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CONTRASTI di SILVIA BERTOLOTTI
scheda

 

 

 

 

 

Titolo del volume: Contrasti - La Grande Guerra nel racconto fotografico di Piero Calamandrei

Autore: Silvia Bertolotti

Data di pubblicazione:  novembre 2017

Edito dalla Fondazione Museo Storico del Trentino con sede a Trento

 

Il volume di 348 pagine, è di grande formato e in gran parte illustrato, il prezzo di copertina: 55 euro

 

E’ uscito nel mese di novembre 2017 Contrasti. La Grande Guerra nel racconto fotografico di Piero Calamandrei pubblicazione di grande formato, con ampio apparato fotografico, edito dalla Fondazione Museo storico del Trentino con il sostegno del Comune di Schio, del Comune di Valli del Pasubio e del Comune di Posina.

Il volume, curato e introdotto da Silvia Bertolotti, vicentina di Schio, dottore di Ricerca in Narratività e Letterature Comparate, è il risultato di un'ampia e approfondita indagine storico-culturale, archivistica e fotografica, che oltre a costituire un omaggio nei confronti di una figura, centrale del panorama politico-culturale italiano del Novecento, offre un'interessante testimonianza rispetto a quelle località sparse fra l’Alto vicentino e il Trentino, nelle quali il celebre intellettuale e giurista soggiornò come ufficiale dell’esercito italiano, durante gli anni della Grande Guerra.

Contrasti, che è l’esito finale di uno studio condotto da Bertolotti grazie ad una borsa di Ricerca post-doc finanziata dalla Fondazione CARITRO, presenta un percorso, talora inedito, alla scoperta di un giovane Piero Calamandrei, ufficiale della Milizia Territoriale e poi ufficiale P (Servizio Propaganda),  ma propone soprattutto un viaggio documentato e appassionato attraverso i volti e gli scenari che egli fotografò con la sua Vest Poket Kodak durante i lunghi mesi di guerra; emergono così, da questo “diario visivo” le immagini del traino di artiglieria in vetta al Pasubio, la distruzione dei paesi lungo la Vallarsa, il lavoro della milizia territoriale in Novegno, i paesi e le cittadine di  San Vito di Leguzzano, Schio, Marano e Valli del Pasubio, la Villa Montanina del Fogazzaro, la Val Posina e Fusine; infine la Val Lagarina, Rovereto, Trento e Bolzano; molti di quei luoghi che subirono perciò il passaggio o le ferite del conflitto.

I documenti fotografici utilizzati nella ricerca, insieme ad altro materiale documentario, quale manoscritti, materiale a stampa e corrispondenza, provengono da quattro archivi: dall’Archivio privato della Famiglia Calamandrei, dal Fondo Calamandrei della Fondazione Museo storico del Trentino, dal Fondo Calamandrei della Biblioteca e Archivio storico Piero Calamandrei di Montepulciano, dal Fondo Calamandrei dall’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea a Firenze.

Il volume è costituito da due saggi introduttivi a cura dell’autrice, seguiti da un’ampia sezione illustrata, che riproduce oltre 300 fotografie scattate da Calamandrei, e le cartoline viaggiate  da lui inviate dalla Zona di guerra. L’autrice ha ricostruito le didascalie delle immagini fotografiche, anche e soprattutto integrandole con le informazioni ricavate dalla copiosa corrispondenza di Piero dal fronte. La massima parte delle fotografie erano state, infatti, originariamente inserite all’interno delle buste contenenti le lettere inviate dalla zona di guerra alla fidanzata (e poi moglie) Ada Cocci, ai familiari e ad alcuni sodali. La pubblicazione è infine corredata da alcuni testi editi e non, il primo processo tenuto da Calamandrei sotto alle guglie del Pasubio, e la conferenza per il Touring Club presentata a Milano nel 1919, nella quale l’ufficiale del servizio P racconta gli ultimi giorni di guerra ed il suo ingresso nella Trento liberata il 3 novembre 1918.

 

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Il volume, ordinabile sul sito della Fondazione Trentina, è stato presentato il 7 febbraio 2018 alle ore 16 nella Biblioteca del Senato con l’autrice Silvia Bertolotti, i professori Anna Villari e Mario Isnenghi e il direttore della Fondazione Museo storico del Trentino Giuseppe Ferrandi.

