Home Eventi Eventi 2014 - 2017 Soffici "nessuno può fermarmi"

 

 


 

Un intreccio di stimoli, di idee
con un piede nella storia che fa riflettere

Arandora Star
da una mostra del "Calamandrei"
nasce un romanzo

"NESSUNO PUO FERMARMI"
di Caterina Soffici

 

Nata a Jesi dal Centro Studi Calamandrei , la mostra del 2010 “Esilio e tragedia nella Little Italy di Londra”, ha contribuito a dar vita ad un romanzo oggi in libreria, “Nessuno può fermarmi”, incentrato intorno alla tragedia dell’Arandora Star, la nave britannica che venne affondata da un sottomarino tedesco nel luglio del 1940 portando alla morte oltre quattrocento Italiani che erano stati internati dopo la dichiarazione di guerra di Mussolini al Regno Unito.

La curiosa fertilizzazione, se così si può dire, è avvenuta quando l’autrice, Caterina Soffici, mi chiese un incontro mentre stavo allestendo alla Holborn Library la stessa mostra , trasferita a Londra e re-intitolata “Dangerous Characters” per stabilire il collegamento col mio omonimo documentario girato nel 1987 per Channel 4 sullo stesso argomento, dal quale alcuni anni più tardi trassi il libro pubblicato da Mursia, “Esuli ed emigrati italiani nel Regno Unito 1920-1940.”
E’ dai tempi di questo libro che continuo a sentirmi porre le stesse domande che mi fece Soffici in quella occasione: “Io non ne sapevo

nulla dell’Arandora Star, come mai non se ne parla in Italia?” Era perplessa, affascinata, come tanti quando vengono a sapere di questa storia. Potrei riportarli ad un articolo sulla tragedia che pubblicai su Panorama nel 1985 e all’altro su L’Espresso, ma chi se li ricorda?
Attenta, puntigliosa, Soffici comprò il mio libro che già aveva dato spunto ad una tesi di laurea poi tradotta con un altro libro, quindi venne a vedere il documentario. Tornò alla mostra quando venne ulteriormente trasferita alla Charing Cross Library, tenendomi abbastanza informato su quanto stava facendo, con email che chiedevano chiarimenti ora su un nome ora su un luogo, fino a quando poi mi sono arrivate anche le bozze.
Per me è  meraviglioso pensare a come la trasferta di una mostra dal Centro Calamandrei  ha potuto dare un contributo ad un romanzo. E se, come mi si fa notare,  né io né il Centro Calamandrei veniamo citati su un articolo apparso su La Stampa sul romanzo poco importa. Perché il lavoro fatto ha dato comunque dei frutti . D’altra parte  mi piace ricordare come fu proprio da un articolo su La Stampa di Maria Chiara Bonazzi, letto dal Presidente del Calamandrei, Gian Franco Berti,  che nacque il rapporto di fruttuosa collaborazione stabilito nel corso di quasi un decennio, anche con del teatro. Fino al punto in cui il protagonista del mio dramma  “Il sarto in fondo al mare”, presentato grazie al Calamandrei a Jesi dalla compagnia Teatro Luce-Res Humanae, regista Paolo Pirani, non è altri che Decio Anzani, il cui nome adesso figura, indovinate, nel romanzo di Soffici.
Un intreccio di stimoli, di idee con un piede nella storia che fa riflettere.  Del resto il Calamandrei non esiste anche per questo?
Alfio Bernabei

 

 


da "LA STAMPA" del 10 aprile 2016

 

Questa storia mi è venuta a cercare. Come gli amori che ti capitano addosso quando meno te lo aspetti e non puoi evitarli. Così è successo a me con la vicenda che racconto in “Nessuno può fermarmi”. Mi ci sono imbattuta per caso, camminando per la Clerkenwell Road, una strada di Londra dove i turisti non spingono, anche se è vicinissima a Soho. Questo era il cuore di Little Italy, il quartiere degli immigrati italiani: qui arrivavano per scappare dalla miseria, sognando una nuova vita di benessere e prosperità. In Clerkenwell Road c’è la chiesa italiana di St Peter, dove ho visto la targa dedicata alle vittime dell’Arandora Star: 446 italiani morti in una tragedia di cui non avevo mai sentito parlare.

