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comunicato stampa

A PROPOSITO DI 'CONTRIBUTI'

SUL REFERENDUM COSTITUZIONALE

(a proposito del
SI e del NO)

 

 

Dovevamo esserci anche noi del Calamandrei al 'contributo di conoscenza' delle ragioni
del No e di quelle del Sì al referendum costituzionale, indetto dal Centro Mazziniano,
dal Circolo Pertini, dall'Istituto Gramsci.
L'idea che fosse un 'contributo' un po' povero e piccole incomprensioni hanno impedito
l'adesione. Abbiamo preferito
seguire una nostra strada che,
senza classificarci apparentemente per il Sì o per il No, ci consentisse di affermare che il

lavoro dei nostri 'maggiori' sul linguaggio e la chiarezza della Costituzione del '48 non
dovesse andare disperso. A tal fine abbiamo pubblicato un 'quaderno del Calamandrei',
appena finito di distribuire, con grande successo, a tutti gli studenti maturandi di Jesi e
el territorio su "Le parole della Costituzione" di Francesca Chiarotto dell'Università di Torino.
E ce n'era bisogno: infatti, insieme al minisaggio, nelle scuole abbiamo esposto un

pannello con stampato, a titolo esemplificativo, il testo dell'attuale art.70 a fronte di
quello modificato soggetto a referendum. Ebbene, a solo 9 (!)  parole dell'attuale,
si contrappongono ben 347 (!) parole della modifica, con 10 punti (1 ogni 35 parole!);
48 virgole (1 ogni 7 parole!). Niente punti e virgola né due punti. Uno scritto illeggibile,
incomprensibile.
Beh! questo ci sembrava un argomento serio di riflessione che, obiettivamente, ci
faceva
propendere per il No, senza dirlo. Ma è arrivata la Brexit e il suo risultato.
E ci impone di prendere le distanze da un referendum su un argomento che non
andrebbe
sottoposto a referendum. 
Si dirà: ma è la Costituzione che lo prevede se non si ottiene un certo quorum di
voto
parlamentare. E allora noi diciamo: votiamo NO al referendum cosicché siano
costretti in Parlamento a
ricercare le soluzioni che trovino l'accoglienza del quorum
richiesto.
E lavorino, e cerchino, e si arrabattino finché non lo trovano il benedetto
quorum. 
Il principio di responsabilità impone che se io ti scelgo, ti delego e ti pago per
rappresentarmi,
allora tu devi studiare, operare, perseguire il risultato migliore
per me che ti ho delegato. 
Se tu non ci riesci con la ragione e la testa, non puoi cavartela chiamando me a
subentrarti
con l'emozione e la pancia.
La democrazia parlamentare e rappresentativa non funziona così!
Altrimenti è un'altra cosa. Altro che equilibrismi tra le tecnicalità delle ragioni
del no e di
quelle del sì! Qui è in ballo un certo tipo di Democrazia....e, a scanso
di equivoci, i referendum
per il divorzio, per l'aborto, per l'eutanasia non c'entrano
niente. E nemmeno l'appello al
popolo, alla 'folla informe'.

Jesi 27 giugno 2016
Centro Studi Piero Calamandrei




a proposito del si e del no


Da: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Inviato: lunedì 12 settembre 2016 13:48
Oggetto: A proposito del Sì e del No


Cari amici e amiche del Comitato dei Garanti del nostro centro,
a seguito dell'organizzazione di un dibattito, dal quale ci siamo sottratti, abbiamo preso e pubblicizzato questa nostra riflessione sul referendum costituzionale.
Ci piacerebbe conoscere il vostro parere sulla posizione presa e il vostro punto di vista sul tema. Non per riprodurre un dibattito a poche voci, ma per ragionare fra di noi su un argomento che sarà centrale nell'immediato futuro.
Grazie per l'ascolto e per quello che vorrete condividere con noi. Un caro saluto e un abbraccio.

Gian Franco Berti



Da: Patrizia Antonicelli

Data:14/09/2016 02:08 (GMT+01:00)

Caro Gianfranco, che piacere sentirti e che onore far parte del dibattito!

Mi vergogno però di doverti confessare che avendo ormai un cuore un po' ballerino cerco di evitarmi troppe rabbie e quindi seguo non bene le vicende italiane, cercando solo di farmi un'opinione veloce sui temi più scottanti. Mentre cerco di navigare la politica statunitense che come vedi sta sprofondando in abissi terrorizzanti. Non sono serena per nulla e mi trattengo a fatica dall'esprimere in pubblico il mio pensiero, anche perché ci tengo alla mia pelle.
Non sono quindi in grado di darti un'opinione sul quesito da te posto se non in pochissime parole.
Dare i poteri di cambiare la Costituzione a un branco di politici che sono improvvisati e poco affidabili è già una premessa per il no.
La prospettiva che la vittoria del no sbatta fuori dal governo Renzi e le sue donzelle è un altro motivo per votare in quel modo. Capisco le gravi conseguenze di un governo allo sbando. Ma non lo è gia? Non è un modo invece per riprendere il filo di discorsi politici seri e professionali e attraverso momenti difficili e caotici arrivare magari ad una situazione più seria ed accettabile? Vorrei dire normale?
Vivendo la realtà americana mi sono resa conto quanto solo le forze popolari e giovani sono in grado di iniziare un movimento di cambiamento. Oggi poi vediamo come delle minoranze alienate, gli Indiani, sappiano prendere in mano una situazione di sopruso e confrontarsi senza violenza attirando masse da ogni parte del mondo. È un esempio straordinario!
Non sono d'accordo nell'abolire o indebolire le Regioni. Piuttosto renderle organizzazioni efficienti e non il ricettacolo autorizzato del malaffare.
Mi sembra pericoloso un Parlamento tuttofare e un Senato di rappresentanza. Non vedo altri esempi simili nel mondo che siano interessanti. Forse alcune dittature.
Voglio ripetere che non ho approfondito il tema, e ti rispondo di getto. Ma mi sento di condividere l' opinione qui riportata: Secondo Zagrebelsky il referendum sulla riforma del Senato suggerisce “un progressivo svuotamento della democrazia a vantaggio di ristrette oligarchie”.
Quindi, posso concludere che nella mia profonda ignoranza del dibattito in Italia, mi sono trovata a darti ragione e mi fa piacere la tua stizza che trapela nelle ultime righe.
E la minaccia di Berlusconi di fare non ricordo più cosa se vince il NO mi fa star male di stomaco, ne abbiamo le tasche piene di questo bandito che abbiamo nutrito per troppi anni. Ma anche credo sia un motivo per iniziare veramente una svolta, senza le ministre e i renzini e via dicendo ma con una presenza di uomini degni dei nostri "maggiori', come li chiami tu!
Scusa se non sono più profonda, ho spiegato i motivi.
Verrà il giorno in cui ci incontreremo?
Grazie, e un abbraccio affettuoso.
Patrizia




