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Il caso intercettazioni e la ricerca di un equilibrio

«Guerra dei trent’anni»
deriva da scongiurare

di Paolo Borgna

 

 

Il caso intercettazioni e la ricerca di un equilibrio C’è stata, in Italia, tra politica e giustizia, una 'guerra dei trent’anni' che ha una precisa data d’inizio: 10 luglio 1981. Quando, intervenendo alla Camera nel dibattito sulla fiducia al governo Spadolini, poche settimane dopo l’arresto del banchiere Roberto Calvi, Bettino Craxi tracciò un solco che molti altri avrebbero coltivato. Parlò di «abusi commessi in nome della legge», di «ingiustizie della giustizia». 
Denunciò «l’uso politico delle carte e delle iniziative giudiziarie», che costituiscono fattore «di inquinamento, intossicazione e distorsione della vita democratica». Disse, in sostanza, che non è accettabile che l’agenda politica e l’economia di un Paese vengano a dipendere dall’attività giudiziaria di magistrati-burocrati privi di alcuna legittimazione democratica. Quel discorso inaugurò una fase in cui, troppo spesso, problemi reali della giustizia venivano agitati, di fronte all’opinione pubblica, da chi aveva in mente obiettivi diversi dalla loro risoluzione e con modi da cui traspariva un’evidente volontà punitiva. Ma ebbe anche un’altra conseguenza: i magistrati, vedendo quei temi roteati come una clava sulle loro teste, si chiusero in un clima di difesa da 'cittadella assediata', spesso negando l’esistenza stessa dei problemi. 
Per trent’anni abbiamo così avuto questioni reali strumentalizzate da una parte e, dall’altra, eluse in quanto strumentalizzate. Vorremmo poter dire che questa fase appartiene al passato e che su molti fronti, in questi ultimi anni, si è operato per superare l’incomunicabilità tra politica e magistratura e per coltivare una nuova stagione di dialogo tra avvocati e giudici, capace di dare respiro culturale e visione organica alle riforme del Legislatore. Alcuni risultati si sono già ottenuti: si pensi alla riforma 'a costo zero' che ha introdotto la possibilità di archiviare una notizia di reato per «particolare tenuità del fatto» e che, nel medio-lungo termine, può avere un’importanza strategica nell’accorciare i tempi del processo penale. 
Altri risultati si possono raggiungere, con piccoli e coerenti interventi che, snellendo le procedure senza intaccare le reali garanzie dell’imputato, eliminino alcune norme che semplicemente rallentano il corso della giustizia. Questo clima costruttivo è necessario anche sulla questione incandescente, tornata alla ribalta in questi giorni, delle intercettazioni. Per anni, su questo tema, il binomio strumentalizzazione/negazione del problema si è manifestato in modo esemplare. Da un lato, si denunciava la vergogna della pubblicazione sui giornali di conversazioni che riguardavano esclusivamente la vita privata delle persone e si indicava, come unica ricetta possibile, un minore ricorso all’uso delle intercettazioni. 
Con il risultato di rinunciare a un comune impegno a raggiungere il vero giusto obiettivo: impedire, in tutti i modi, le fughe di notizie e le indebite pubblicazioni di queste conversazioni. Gli interventi legislativi in cantiere su questa materia non vanno dunque demonizzati come tentativi di imporre 'bavagli' o 'bavaglietti'. Ma vanno discussi, con il contributo di tutti gli addetti ai lavori, come ricerca di un equilibrio tra efficienza delle investigazioni, principio costituzionale della libertà e segretezza di ogni forma di comunicazione (art. 15 Costituzione) e libertà di stampa (art. 21). Un equilibrio difficilissimo ma possibile, come dimostrano le circolari emanate, nei mesi scorsi, da alcuni Procuratori della Repubblica. 
Nell’ambito della normativa già esistente, queste circolari articolano i passaggi di una procedura che, con l’intervento del difensore, elimini dagli atti del processo notizie e frasi inutilizzabili, irrilevanti o contenenti 'dati sensibili', così diminuendo drasticamente il rischio della pubblicazione di tali brani. Nella consapevolezza che l’irrilevanza delle conversazioni non può essere disciplinata per legge ma va valutata, caso per caso, dal giudice, a seguito del contraddittorio tra accusa e difesa. Una legge che, anche ispirandosi a queste buone prassi, disciplini con precisione la materia (rinunciando a formule generiche, fumose e pericolose) non è da temere ma è anzi auspicabile. 
Magari riprendendo vecchi eppure attuali suggerimenti: come quello, da altri ricordato in questi giorni, di considerare segrete le intercettazioni non solo (come è oggi) fino al deposito per le parti, ma fino alla decisione del giudice sulla loro utilizzabilità. Una delle tante ottime proposte fatte nel 1998 dall’allora ministro Flick e poi cadute nel dimenticatoio, per colpa di quella 'guerra dei trent’anni' che speriamo di non rivedere.

da "Avvenire.It" del 14 aprile 2016