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PREMIO INTERNAZIONALE PER LA DRAMMATURGIA
a

MARISA FENOGLIO

Sirolo, 30 Agosto 2015



 

 

 

Marisa Fenoglio, figlia di Amilcare e Margherita Faccenda, sorella di Beppe e Walter Fenoglio. Una storia che si ricollega principalmente al numero civico 1 di Piazza Rossetti ad Alba, e dunque ritorna sui luoghi reali e sentimentali di Casa Fenoglio, che fu, vent'anni fa, il fortunato libro d'esordio dell'autrice. Con questa riduzione drammaturgica di "Uno scrittore in Famiglia", Marisa Fenoglio restituisce non solo uno spaccato autobiografico o la ricostruzione di un ambiente sociale ed economico tramontato con il secolo scorso, ma soprattutto la vicenda umana e culturale di una famiglia piccolo borghese che "scopre" al suo interno una improbabile (secondo schemi eminentemente classisti) realtà: la presenza di uno scrittore, che diventerà uno dei più grandi del Novecento, Beppe Fenoglio (1922-1963).

Una drammaturgia avvincente e fatta di tappe, tutte indispensabili per arrivare al traguardo finale, il racconto di una famiglia completamente avviluppata da un vortice letterario. Attraverso dieci quadri (I Fenoglio / Nostra madre / La via letteraria / La macchina da scrivere / Beppe fratello / Fulvia / Fumo, tosse, malattia / Beppe se ne va / Alchimie familiari / Vivere altrove), l'autrice ci racconta il difficile ma intenso rapporto di Beppe Fenoglio con la madre; il passaggio, contrastato, da figlio della piazza di mercato a grande della letteratura italiana; il successo postumo e la capacità di "parlare" sempre a nuovi lettori, soprattutto ai giovani.

Il Presidente
del Centro Studi "Franco Enriquez"
Paolo Larici

 

 


 

Sono la sorella minore di Beppe Fenoglio. Anagraficamente favorita ho condiviso con lui gli affetti, l´ambiente e l´humus famigliare; sono stata testimone della situazione di partenza del suo grande destino letterario e della sua breve stagione di vita.
Assisto da decenni al suo persistere, di diritto, sulla scena letteraria italiana.
Se oggi l´onore, il piacere e la gratitudine di ricevere l´importante “Premio Franco Enriquez 2015” tocca a me, il vero meritevole di essere ricordato e onorato nell´ambito di questa manifestazione è mio fratello, Beppe Fenoglio, scomparso nel lontano 1963 alla vigilia dei suoi 41 anni. A lui lo dedico, a lui che è il vero depositario di quell´insospettato tesoro di famiglia, (in forma ridotta ne partecipo anch´io) che è la scrittura letteraria, nella sua forma di romanzo formativo.
Beppe non ha potuto godere dei suoi successi, la sua fama postuma non l´ha potuta nemmeno immaginare. Non sa che ancora oggi dopo piú di mezzo secolo, generazioni di giovani, e non più giovani, ancora lo leggono, lo studiano, lo amano.
E qui, a questo punto, vorrei ricordare, e far parte di questo premio, la memoria di un giovane, Emanuele Iurilli, 19 anni, di Torino, vittima dimenticata del terrorismo del 1979, di nulla colpevole se non di essersi trovato nel momento sbagliato nel posto sbagliato. Un´imboscata tesa ai poliziotti da Prima Linea, lo sorprese quasi sulla porta di casa: una pallottola che vola e la madre dal balcone che lo vede stramazzare.
Nel suo zainetto, al ritorno da scuola, un libro:  Il Partigiano Johnny di Beppe Fenoglio. Sua madre, maestra elementare veniva dalle Langhe, aveva visto la Resistenza da vicino, gli aveva consigliato la lettura di Fenoglio.
Il Partigiano Johnny rimase il libro preferito di Emanuele su cui voleva scrivere una relazione, per l´esame di maturità.

Esprimo il mio grandissimo rammarico per non potere essere presente a questa manifestazione e ricevere di persona il Premio. I motivi li ho comunicati, tramite il Centro Piero Calamandrei, agli organizzatori del "Premio Franco Enriquez 2015".

 

 

 


 

Marisa Fenoglio: 
una gatta sul tetto che scotta

 

Leggendo le opere di narrativa di Marisa Fenoglio si è motivati ad andare avanti per scoprire se chi racconta, la voce narrante, come dicono i critici letterari,  sia "già" scrittore prima di vivere con uno scrittore o se lo sia diventato, quasi suo malgrado, per le difficoltà di vivergli accanto. La miolla narrativa è coinvolgente perchè instaura un rapporto emozionale con la letteratura.

A Marisa Fenoglio è capitato di essere la sorella di uno scrittore. Il fatto anagrafico lei lo ha modellato come spunto narrativo, fino a farlo diventare metafora letteraria ed esperienza collettiva sulla condizione della parola: mezzo di collegamento alla realtà, ma anche barriera. L’ambivalenza della parola crea una tensione continua tra ciò che permette e ciò che impedisce di dire.

Questa lontananza, anziché subirla come un destino dell’uomo,  sulla pagina si trasforma in ricerca di vita. Il quotidiano è un terreno inesplorato dove le cose più piccole non hanno un nome.  L’emotività è fatta dalla materia delle esperienze, prima che vengano catalogate dal buon senso, e rese inoffensive. Le pagine di Marisa sono impossibili da parafrasare. Il contenuto poetico non è sovrapponibile parola per parola alla lingua tipica dello scrittore. Bisogna rovistare nel linguaggio di casa. Marisa mette sulla strada perché la sua prima opera, Casa Fenoglio, ha già nel titolo la parola “casa”, un manifesto.