Da: Silvia Calamandrei

Data:14/09/2016 17:00 (GMT+01:00)

Caro Gianfranco, mi sembra un ragionamento molto ragionevole!!!!



Da: Paolo Borgna

Data:19/09/2016 19:25


Cari amici del Centro studi Piero Calamandrei di Jesi,

mi avete chiesto di esprimere un mio parere sulla vostra presa di posizione in favore del NO al referendum costituzionale.

Vi rispondo, in forma colloquiale, come si conviene in una lettera ad amico e come sono abituato a fare nelle discussioni con Gian Franco Berti.

Vi dico subito che non mi sono impegnato in una “campagna per il NO” e non ho firmato appelli o altri pubblici inviti perché la decisione – che ho già preso - di votare NO è molto sofferta. Perché condivido i principali obiettivi che la riforma intende perseguire: superare il bicameralismo perfetto, soprattutto, affidando ad un’unica Camera il voto di fiducia al Governo; semplificare e rendere più veloci i processi decisionali e l’iter di formazione delle leggi. Decisione ancor più sofferta, in quanto vedo convintamente schierate per il SI’ molte delle persone che maggiormente stimo e con cui condivido ideali ed opinioni sui problemi europei ed italiani.

Ciononostante, voterò NO perché questi obiettivi sono perseguiti in modo confuso e pasticciato (tanto da avere molti dubbi sul loro effettivo raggiungimento), con un testo scritto con una tecnica che mutua le peggiori consuetudini della produzione legislativa degli ultimi anni. E perché ritengo che il perseguito rafforzamento dell’Esecutivo non sia adeguatamente accompagnato da un corrispondente rafforzamento dei poteri di garanzia.

Sul modo confuso di legiferare e sulle conseguenti difficoltà interpretative e sui possibili conflitti, è sufficiente leggere il nuovo testo degli articoli 70 (non solo il citatissimo primo comma, ma anche il terzo…) e 72, relativi alla formazione delle leggi. Non è solo una questione di forma (che comunque è importante e su cui tornerò). Ma anche di sostanza. E’ ormai noto che tali articoli (e altri successivi) prevedono ben nove diversi iter di formazione delle leggi:

  1. “procedimento bicamerale”, per le materie elencate nell’art. 71, I comma;
  2. “procedimento monocamerale partecipato” (art. 71, III comma);
  3. “procedimento monocamerale partecipato rinforzato”, per le leggi statali che danno attuazione all’art. 117, IV comma (art. 71, IV comma);
  4. “procedimento monocamerale partecipato di bilancio” per le leggi emanate in forza dell’art. 81, IV comma (art. 71, V comma);
  5. “procedimento su iniziativa legislativa rinforzata del Senato” (art. 71, II comma, parte seconda);
  6. “procedimento per voto a data certa” (art. 72, VII comma);
  7. “procedimento per le leggi elettorali con controllo preventivo di costituzionalità” (art. 73, II comma);
  8. “procedimento per leggi di conversione dei decreti legge” (art. 77);
  9. “procedimento abbreviato per disegni di legge di cui è dichiarata l’urgenza” (art. 72, III comma).

Già questa elencazione rende difficile affermare che ci si trovi di fronte ad una “semplificazione” della funzione legislativa. Ma il problema è più complicato. Perché l’adozione di un certo iter anziché un altro e l’attribuzione della competenza a legiferare ad una o ad entrambe le Camere dipendono – secondo l’articolo 70 – dall’“oggetto proprio” della legge. Ma se, come spesso accade, l’oggetto di una legge non è ben definito o tocca materie diverse e intrecciate tra loro, è evidente che nasceranno molti dubbi e anche conflitti di competenza tra le Camere. Come risolverli? Il Costituente del 2016 è molto ottimista, perché pensa di prevenire tali conflitti, prevedendo che “I Presidenti delle Camere decidono, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti” (art. 70, VI comma). Ma se l’intesa non viene raggiunta? I costituzionalisti sono concordi nel prevedere che, in tali casi, si potrà sollevare un conflitto di attribuzione tra i Presidenti delle due Camere, di fronte alla Corte costituzionale. E, dunque, la proclamata “semplificazione” è sempre più distante …

E’ invece certo che la nuova Costituzione, se sarà approvata dal referendum, accentuerà il potere dell’Esecutivo. L’espressione più nitida di questo aumento di potere è il meccanismo del voto a data fissa, previsto dall’ultimo comma del nuovo art. 72 (la possibilità, per il Governo, di imporre alla Camera di pronunciarsi entro 70 giorni sui disegni di legge ritenuti essenziali per l’attuazione del suo programma).  Un contingentamento dei tempi di discussione che – se si considera che il Governo sarà l’espressione di una maggioranza di una Camera nata da una legge elettorale che darà un ampio premio ad un partito che, al primo turno, potrebbe aver raccolto non più del 20-25% del consenso dei votanti – accentua in modo netto la supremazia dell’Esecutivo sul Legislativo.

