti per un sicuro successo.

Claudia – AltroQuando.com – Roma
1 september 2010

 

 

 

SOGNANDO, E TRADENDO, LA RIVOLUZIONE
di Giovanni Filosa

Dentro quel pertugio è rimasto per oltre trent'anni, "Assoluzione di un amore" non ha perso smalto. Forza. Ideologia. Sembra un romanzo scritto oggi. Non è una ricognizione negli anni settanta, quelli della cosiddetta riflessione dopo il '68. Piuttosto la cronaca spigolosa di una "auto confessione". Una amara storia scritta nel '77 da Jean Coti, ospite perenne di un Gianfranco Berti (jesino, allora editore e autore di una prefazione illuminante) che si è tenuto il volumetto nascosto in fondo ad un baule pieno di cianfrusaglie senza tempo. Solo oggi, resosi conto che la memoria va sempre ricordata, ha voluto pubblicare questo "romanzo breve" che è un lucido ritratto dei che tempi vivevamo.
Cattivo e insolente, è "il romanzo di una generazione tra politica, ribellione, risentimento", è un percorso senza luoghi comuni, tre metri sopra il pudore dei propri sentimenti, è un rovistare, con un dialogo in cui nessuna parola è superflua, tra le memorie di chi c'era o di chi voleva tirarsene fuori. Scelte di vita, terrore o giustizia, freddezza o calore sentimentale, Angelica è una terrorista che ha amato, che è madre, che ha momenti di tenerezza alternati a momenti di auto flagellazione. E' la faccia intransigente del terrore, che uccide scegliendo la vittima (confindustriale, politico, metalmeccanico non importa) perchè è solo così, afferma, che si potrà evitare un altro fascismo. Ma che dice, infine, "c'è una linea di demarcazione oltre la quale neppure la rivoluzione è giustificata. Jean Coti, ormai settantenne, che sta a Parigi ed è rimasto l'ultimo vecchio comunista che vota Pcf, ha scritto, quando era giovane, qualcosa di attuale, grandioso e terrificante. Da leggere d'un fiato.

dal "Corriere Adriatico - Libri & libri" di sabato 3 luglio 2010

ASSOLUZIONE DI UN AMORE

Da un cassetto salta fuori, dopo più di trent'anni, un breve romanzo inedito che ci fa assaporare - o riassaporare, secondo l'età del lettore - l'atmosfera acre degli anni di piombo. Assoluzione di un amore segue i pensieri di una giovane terrorista, catturata poco dopo aver ucciso un dirigente della Confindustria. L'apprendistato nelle formazioni dell'estrema sinistra, fino alla scelta della lotta armata, le discussioni e i primi dubbi sul significato da dare alle azioni violente, le passioni anche per gli uomini della sua vita, sono raccontati da Angelica in prima persona. E' un monologo erratico che salta qui e là, alla ricerca delle ragioni che l'hanno portata a compiere un assassinio e alla prigionia, reso vivido dalla struttura del libro, dai dialoghi e dal linguaggio. Una prosa che mostra una notevole tenuta e si fa leggere ancora oggi, non con il gusto di un repechage da modernariato letterario, ma col piacere che si riserva alle storie avvincenti. Di corsa con Angelica, guidati dalle sue dolorose riflessioni politiche e personali all'insegna del dubbio, nemiche di ogni certezza, scopriamo che gli uomini del libro formano un triangolo pieno di misteri e colpi di scena.
b.t.