La casa nel secondo romanzo, Vivere altrove, diventa in modo esplicito una condizione linguisticamente eversiva. La casa come involucro di una miscela che non deflagra, fa pensare a Casa di bambola di Ibsen, con la differenza  che la “bambola” Marisa Fenoglio sa di cosa parla: una condizione moderna, senza nessun alibi per le mode. Rifiuta l’invito facile a diventare una professionista dello sguardo trasognato, sul genere di Banana Yoshimoto. Ha qualcosa di felino il suo  aggirarsi senza riconoscersi nello spazio domestico del linguaggio. Arriva sempre il graffio nei momenti in cui il lettore, come un ospite ignaro, si rilassa col gatto di famiglia.

L’artiglio della parola, rinfoderato nella zampa, è la specialità di una verve personale di Marisa, un talento affabulatorio naturale che un tempo nasceva negli spazi dove il privato si mescola col pubblico e dove è lecito chiedere chi siano i mandanti del discorso. La domanda indiscreta, se non indecente, sulla violenza del rimosso, è il motore di una teatralità che sgorga dalle cose che non si dicono. La poesia e la grande attualità di Marisa sono in quel tempo rubato che precede ciò che troppe parole impediscono di dire.

Nel panorama italiano contemporaneo, Marisa Fenoglio rappresenta una scrittura che non si lascia trasportare dalla corrente, ma cerca di risalirla. Naturalmente viene subito spontanea la domanda  se non sarebbe più comodo assecondarla. Prima di rispondere però bisogna anche pensare dove porta la zattera rassicurante della letteratura “buona” dove Marisa non è mai salita. La spinta verso il basso trascina sempre nella stesso posto: nel punto di confluenza tra letteratura e lessico famigliare, così da far trovare il lettore già a casa propria, dove coincidono cultura e buon senso.

Il concetto di casa per Marisa è esattamente il contrario: luogo estraniante dove la letteratura si cela dietro le parole. Le mura domestiche non racchiudono la consapevolezza di un tempo di avvento, come succede di regola nelle dinastie culturali. Letteratura e buon senso non si incontrano. Il distacco si manifesta nell’incidente  linguistico, nella teatralità spontanea di Marisa, e persino in una misurata insolenza cabarettistica che fa capolino dal guscio delle cultura, come i pulcini che spezzano col becco la membrana dell’uovo per nascere.

Michelangelo Castagnotto

 


 

una testimonianza amichevole

 

Il mio incontro con Marisa Fenoglio è avvenuto in modo imprevisto. Assistei a un suo dialogo con il pubblico quando, alcuni anni fa, l’Università di Friburgo ospitò la presentazione del suo secondo romanzo, Vivere altrove (Sellerio 1997). In una sala gremita di giovani e non più giovani cultori della lingua italiana, Marisa Fenoglio illustrava il suo controverso rapporto con uno dei topoi sacri alla sensibilità nordica, ovvero l’appassionato rapporto con il bosco, meta di inebrianti passeggiate per i tedeschi ma fonte di smarrimento per l’autrice che, con divertita ironia, minava stereotipi e luoghi comuni radicati nelle rispettive culture. Compresi che quella sua disamina, implacabile ma benevola, aveva molto da comunicare a chi compiva lo stesso percorso o solo desiderava comprenderlo. Non a caso il romanzo si diffuse rapidamente con un passaparola nella comunità bilingue italiana e tedesca. Ciò che mi colpì fu anche la sua stessa presenza in Germania. Che Beppe Fenoglio avesse una sorella residente in Germania dagli anni Cinquanta era per me un fatto inedito, ma divenne ancor più singolare quando fui invitata da due professori americani a tenere ad Alba un corso residenziale di cultura italiana per i loro studenti universitari. Questa coincidenza costituì l’inizio di una significativa avventura dello spirito. Era evidente che la compresenza all’interno dello stesso nucleo famigliare di due scrittori con una vocazione plurilingue e ramificazioni geografiche diversificate, comprendenti le percorrenze ideali della lingua e della cultura inglese per Beppe Fenoglio e di quella tedesca per Marisa, costituiva una squisita e letteraria rarità.

Di Marisa Fenoglio occorrerebbe dire molto. E’ auspicabile che il suo nuovo romanzo, ambientato nella contemporaneità lungo un asse che da Alba muove verso Berlino, veda presto la luce. Ella ha fatto della sua atipica migrazione un’arte narrata. “Non tutte le scissioni, non tutte le separazioni sono una maledizione”, scriveva Tzvetan Todorov in un raro scritto personale dal titolo L’Uomo spaesato (1997). Marisa Fenoglio dà conto della percorrenza di uno spazio in divenire in ogni suo romanzo, consapevole che le coordinate della sua esistenza sono solidamente ancorate ad Alba in un inconfondibile microcosmo da cui si staglia la figura di Beppe Fenoglio. La letteratura si è impadronita del tempo e Marisa ha avuto modo di continuare a traghettare persone e culture in entrambe le direzioni, essendosi trovata nella condizione di saper leggere due mondi.

prof. Mara Cambiaghi
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docente di letteratura comparata all'Università di Costanza, studiosa di Beppe Fenoglio