Ebbene, anche a voler ammettere la necessità di una tale supremazia, si deve però convenire che essa dovrebbe essere controbilanciata – come avviene in tutti i Paesi con un Esecutivo forte - da un corroborato ruolo degli organi di garanzia. Così invece non è.

I poteri di garanza non sono rafforzati. Anzi, qualche dubbio che essi possano venire indeboliti viene dalle nuove modalità di elezione del Presidente della Repubblica. Sappiamo che, a partire dal 1994, l’evoluzione in senso maggioritario del nostro sistema politico aveva fatto sorgere la condivisa esigenza che il meccanismo di elezione del Capo dello Stato, previsto dai Costituenti del 1948, al tempo in cui vigeva un sistema elettorale rigorosamente proporzionale (maggioranza dei due terzi dell’assemblea per i primi tre scrutini, maggioranza assoluta a partire dal quarto scrutinio), fosse rivisto; al fine di impedire che il Presidente venga eletto esclusivamente dai parlamentari della maggioranza del momento. Il nuovo terzo comma dell’articolo 83 oggi riformato conferma che, nei primi tre scrutini,  per eleggere il Presidente sia necessaria la maggioranza dei due terzi dell’assemblea. Prevede poi che, dal quarto al sesto scrutinio, sia necessaria la “maggioranza dei tre quinti dell’assemblea”. E infine prevede che, dal settimo scrutinio in poi, sia “sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti”. Si tratta, a prima vista, di un innalzamento del quorum (dal quarto scrutinio in poi). In realtà, siamo di fronte ad un possibile concreto abbassamento. Perché, il fatto che, dal settimo scrutinio, la maggioranza (sia pure dei tre quinti) venga calcolata non sui membri dell’assemblea bensì sui “votanti” consente, in ipotesi, di eleggere il Capo dello Stato con un numero di parlamentari decisamente inferiore alla metà dei componenti l’assemblea.

E’ stato calcolato, da una costituzionalista che non ha preso alcuna pubblica posizione in favore o contro la Riforma[1], che, se fossero assenti  174 Parlamentari, il partito di maggioranza (che, con l’Italicum, avrà conquistato, grazie al premio, 340 deputati) potrebbe, da solo, eleggere il Presidente. E’, onestamente, un’ipotesi estrema. Ma la storia parlamentare anche recente ci insegna che questa possibilità incentiverebbe pratiche di accordi sottobanco per ottenere la “desistenza” non dichiarata di gruppi di grandi elettori, al fine di abbassare il quorum; rendendo possibile l’elezione di un Presidente espressione della sola maggioranza politica del momento. Con le immaginabili conseguenze non solo sulle sue funzioni di controllo (si pensi, per tutte, al controllo sulla legittimità degli atti di Governo) ma anche sugli altri organi di garanzia (si pensi ai cinque giudici, di nomina presidenziale, della Corte Costituzionale).

***

Vi sono poi due altre questioni, di forma e di procedura, che mi spingono a dire NO.

Mi rendo conto, ogni volta che discuto di questo con amici più giovani di me, che le cose che sto per dire sono ormai considerate cose “da vecchio”, da nostalgico di una civiltà che ormai è tramontata.

Ma io sono affezionato all’idea che le Costituzioni, avendo lo scopo di affermare dei principi e di stabilire le regole del gioco, debbano essere approvate (e quindi sentite come proprie) da tutti i giocatori. Il fatto che questa Riforma sia stata approvata da una maggioranza stiracchiata e a colpi di voti di fiducia costituisce un vulnus all’idea della Costituzione come patrimonio comune di tutti i cittadini.

Mi si dice: ma non c’erano le condizioni politiche per un consenso parlamentare più ampio. Rispondo: se quelle condizioni non c’erano, la Costituzione non andava riformata. E, comunque – e qui condivido in pieno le parole del Centro studi – un consenso andava ricercato, con più convinzione, con più intelligenza politica, con più determinazione, con più pazienza, con più capacità di ascoltare e trovare mediazioni che non siano pasticci lessicali e concettuali ma sintesi più alte. Se non si è capaci di tutto questo, ebbene, vuol dire che non si è all’altezza di cambiare la Costituzione. Che non è il momento per farlo.

Volendo procedere a tutti i costi, si divide il Paese, si creano contrapposizioni troppo forti tra i cittadini su questioni su cui invece ci si deve ritrovare uniti. E questo è un errore politico che, da solo, giustificherebbe il NO.

Le fasi costituenti sono sempre state momenti storici in cui i popoli ritrovavano ragioni di unità nonostante che, su altri fronti, resistessero o aumentassero divisioni drammatiche. Si pensi alla fase costituente che portò all’approvazione della nostra Carta.

Tra il giugno 1946 e il 1° gennaio 1948 si era alzata la cortina di ferro. Nei paesi dell’Europa orientale i Russi avevano fatto cadere i governi di unità nazionale nati nel dopoguerra e li avevano sostituiti con governi comunisti o di coalizioni fittizie. In Bulgaria i comunisti avevano impiccato il non allineato capo della Resistenza, Petkov. In Italia, i comunisti erano stati estromessi dall’area di governo. Gli scontri di piazza, tra manifestanti e la polizia di Scelba, erano all’ordine del giorno, anche con morti. A Milano i partigiani garibaldini e i comunisti avevano occupato la Prefettura per protestare contro la destituzione del Prefetto designato dal CLN.