dalla " Voce della Vallesina" del 27 giugno 2010

Jean Coti - ASSOLUZIONE DI UN AMORE
ed. Affinità Elettive - Ancona


Gli anni di piombo hanno alimentato una strordinariamente copiosa letteratura e significativa saggistica, rendendo forse inutile e superfluo questo breve romanzo, in un mare di inchiostro versato dal '68 in poi. In realtà il carattere particolare, l'atmosfera intimista nella quale si svolge questa sorte di "diario", che può essere letto anche a ritroso, ha una sua quasi inspiegabile suggestione. Accuse contro il potere, contro il sistema, alternate a momenti di pentimento o, per lo meno di "mea culpa", riflessioni amare, forse scontate se lette con il senno di poi, fanno si che il pregevole lavoro sia estremamente propositivo riguardo all'ampliamento della propria e individuale coscienza del periodo storico in questione, soprattutto e, auspicabilmente, per le nuove generazioni. Rimarchevole anche l'osservazione sul passare del tempo fatta dalla protagonista durante il suo isolamento, e la consapevolezza di non poter più dipendere dagli altri e fare ciò che gli altri decidono per noi.
Ma accanto e parallelamente alle vicende esistenziali e politiche si snoda, come in ogni romanzo che si rispetti, una love story intensa e drammatica, soprattutto nel finale. Una love story non convenzionale nella quale i ruoli ed il rapporto tra i due soggetti posti in relazione mutano, a causa delle scelte e delle contingenze che la vita quasi sempre impone. L'unica cosa che rimarrà invariata sarà proprio l'amore, quell'amore assolto che dà senso al titolo stesso del racconto.
La lettura scorre fluida e lineare grazie ad uno stile letterario volutamente non alto, ben calato in terra, con un lessico duro, a volte forte, ma che ben si attaglia al momento, all'evento, ai protagonisti inventati ma assolutamente reali, veridici!
Gradevole, debbo confessare, la breve prefazione dell'editore mancato, Gian Franco Berti, che ha la bontà di riassumere la genesi di questo romanzo, con alcune annotazioni anche biografiche, con riferimenti aneddottici divertenti, soprattutto per chi ha la fortuna di conoscerlo!
(
Francesco Dorello)

(dal sito "I LOVE MO.IT" Look the Book)

 

ASSOLUZIONE DI UN AMORE
il romanzo di una generazione, tra politica, ribellione e sentimento

 

Non ho vissuto quell’epoca, quegli anni tanto stimolanti e duri che sono cominciati attorno al 1968 e che sono terminati un decennio dopo, attorno al 1977, con i cosiddetti anni di piombo. Non li ho vissuti coscientemente quegli anni per via dell’anagrafe, anche se un po’ tutti li abbiamo vissuti e rivissuti nelle cronache, dai film, dai racconti. Ho avuto il modo di annusarne il clima, le atmosfere, magari distorte dalla retorica di chi li ha vissuti e guidati o di chi li ha combattuti in piazza e nelle ricostruzioni critiche. Difficile non aver sentito parlare di quegli anni entrati nel mito, più difficile arrivare ad una considerazione critica e ad una interpretazione con le scorie della retorica decantata e delle emozioni ancora vive.
La mia anagrafe potrà pertanto deludere un po’ Gian Franco Berti, presidente del Centro Piero Calamandrei, che inviandomi una copia di questo libro, anticipata da una email nella quale racconta la storia del manoscritto, scritto 33 anni fa a casa sua da un suo amico francese, andato poi disperso nei suoi molteplici traslochi e ritrovato solo di recente, mi chiede: “Mi piacerebbe che ottenesse lo spazio per una seria e attenta recensione, non solo letteraria, ma della storia di una generazione intera che si è sbattuta e dibattuta per dieci anni tra politica, ribellione e sentimento: il maggio francese, il movimento della P38, il terrorismo raccontato dal di dentro”.
Mi dispiace, ma credo di non avere tutti gli strumenti per accontentarlo.
Sono grata a Berti però che mi ha dato il pretesto di leggerlo. Nel mare delle pubblicazioni, questo è il libro che avrei voluto leggere in questo momento. Un tentativo di dare risposta alle domande che ci portiamo dentro su questa nostra storia ancora troppo recente per non imbarazzarci, ma che ha anche la capacità di emozionarci, come questo romanzo, per l’infinita speranza, il sentimento e la disperazione che l’hanno caratterizzata. E come tutte le cose che emozionano si ha una sorte di pudore a parlarne.
Mi limiterò pertanto a presentare Assoluzione di un amore, romanzo breve, riportandone la quarta di copertina.
Un’ultima cosa. C’ è un legame tra il romanzo e Jesi, ed è alquanto curioso. Lo spiega il presidente del Centro Calamandrei nella sua breve e divertente prefazione: ai personaggi l’autore ha dato i nomi degli amici jesini di Berti, suggeriti da lui, il pittore Carotti per esempio, gli avvocati Rossetti, Liuti ecc. [.....]

(Marina Marini)
da “Jesi e la sua Valle” del 17.07.2010