 

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Roma 7 febbraio 2018 - Biblioteca del Senato
Presentazione Contrasti,

 

Il bel volume fotografico curato da Silvia Bertolotti su Calamandrei nella Grande guerra è stato presentato alla Biblioteca del Senato, il 7 febbraio, da una schiera di autorevoli studiosi.

Apre i lavori Giuseppe Filippetta trasmettendo il saluto di Sergio Zavoli, Presidente della Biblioteca del Senato. Sottolinea il prezioso lavoro di cura e di commento delle foto, un vero e proprio libro nel libro.

Mario Isnenghi ricostruisce il percorso militare dell’ufficiale interventista Piero Calamandrei e la sua scelta di partire volontario, interrogandosi su quali fossero i sentimenti di Ada, l’interlocutrice principale del suo diario per corrispondenza, ricostruito nel volume curato ed introdotto da Alessandro Casellato per Laterza (Zona di guerra Laterza 2007) Probabilmente nelle sue lettere volutamente distrutte ci sarebbe stata la testimonianza di un altro punto di vista,  forse di egoismo microfamigliare.  Piero, tenente, opera nelle truppe territoriali, raramente si trova al fronte e solo dal 1917 comincia ad essere utilizzato in base alle  sue competenze, come avvocato nei tribunali di guerra  (già nel 1916 c’era stato il processo in cui era riuscito ad evitare la condanna a morte dei disertori con un cavillo giuridico), come oratore (la commemorazione di Battisti in cui scopre la propria vena oratoria, e fa venire le lacrime agli occhi al superiore), e infine come comunicatore nel Servizio P. L’apprendistato di comunicatore l’aveva fatto sul “Giornalino della domenica” di Vamba. Con la svolta post Caporetto si passa dalla strategia dell’obbedienza a quella della convinzione, e Calamandrei partecipa all’operazione di convincere, di creare consenso, capendo anche che bisogna partire dagli stessi ufficiali, che mancano spesso anche loro di “patriottismo”. Il Sevizio P abbina propaganda, psicologia e vigilanza-sorveglianza (la censura delle lettere, in cui Piero viene impiegato) e Salvemini e Lombardo Radice approntano mini canovacci di discorsi: una guerra di valori, di principi, combattuta con le parole, per arrivare all’ “anima” del soldato, come titola un libro quel Ciarlantini, poi fascista, che è tra gli ufficiali che entrano a Trento in avanscoperta. L’entrata a Trento è una sorta di “lieto fine”, anche se non avrà un riconoscimento, corrispondendo ad un’alzata di testa, come se il Sevizio P si fosse montato la testa, saltando la catena gerarchica. E fino a Trento e alla bandiera sul monumento di Dante siamo ancora nell’interventismo democratico. Ma cosa dire di Bolzano, dove Calamandrei crea la Libreria Dante: a Bolzano siamo oltre i limiti della quarta guerra d’indipendenza risorgimentale…

La curatrice sottolinea i dubbi di Calamandrei, ma secondo Isnenghi va ricordato che è una guerra in cui crede, e crede al suo operato di persuasore dei valori e dei principi per cui è partito volontario; ancora nel Diario degli anni 39-45 la ricorderà con nostalgia quella guerra, “dalla parte giusta”.

Anna Villari interviene sull’impegno di Calamandrei nel Servizio P sul fronte letterario, grafico e di organizzatore di spettacoli ed eventi, concentrandosi sul tema della fotografia. Ricorda l’articolo di Calamandrei sulla letteratura di guerra e la problematica della descrizione e ipotizza che la fotografia viene a colmare lo spazio vuoto tra la realtà indicibile della guerra e la impossibilità di raccontarla con le parole. Le lettere, i documenti e le relazioni custodite sia a Trento che nell’Archivio dello Stato Maggiore dell’Esercito, rivelano il suo interesse riguardo all’immagine – manifesti, cartoline, vignette dei giornali di trincea – ritenuti strumenti validissimi nel nuovo programma di “cura” spirituale e materiale del soldato che il servizio P attua e di cui Calamandrei stesso è convinto sostenitore. Strumenti che comprendono anche la musica (cui è particolarmente attento Piero Jahier), il teatro, il cinematografo, e che danno luogo a una sorta di interessanti laboratori creativi (alle riviste di trincea collaborarono anche artisti come Soffici o Sironi). La fotografia - fondamentale dispositivo della memoria come negli stessi anni, da parte opposta, scrive anche Robert Musil – e l’obiettivo fotografico diventano  per Calamandrei strumento tramite cui rivolgersi, con uno sguardo nuovo e diretto, ai soldati, perfino a quelli dell’esercito nemico, osservati non più solo come insieme indistinto (probabilmente Calamandrei, come il suo superiore colonnello Casoni, risentiva delle riflessioni fiorentine di inizio secolo sul tema della “massa”) ma come singoli  uomini, dotati di  “un’anima” e di specifiche, particolari identità.