Eppure, in questo clima di guerra fredda, si scriveva la Costituzione. E De Gasperi, Togliatti e Calamandrei riuscivano a discutere citando Dante.

Oggi non ci sono, tra le forze parlamentari, divisioni importanti sulla collocazione internazionale dell’Italia. Le tensioni sociali rientrano ampiamente nella fisiologia di una democrazia. Non ci sono profonde contrapposizioni ideologiche. Eppure, non si riesce a riscrivere, insieme, 43 articoli della seconda parte della Costituzione. Non c’è epitaffio più significativo sulla incapacità di reale leadership dei nostri dirigenti politici.

Un’altra mia idea fissa – che avverto, sempre più, essere sentita come un “pallino” da vecchio brontolone - è la questione della forma. Mi hanno insegnato che la Costituzione di un Paese deve essere scritta in forma chiara, leggibile e comprensibile da tutti, limpida nella sua forma. La Costituzione del ’48 era così. Noi la studiavamo a scuola, quando eravamo ragazzi, insegnataci da maestri e professori che avevano vissuto la tragedia della guerra e poi la stagione Costituente.

Leggevamo quella Costituzione e la capivamo, anche se avevamo solo dieci anni. Oggi, il testo che ci viene proposto è, persino dal punto di vista grammaticale, illegibile. In quei 43 nuovi articoli c’è di tutto; meno che la lingua italiana.

Le parti modificate dalla Riforma, se letti in parallelo col testo originario, sembrano a quegli ecomostri costruiti in mezzo a panorami meravigliosi.

Mi dicono molti amici: ma non puoi far prevalere la forma sulla sostanza. Se sei favorevole al superamento del bicameralismo perfetto, non puoi dire di no a un testo solo perché è mal scritto.

Forse quegli amici hanno ragione. Forse sono fuori dal tempo. Ma, allora, lasciatemi dire di NO in santa pace. Non cerco di convincervi. Non cercate di farlo con me.

Diceva il vecchio Luigi Pintor: “Se una tesi non può essere espressa con linguaggio semplice e chiaro, vuol dire che è priva di fondamento e perciò è necessario riflettere ancora.” E aggiungeva: “lo stile è una questione morale”. Ebbene, forse era davvero necessario “riflettere ancora”. Forse, sono davvero fuori dal tempo. Ma lasciatemi dire che sono d’accordo con Luigi Pintor.

Con tutto l’affetto e la stima verso gli amici che voteranno SI’. E con cui – vada come vada - continueremo a camminare insieme.

Torino, 19 settembre 2016

Paolo Borgna



[1] Faccio riferimento agli studi della Professoressa Chiara Tripodina (docente di diritto costituzionale all’Università del Piemonte orientale), che ha approfondito i cambiamenti, previsti dalla Riforma, per i “custodi della Costituzione (vale a dire, il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale).





Da: Paolo Borgna
Data:26/09/2016 14:59 (GMT+01:00)

Caro Gian Franco,
un giovane avvocato torinese – Nicolò Ferraris – molto bravo e molto colto, mi ha inviato una sua profonda e articolata risposta allo scritto, che vi avevo inviato, sulle mie ragioni del NO (essendo lui in favore del SI’).
La trovo piena di spunti seri e che fanno pensare. Inoltre, è una risposta che approfondisce ogni argomento, andando ben oltre i facili slogan che in queste settimane abbondano su entrambi i fronti.  Perciò te la giro, con la proposta di pubblicarla sul sito del Centro (lui si è già detto d’accordo). Sicuramente, arricchirebbe la nostra discussione.
Un abbraccio.
Paolo


Caro Paolo,

quanto alla possibilità di convincerti, lo spero; tuttavia non è il mio intento, dopo che hai molto legittimamente detto ‘lasciatemi in pace votare NO’.

Una breve premessa: per me prevale il dato politico. Voto affinché entri in vigore una riforma istituzionale che attendiamo da decenni. Abbiamo visto la difficoltà di portarla a compimento in ogni fase degli ultimi trentasei anni (dalla Bicamerale De Mita Iotti, a quella D’Alema, alla riforma del centrodestra), talvolta addirittura a cominciare il lavoro (pensiamo recentemente ai saggi di Napolitano e a quelli di Letta).

Vogliamo fermarci ora? E’ coerente con il nostro punto di vista di persone che pensano il progresso civile e sociale dell'Italia passi attraverso la modernizzazione del Paese e tradizionalmente non temono l’innovazione del sistema istituzionale repubblicano?

Io credo che anche in situazioni internazionale e interna ben più serene di quelle che ci troviamo a percorrere sentirei l’urgenza di non buttare via il lavoro fatto, di non farmi ingabbiare dal tradizionale conservatorismo dei migliori (e non in senso ironico) tra i costituzionalisti e gli intellettuali, dalla retorica della costituzione più bella del mondo, e via discorrendo.

Siamo invece in un momento storico difficile, di fronte a noi sta un tempo di eccezionale complessità in cui ogni scelta avrà importanza decisiva per il futuro nostro e dei nostri figli.

Nei prossimi dieci anni si deciderà credo definitivamente il destino del progetto europeo e per me è importante, per sentirmi fedele alla storia politica che amo e ai primi militanti dell’europeismo, fronteggiare ogni populismo, di destra come di sinistra, sostenendo ogni intervento riformatore dei governi retti dai partiti che si riconoscono nelle famiglie politiche europee tradizionali. Tra questi interventi la riforma costituzionale italiana si presenta certamente come uno dei tentativi più ambiziosi.