Quante targhe del genere si vedono nelle chiese? Perché non sono passate oltre, anche quella volta? Non lo so. O meglio, l’ho capito dopo, quando questa grande epopea popolare ha iniziato a spiegarmisi di fronte. All’inizio è stata solo un intuito, una mosca nell’orecchio. La storia mi, è venuta a cercare e mi ha portato dentro le sue pagine. Un p’ come il giovane Bartolomeo nel romanzo, ho iniziato la mia personale ricerca.
La vicenda
I fatti sono questi: il 10 giugno 1940, quando Mussolini dichiara guerra all’Inghilterra e alla Francia, la reazione degli inglesi alla pugnalata alle spalle è violenta. Churchill ordina “collar the lot!”. Acchiappateli tutti, prendeteli per la collottola, come si dice di ladruncoli. Il giorno stesso, negozi e caffè italiani vengono presi d’assalto. Vetrine distrutte, sassate e spranghe. Scatta la caccia all’uomo. La notte iniziano gli arresti, 4 mila italiani tra i 16 e i 70 anni sono arrestati e chiusi dietro il filo spinato in campi di internamento. Italiano diventa sinonimo di fascista. I servizi segreti hanno un elenco di personaggi ritenuti pericolosi, sobillatori e collaborazionisti, spie in sonno pronte a scattare su ordine di Hitler. Devono essere allontanati subito dall’isola. Così vengono imbarcati sull’ Arandora Star, un transatlantico requisito dalla marina britannica, che in tempio di pace era il sogno delle crociere di prima classe: piscina, campo di tennis, saloni di stucchi dorati, specchi e camerieri in livrea, che solca gli oceani dai Caraibi alle Indie, pieno di ricchi ed aristocratici. Stavolta invece il carico è ben diverso. La nave salpa da Liverpool diretta in Canada. Il 2 luglio 1940, dopo appena un giorno di navigazione, al largo delle coste della Scozia viene affondata da un siluro nazista. A bordo ci sono prigionieri tedeschi, soldati britannici di guardia e circa 800 civili italiani. Non sono uomini pericolosi, come dicono gli 007 inglesi. Sono lavoratori, per lo più gente semplice: ristoratori, cuochi, camerieri, gelatai, commercianti. Alcuni appena immigrati, altri già di seconda generazione. La maggior parte non sono fascisti. Anzi. Ci sono ebrei scappati dalle leggi razziali di Mussolini che avevano trovato rifugio a Londra, come l’avvocato Uberto Limentani, voce di Radio Londra per la Bbc. E anche veri oppositori del regime, tra cui il capo degli antifascisti in Inghilterra, il sarto Decio Anzani.
Nel naufragio muoiono 446 italiani. Le famiglie erano all’oscuro di tutto. Molte non hanno mai saputo niente. Altre hanno ricevuto un lettera: “Missing, presumed drowned”, “Scomparso, presunto annegato”. Per settimane centinaia di cadaveri hanno continuato ad arrivare sulle coste dell’Irlanda del Nord e della Scozia e solo una decina hanno un nome. Gli abitanti di quei luoghi remoti li raccoglievano dal mare e li seppellivano alla meglio. Questi i fatti. Che a me però non bastavano. Il tragico naufragio dell’Arandora Star è stato chiuso nel cassetto della memoria collettiva come un episodio di guerra. Ma non è andata così. C’è un qualcosa di non detto, che rendeva la magnetica ai miei occhi. Era davvero una nave di spie?
Ho voluto portare il lettore nella vita del quartiere, fargli rivivere le ore di angoscia della famiglie, il senso di ingiustizia, il dolore. Capire come il sospetto contro gli italiani si insinuò nelle menti degli inglesi. Come una campagna stampa ben orchestrata contribuì alla costruzione del nemico. Persone che avevano vissuto pacificamente insieme per anni diventano all’improvviso torvi personaggi dagli occhi di scarafaggi che rubano il lavoro agli inglesi.
Figli di un Dio minore
Quei morti sono sempre stati figli di un Dio minore perché non appartenevano a nessuno: Molte famiglie l’hanno vissuto come un’onta, un episodio troppo doloroso ed assurdo che andava dimenticato e rimosso. Questa è una grande storia della nostra immigrazione che andava ricordata con forza. Con la forza poetica e commovente delle emozioni che solo la fiction ti permette. Così i silenzi di quelle famiglie sono finiti nel mio romanzo insieme ai malintesi, i misteri, i sospetti, il senso di colpa dei sopravvissuti.
Come questa potente storia, anche i personaggi mi sono venuti a cercare: Ho visto il buffo Bart e la mia amata Flo, la vecchia signora inglese che conosceva i suoi nonni e pino piano dipana i dubbi del giovane. Lui trova la lettera, scopre che il nonno non è morto in guerra, come si è sempre detto in famiglia: Ma è tra i “dispersi presunti annegati” dell’Arandora.
Flo sa. Lei c’era. Era fidanzata con un italiano di Little Italy. Lui era cameriere all’Ivy Restaurant, il luogo dei ricchi e famosi (ha fatto 100 anni l’anno scorso, esiste davvero).I loro amici erano i proprietari di un locale a Warner Street, il Berni’s Cafè. Questo invece non esiste: come i miei personaggi è frutto della mia fantasia. Ogni altro riferimento non è invece puramente casuale. Le piccole storie personali dei miei personaggi si incrociano con la grande Storia, fiction e realtà si rincorrono. La rivelazione finale è una sorta di riscatto. Volevo che la storia finisse bene. Perché l’Arandora Star ha seminato troppo dolore nella realtà .Almeno nella fiction, volevo che gettasse un seme di speranza e di felicità.

Caterina Soffici

 

 

 

 

 

 


 

dal "Corriere della Sera" del 15 aprile 2017