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Perché sì subito allo
«ius culturae»

di Paolo Borgna

 

 

Sigillo di giustizia per la via italiana all’integrazione Ci sono errori che sono peggio dei delitti. Di questo tipo è l’errore che commettono coloro che si oppongono allo ius soli temperato o ius culturae in discussione in Parlamento. Si noti bene: non semplice ius soli, come da tempo Avvenire sottolinea; ma ius culturae: e sarebbe bene chiamarlo sempre così, per evitare di regalare ai suoi avversari bersagli di comodo. Perché, secondo il ddl oggi davanti al Senato, non sarebbero automaticamente cittadine italiane tutte le persone nate nel nostro Paese. Ma potrebbero chiedere di diventarlo i nati in Italia da genitori stranieri, uno dei quali sia titolare di un permesso di soggiorno di lunga durata (il che significa da un genitore che da molti anni lavora qui, paga le tasse e non ha mai commesso reati).
E, ugualmente, i minori giunti in Italia entro i 12 anni soltanto dopo aver portato a termine un ciclo di studi (ad esempio, un bambino arrivato da noi a due o tre anni e che qui abbia frequentato e terminato le scuole elementari). Perché opporsi a questo diritto? Neppure il più severo avversario delle politiche di accoglienza può trovare una sola ragione pratica per dire no. Perché, come ha detto il presidente della Fondazione Migrantes, stiamo parlando di persone che, di fatto, già sono italiane. E che, probabilmente, parlano l’italiano molto meglio della lingua dei loro genitori.
Chi si oppone non può richiamarsi, neppure lontanamente, a una qualche ragione concernente la sicurezza: persino i genitori di questi ragazzi devono essere incensurati; altrimenti, non avrebbero conseguito un titolo di soggiorno sostanzialmente illimitato. Il rifiuto ha, esclusivamente, un valore ideologico. Si usano i problemi anche reali connessi ai flussi migratori (di cui soffrono spesso i ceti sociali più deboli delle nostre città) e li si addita: non per risolverli, non per analizzare seriamente questi problemi, ascoltando la voce di tutti, e poi proporre rimedi. Al contrario, si agitano i problemi come fossero vessilli, dietro ai quali chiamare a raccolta, tumultuosamente, con alte grida di battaglia, tutti gli scontenti. Lasciando poi gli scontenti senza soluzioni e con un aumentato senso di frustrazione.
Anche i maggiori critici della Lega devono riconoscere che quel partito, ormai venticinque anni fa, ha saputo cogliere, non da sola ma prima di tanti altri, dei punti critici, relativi alla immigrazione – ad esempio alcune nuove peculiarità della criminalità di strada – che certe élite intellettuali europee si ostinavano a negare, per astrattezza ideologica e per scarsa conoscenza dei ceti popolari che avrebbero voluto rappresentare. L’esempio delle impronte digitali al rilascio del permesso di soggiorno è il caso più eclatante. I leghisti – ripeto: non da soli, ma tra i primi – capirono che se non si accertava anche l’identità fisica (oltre che anagrafica) del richiedente il permesso, si sarebbe poi verificato che le nostre Questure avrebbero rilasciato permessi di soggiorno a fior di delinquenti (che ogni volta che commettevano un reato fornivano generalità false, dando quelle vere solo quando chiedevano il permesso).
Ma a questa capacità di lettura dei nuovi fenomeni sociali, che ha assicurato alla Lega consenso elettorale, è poi, di fatto, seguita una grave incapacità di proporre ricette reali. L’introduzione dell’iniquo e inutile 'reato di clandestinità' è l’emblema di questa asimmetria tra capacità di captare i sintomi della malattia e incapacità di curarla. Oggi, la storia si ripete. E le conseguenze possono essere più gravi. Perché negare la cittadinanza a chi di fatto è già cittadino italiano, si sente cittadino e ama l’Italia come il proprio Paese, è un rifiuto che ha il sapore della cattiveria. Nonostante i tanti errori che tutti insieme abbiamo commesso, da trent’anni a oggi, nel gestire il fenomeno dell’immigrazione, in Italia possiamo vantarci di una cosa: non abbiamo creato ghetti invalicabili, come in altri Paesi.
Nel costume di tutti i giorni, prima ancora che con le nostre leggi, abbiamo costruito non senza fatica e contraddizioni un tessuto di integrazione reale che è il migliore antidoto ai rancori profondi e sordi che vengono covati dal sentirsi messi da parte, trattati diversamente, col disprezzo che si legge, a volte, in piccoli gesti più che nelle parole. Forse anche per questo la mala pianta del terrorismo non ha attecchito tra i giovani di seconda e terza generazione dell’immigrazione. La legge sullo ius culturae sarebbe anche il giusto riconoscimento a questa capacità degli italiani.

da "Avvenire" del 20.06.2017