Inoltre mi motiva, da italiano, il fatto di temere molto che invece perdiamo la sfida riformista e che di conseguenza questo decennio decisivo veda un’Italia sempre più distante dall’Europa, alla deriva in un Mediterraneo sempre meno ricco e sempre più pericoloso.

E poi vi è il contesto economico in cui ci troviamo. Senza enfasi, credo che le conseguenze del no sui mercati finanziari sarebbero durissime per l’Italia (trovo assai sciocche tutte quelle ironie da social network sulle semplici verità – addirittura banali – in ordine alle conseguenze drammatiche del no denunciate da centri studi e operatori finanziari internazionali).

Lunga premessa, la mia. In cui il merito della riforma non c’entra? Mi permetto di dire di no; c’entra eccome: non serviva una riforma qualsiasi, serviva una riforma proprio come questa.

Ora, è innegabile che la riforma presenti anche difetti, aspetti che non mi convincono appieno. Tuttavia credo che gli elementi positivi siano enormemente maggiori di quelli negativi.

Ciò è per me vero non solo politicamente. Anche a un’analisi del testo da un punto di vista strettamente giuridico, sono convinto della sostanziale correttezza del testo della legge p della coerenza riforma.

Vengo alla tua bella lettera e agli aspetti critici che denunci.

Sul modo confuso di legiferare e sulle conseguenti difficoltà interpretative e sui possibili conflitti, a mio modestissimo avviso, caro Paolo, non è condivisibile che sia 'sufficiente' leggere il nuovo testo degli articoli 70 e 72. Letto l’intero testo, trovo che sia mal scritto solo il primo comma dell’art. 70; le altre norme sul procedimento legislativo sono non semplici alla lettura ma non penso siano mal formulate; il resto della riforma mi pare assolutamente chiaro.

La prima critica, sullo stile, è giusta e non c’è niente da dire: il testo dell’art. 70 comma 1 è brutto ed è vero che in un testo di legge la forma è sostanza di per se stessa, tuttavia per me si tratta di un caso isolato nell'ambito dell'intera legge di riforma costituzionale.

Per quanto concerne la complessità delle altre norme sul procedimento legislativo, esse mi paiono appunto non semplici, tuttavia non per incapacità del legislatore di revisione costituzionale, bensì per l'intrinseca complessità di ciò che regolano.

Tuttavia non condivido la critica secondo la quale il procedimento legislativo non verrebbe semplificato.
Occorre capirsi su cosa si intenda per semplificazione: l’inefficienza e la farraginosità del procedimento legislativo nascono dalla complessità procedurale oppure dal carattere perfettamente bicefalo del legislatore italiano nel bicameralismo paritario? A mio modo di vedere certamente dal secondo elemento. Non vedo critica alcuna – e infatti la riforma non ha neppure pensato di intervenire sul punto – in ordine al fatto che la costituzione italiana abbia sempre previsto procedimenti di tipo diverso quanto a ruolo delle commissioni, svariate riserve d’aula su molteplici materie, quorum deliberativi qualificati, divieti di referendum, etc.

La previsione di iter procedimentali diversi (tali in ragione di come la produzione normativa stessa incide sugli equilibri tra istituzioni, tra livelli amministrativi della Repubblica, etc) non è mai stato nel mirino del legislatore di revisione costituzionale del 2016. Coerentemente questa riforma non ha inteso che fosse quello il tema di semplificazione necessaria, bensì che esso risiedesse altrove.

In particolare, a mio modo di vedere in due passaggi fondamentali: la cancellazione del vincolo fiduciario tra esecutivo e Senato; la previsione di un procedimento preferenziale per i testi di legge che il governo intenda necessari al compimento del programma.

Ciò detto, vediamoli pure i procedimenti, troppo numerosi per i critici, dell’art. 70. Ebbene, sono in realtà tutti riconducibili a due grandi gruppi. Come osservano gli studiosi favorevoli alla riforma, infatti, vi sono alcune varianti procedimentali ma di fondo si tratta di distinguere tra materie in cui la Camera può rigettare le modifiche su cui il Senato ha esercitato il potere di richiamo a maggioranza semplice oppure assoluta (p.e. Caravita, Le ragioni del sì, Giuffrè, Milano, 2016, pag. 19).

Vi è peraltro nell’opera che ho appena citato un riferimento alla normale complessità dei procedimenti normativi negli Stati composti, con un esempio nella legge fondamentale tedesca che ha suscitato la mia curiosità.

Ti prego di andare a dare un’occhiata al testo, in italiano sul sito del consiglio regionale del Veneto: http://www.consiglioveneto.it/crvportal/BancheDati/costituzioni/de/zGermania_sin.pdf

Mi pare una comparazione che aiuta a valutare con maggiore giustizia questo famigerato nuovo art. 70.

Aggiungo un’altra cosa. Il nuovo art. 70 arriva dopo quindici anni di giurisprudenza stratificata della Consulta sui conflitti nati dal nuovo titolo V.

Ricorderai forse il parallelo che una volta ti ho fatto con il 111, ai miei occhi giustissimo tuttavia orribile perché norma codicistica procedurale travisata da precetto costituzionale. Ebbene, credo che il mio parallelo non sia ozioso: trattasi di norme che vengono scritte a valle di una produzione di sentenze della Corte assai importanti. In quel caso occorreva vincere un conflitto di potere tra Parlamento e Consulta; qui al contrario di prendere gli insegnamenti della giurisprudenza e trasferirli nella nuova norma positiva.

Questo tema è connesso strettamente a quello che nella tua lettera al CS Calamandrei di Jesi poni immediatamente dopo, sulla nozione di “oggetto proprio” della legge. Quanto dici è non giusto, è giustissimo. Però, parlandoci tra persone che maneggiano le leggi ogni santo giorno, quando mai potrà esistere un testo esente da conflitti sull’interpretazione? Quando mai una sola parola di una legge non è opinabile quanto a suo significato? Ebbene, non voglio sembrarti fare del sofismo, però crediamo davvero che questo tema dell’oggetto proprio della legge produrrà squassi interpretativi di molto peggiori che nella normalità?

Dici che è ottimistica la previsione del filtro dei presidenti. E’ questo il tema su cui intravvedo un’utile riflessione, in parallelo a quella di cui sopra, sul fatto che arriviamo da quindici anni di nuovo titolo V e copiosa giurisprudenza sul punto. Criteri interpretativi ve ne sono, insomma.

Per non dire del fatto che è comunque un filtro importante (e ulteriore) affidato a cariche istituzionali di straordinaria importanza (la seconda e la terza dello Stato), di tipo monocratico, che nella prassi istituzionale consolidata sono sempre state esercitate con equilibrio e misura tali da conferirvi aurea di terzietà anche se occupate sempre da leader politici di prima rilevanza nei partiti di riferimento.

Ed è stato così addirittura durante la muscolare seconda repubblica e la omologazione del colore politico delle due cariche, con presidenze espresse dalle sole forze di maggioranza.

Per di più il Senato avrebbe ora caratteri di camera delle autonomie. Difficile immaginarci un ruolo esercitato con la stessa responsabilità istituzionale con cui è stato esercitato nei decenni scorsi quello di presidente della conferenza Stato-regioni o dell’ANCI?

Infine, tornando ancora alla riforma del titolo V, produsse tanti ricorsi per conflitto di competenze tra Stato e regioni da intasare la Consulta per anni. Ciò non significò il collasso del sistema di giustizia costituzionale, mi pare. Ora è previsto in più questo filtro preventivo, che non mi sembra, per le ragioni che ti ho scritto, di poco momento e che in ogni caso è appunto ulteriore, e come tale dovrebbe essere efficace deflatore di contenzioso costituzionale.
Non concordo, inoltre, con quanto dici sul rafforzamento dell’esecutivo. Sono al contrario rimasto molto stupito della timidezza della riforma sul punto, arrivando dopo due commissioni di saggi che immaginavano sistemi semipresidenziali, dopo una riforma tentata nel 2006 e dopo un testo della bicamerale D’Alema sempre nel segno di un rafforzamento dei poteri del presidente dei Consiglio dei ministri.

Il meccanismo previsto dall’art. 72 è un elemento virtuoso, che va letto insieme al nuovo art. 77 che finalmente cerca di porre un argine alla vera imposizione dell’esecutivo sul legislativo con la decretazione d’urgenza.

Invece che provvedimenti in vigore per sessanta giorni e di cui poi chissà cosa sarà, su cui il Parlamento non ha potuto esprimersi preventivamente, avremo un procedimento con tempi di discussione certa. Mi pare un’ottima soluzione.

Ricordo inoltre che si prevede per la Camera uno statuto delle opposizioni oggi assente e auspicato da anni (art. 64).

La verità, caro Paolo, è che ciò che mi pare davvero non piaccia ai critici è la legge elettorale, ed è proprio sulla questione del potere dell’esecutivo che ciò emerge con maggiore evidenza.

Mi chiedo però se sia accettabile il discorso sul combinato disposto. Mi spiego: abbiamo sempre detto tutti che i costituenti del 1948 hanno lasciato che la materia elettorale stesse fuori dalla costituzione per non obbligare le generazioni future al clima politico in cui si confrontavano le forze nei primissimi anni del dopoguerra.

Un conto, infatti, sono i sistemi istituzionali, altra i sistemi politici e la legge elettorale è il raccordo con cui il sistema politico definisce se stesso nel quadro istituzionale.

Ebbene, perché non dobbiamo più dirlo oggi? Coerentemente con la nostra storia repubblicana le due riforme sono andate avanti ciascuna per proprio conto, e il legislatore di revisione costituzionale del 2016 non ha pensato di inserire in costituzione la legge elettorale.

E’ normale che sul piano della lettura politica della riforma si osservino i rapporti tra i due testi, tuttavia come osservatori in diritto, ha senso? E ciò che più mi preme: ha senso bocciare la normativa di rango superiore perché quella di rango inferiore ci pare che non faccia buon pendant?

Io penso di no.

Rimane la critica politica. Legittima, quanto però opinabile. (Per di più ogni giorno che passa mi pare sempre più evidente che la legge elettorale sarà modificata, ma questo è un altro discorso).

Quanto al mancato rafforzamento dei poteri di garanzia, non vedo perché avrebbero dovuto esserlo, non toccando la riforma il carattere parlamentare della nostra repubblica e il ruolo dell’esecutivo, per le ragioni che ho appena indicato.

La critica svolta dall’autrice che indichi mi pare peraltro di logica apparente.

Cosa significa “se fossero assenti 174 parlamentari?” 174 non sono quattro o cinque. Con la stessa logica potrei dire oggi “se fossero assenti 700 e rotti” (quel che serve per arrivare a 316 deputati). In numeri di centinaia è una possibilità assurda, che vale per quello che è con qualsiasi legge.

La critica in questione può rivendicare di avere un fondamento maggiore perché il quorum finale è sui votanti invece che sugli aventi diritto. Ma davvero ci convince? Davvero pensiamo che su quel corpo elettorale qualificato che sono i grandi elettori del presidente della Repubblica la differenza possa determinare conseguenze tanto radicali? (mi viene in mente la annosa questione del referendum istituzionale del ’46, che si giocò proprio sui due termini, ma mi pare che le differenze tra il corpo elettorale generale e quello dei grandi elettori restituiscano l’obiezione alla sua corretta (in)fondatezza)

E’ un discorso che per di più mi convince poco perché assume nella regola istituzionale una riflessione sul confronto politico che non approvo.

Cosa significa accordi di desistenza? Perché devono essere per forza al ribasso? La storia parlamentare è lastricata di onorevolissimi, nobili accordi a mezzo della desistenza di singoli o gruppi.

O ci si riferisce alla patologia? In particolare a quella malattia del nostro parlamentarismo che è il trasformismo cronico che alberga in alcune aree di centro (che stanno al centro più per vicinanza alle porti girevoli che in quanto autenticamente centrali o centriste…)?

Ebbene, se anche fosse, non auspicherò mai che simile patologia sia curata diversamente dalla sanzione politica. Spero ci libereremo prima o poi di questa malattia, ma sarà possibile solo grazie alla crescita culturale della nazione e alla maturazione politica del corpo elettorale. Non certo per mezzo di regolamenti.

Altrimenti, si va nella deriva burocratizzante della normativizzazione del confronto politico e la storia ci insegna che lì davvero si annidano i rischi autoritari (altro che premierato!). Allora perché non rivedere, per esempio, il divieto di vincolo di mandato? Non è una provocazione, se pensi a quanto si sia discusso, anche recentemente, sull’assenza di vincolo diverso da quello della responsabilità politica, tra grandi elettori e votanti, proprio nel caso di elezioni di secondo grado (in quelle più importanti del mondo, che decidono il presidente degli Stati Uniti).

Peraltro, perdonami: 174 parlamentari significano una o più intere forze politiche, non pochi transfughi trasformisti.

Infine, arrivo alle tue critiche finali, che sono quelle su cui mi preme di più dirti cosa penso.

La riforma nasce da un incontro significativo tra i maggiori partiti di sistema.

Uno dei due interlocutori ha poi fatto un revirement di 180 gradi, a causa di scelte politiche contingenti e non riguardanti il merito della legge.

Ciò nonostante la riforma è stata votata da una maggioranza diversa e più ampia di quella di governo.

Ma al di là di tutto, io credo che il tuo parallelo storico vada completato.

Ora, al termine del percorso della costituente i membri dell’assemblea scelsero una procedura di revisione che lasciasse nella disponibilità di una maggioranza anche la revisione costituzionale (con la garanzia in quei casi del referendum).

E’ la previsione saggia di chi pensa alla normalità democratica che ci sarà anche se non c’è ancora.

L’urgenza del biennio 1946-48 era quella di non derivare dalla cortina di ferro che si stava ergendo conseguenze drammatiche sul piano interno. Sei mesi dopo l’approvazione della costituzione l’attentato a Togliatti avrebbe mostrato quante tensioni covavano sotto traccia. Le pagine che ne “Il coraggio dei giorni grigi” dedichi alla normalizzazione della polizia sotto Scelba e alle reazioni che determinò (a cui fai parziale riferimento anche nella tua lettera al CS Calamandrei di Jesi) dice molto di quanto una guerra civile, assai calda, come in Grecia, non fosse poi così distante senza il senso di responsabilità straordinario delle forze politiche (Pci in primis, lo riconosco io che mai lo avrei votato né allora né in seguito).

Oggi non siamo per fortuna in quel clima e possiamo dividerci senza i medesimi timori.

Come il legislatore costituente del ’48 si immaginava, poiché in caso contrario avremmo avuto un art. 138 molto differente, che non avrebbe permesso revisioni a maggioranza.

Infine ogni singolo parlamentare rappresenta la nazione senza vincoli di mandato. Ricordiamoci quello che sappiamo benissimo: i parlamentari hanno votato, come da dettato dell’art. 138, a maggioranza assoluta in quattro votazioni a distanza di tre mesi una dall’altra.

Infine sugli ecomostri. Io, a costo di sembrarti privo di senso estetico per la parola scritta, non penso sia così, a parte quell’art. 70 comma 1. Non è che non faccia prevalere la forma; non faccio prevalere un comma.

A differenza tua intendo impegnarmi nel mio piccolo per convincere coloro con cui avrò modo di parlarne. Condivido però la tua opinione sul fatto che il dibattito dovrebbe essere meno nervoso e provo lo stesso fastidio per l'intolleranza con cui molti profeti del sì e del no ogni giorno incrociano le clave invece che confrontarsi.

Ciò non significa per me che non sia vero quanto ho detto all'inizio, circa i rischi che intravvedo. Al tempo stesso penso sinceramente che il mio punto di vista possa essere sbagliato, perché non sarebbe la prima volta, perché tutti sbagliamo valutazioni.

Credo basti questo a chiederci di essere rispettosi delle opinioni altrui, perché proprio dalla fallibilità di ciascuno nasce l'idea bellissima della sovranità di tutti.

Un carissimo saluto.

Nicolò


Dal sito Radicale

 


REFERENDUM DEL 4 DICEMBRE - SI VOLA ALTO

E’ difficile, richiede impegno e qualche motivazione profonda ma quello che vi proponiamo è un carteggio nato dall'esigenza di confrontare opinioni senza la volontà di sottoscrivere appelli, tra un Giudice e un Avvocato, che esaminano gli aspetti più controversi della Riforma Costituzionale su cui dovremo esprimerci il 4 di Dicembre.
Lo spunto è offerto dall'invito a discutere del tema promosso dal Centro Studi Calamandrei di Jesi, animato da Gian Franco Berti, da sempre luogo aperto al confronto di idee.

Si legge d’un fiato, se siete desiderosi di sapere cosa ci accingiamo ad approvare o respingere, senza indulgere nelle tesi preconcette o con i copia-incolla degli schieramenti l'un contro l'altro armati di questa campagna referendaria avara di confronti pacati e approfonditi.

Il Giudice è Paolo Borgna che scrive una lettera al Centro Studi Calamandrei, con le articolate motivazioni del suo NO, mentre l’Avvocato è un penalista di Torino, Nicolò Ferraris che risponde con le contro deduzioni a favore del SI.

Nelle loro missive appassionate e lucide si trovano tutti gli elementi per conoscere e valutare le rispettive posizioni, al di la degli slogan e delle appartenenze militanti di cui sono pieni media e social.

Un dibattito alto, intelligente, lucido e preciso nei dettagli e nella documentazione portata.
Un modo diverso per informarsi e informare, con molteplici rimandi per chi volesse approfondire.

Vengono esaminati gli articoli più controversi come l' Art.70 ritenuto di eccessiva complessità nel delineare le competenze del Senato delle Regioni e della Camera dei Deputati, nonché l’iter legislativo descritto nell’ Art 72 con le diverse nove tipologie di provvedimenti; ci si inoltrerà nelle Garanzie della minoranza per parare poi al terzo comma dell’Art 83 sui meccanismi di elezione del Presidente della Repubblica. Infine si prenderanno in esame due obiezioni che attengono al percorso di questa riforma poco condivisa con le minoranze.
Ultimo, ma non ultimo argomento quello della “forma” con la quale è stata scritta la Riforma Costituzionale

 


 

From: Alfio Bernabei
Sent: Sunday, september 25, 2016 6:30 PM


Caro Gian Franco,

“E’ una riforma chiara e comprensibile? No, è scritta in modo da non essere compresa.” Su questo punto (che fa eco a quanto scrivi nel tuo comunicato), è stato incentrato un incontro qui a Londra sulle ragioni del

“no”al referendum al Crown Pub di Clerkenwell, affollatissimo. Dal tenore degli interventi direi che non mancavano tra i presenti studenti di scienze politiche alla London School of Economics e all’University College London. Ne sapevano più di me sulle costituzioni e i loro principi. Come puoi immaginare la mancanza di comprensibilità della riforma è stato attribuito alle manovre di un governo instabile che non trovando sufficiente consenso popolare orchestra forzature per rinsaldarsi, eventualmente rafforzato da una falsa maggioranza prodotta da un premio.

Data l’incomprensione della riforma, tu alludi al pericolo di un voto “di pancia”. Fai riferimento alla questione Brexit. Ma certo, giusto. Nel Regno Unito abbiamo fatto esperienza di cosa significa indire un referendum su un argomento complesso, talmente complesso da risultare incomprensibile non solo alla gente ordinaria, ma anche ai massimi tra gli esperti. In questo tipo di dilemma che non poteva essere risolto da un referendum sono entrate in campo false promesse e menzogne coronate dall’opinione di un ex ministro pro-Brexit, (subito ripresa dai nazionalisti preoccupati dalla sovranità e da xenofobi e razzisti) secondo cui “il popolo di questo paese ne ha avuto abbastanza degli esperti.” Lui, ministro all’Educazione, ha chiesto un voto “di pancia”. Dopo Brexit è sparito dalla circolazione. Bye Bye.

Nel caso del referendum sulla riforma costituzionale in Italia, a mio parere c’è una componente ingenua, se non ingannevole, nelle parole del primo ministro che dice “... se l'Italia si rende più semplice con meno poltrone, sarà più forte e più credibile sui mercati e nello scenario internazionale". I mercati? Le poltrone? La pochezza della metafora col pezzo d’arredamento superfluo davanti al pericolo di un governo più autoritario con un senato amputato e non eletto è stupefacente. Non sa chela reputazione dell’Italia è menomata dal fatto che tutti sanno come le organizzazioni criminali sono entrate nel cuore dello stato e che ogni investitore estero rischia di contaminarsi tramite contatti diretti o indiretti? Non si riduce questa presenza, questa vergogna, facendo scendere il numero di senatori a 100 perché le organizzazioni criminali sanno come si lavora con percentuali ridotte.

Un’altra domanda fatta a Londra è stata: ma dove sono l’urgenza e la priorità di questa riforma? Appunto. Ci sono due priorità in Italia, oltre al lavoro. Sono la lotta alla criminalità organizzata e il ripristino di una dirittura etico-morale nella società civile per debellare al massimo il fenomeno della corruzione diffusa che tiene il Paese in una posizione umiliante.

Per finire, ti farà piacere sapere che nel pub di Londra in mezzo alla riunione è stato fatto il nome di Piero Calamandrei, non da me, da altri, con spontaneità e rispetto. Per dire che oltre a mantenersi fedeli ai principi della Costituzione bisogna trattare i possibili cambiamenti in meglio con estrema cautela, pilotati dal parlamento che incapsula la democrazia, non dal governo che fa i conti per tenersi al potere tra l’oggi e il domani.

Un caro saluto

Alfio Bernabei



Da: Paolo Fedeli
Data: 26.09.2016

 

 

"Caro Franco,  purtroppo in questo periodo sono pieno di lavoro (sto preparando le relazioni per tre convegni) e non avrei molto da aggiungere al già detto. Per non nascondere la mia opinione, ti confesso che, sia pure nella certezza della vittoria del no, un mio amico costituzionalista mi ha convinto a votare si,  specie ora che la discussione sull' Italicum non inquina più il panorama.  Scusami e accogli i miei più cari saluti. A presto.  Paolo"