Giuseppe Ferrandi esprime la soddisfazione della Fondazione Museo storico del Trentino per aver edito l’opera, frutto anche di un raccordo tra Archivi che custodiscono i materiali relativi a Calamandrei, come auspicato fin dal convegno del 2009 Un caleidoscopio di carte. La tenacia dell’autrice è riuscita a ricomporre i diversi rivoli e a restituire integralità al lavoro fotografico di Piero nella Grande Guerra. Particolarmente interessante il primo discorso narrazione di Piero, per il Touring club, a Milano il 7 marzo 1919: un ritrovamento davvero significativo, con l’uso delle foto ad illustrare l’entrata a Trento e l’auspicio che i contadini e la piccola borghesia che si erano incontrati nelle trincee, si saldino in un popolo: i “negletti bifolchi” e gli ufficiali ridivenuti impiegati non vanno dimenticati. E’ una prima orazione contro l’oblio, delle tante che Calamandrei pronuncia nel primo dopoguerra, e che poi nutriranno la sua oratoria successiva.

Il direttore della Fondazione auspica che nella prospettiva delle celebrazioni di fine 2018 il volume trovi la sua degna collocazione e susciti echi di approfondimento.

Francesca Cenni illustra il lavoro dell’Archivio Calamandrei di Montepulciano, da lei inventariato, per supportare l’autrice nel raccordare immagini e corrispondenza e mostra una serie di immagini di lettere corredate da disegni, foto e omaggi floreali custodite a Montepulciano. Una ricchissima corrispondenza, già commentata da Casellato nel volume di Laterza Zona di guerra ed ora coordinata con le foto attraverso le puntuali didascalie dell’album fotografico. Ma la corrispondenza è stata anche messa a disposizione degli allievi delle scuole medie poliziane, impegnati in un progetto Erasmus plus sulla Grande Guerra, che hanno rielaborato lettere dal fronte calandosi nell’immaginario dei soldati di cent’anni fa. Sono diversi esempi dell’uso che cerchiamo di incoraggiare aprendo gli archivi non solo agli studiosi ma ad un pubblico più vasto, anche con mostre di documenti e di foto. Le foto di Calamandrei sono state anche esposte nella recente mostra di Siena su Fortini e la Cina e sono oggetto di un magnifico spettacolo montato da Nino Criscenti e Tomaso Montanari sulla base di un album delle passeggiate degli anni Trenta. Diverse fruizioni, alle quali la Biblioteca Archivio di Montepulciano ha concorso.

Silvia Bertolotti ringrazia gli intervenuti ed in particolare Isnenghi, che già nella sua introduzione ai Diari 1939-41 aveva sottolineato quanto l’esperienza della Grande Guerra contasse nell’orizzonte di Piero. Dà conto del suo percorso di ricerca, da quando una scatolo di foto di guerra le è stata affidata da Silvia Calamandrei a cui si era rivolta dopo aver letto con curiosità i tanti riferimenti alle foto contenuti nel volume Zona di guerra. Mettendo insieme quanto custodito dalla famiglia e dai vari archivi ne è scaturito un progetto finanziato dalla Cariplo che si è ora tradotto nella pubblicazione edita dalla Fondazione del Museo storico del Trentino, principale custode della documentazione su Calamandrei nella Grande Guerra.

Contrasti è un libro “polifonico”, nel senso che “racconta la guerra” attraverso una serie di documenti e voci diverse: la fotografia, la scrittura epistolare, il racconto, l’articolo, il disegno, la poesia. Prevale la fotografia, ma è una fotografia che intrattiene un fitto e costante dialogo con la scrittura; contiene inoltre alcuni documenti inediti, in particolare il testo della conferenza Come entrammo in Trento presentata da Calamandrei per il Touring Club a Milano nel 1919. Il lavoro di ricerca  ha sicuramente tratto impulso dalle celebrazioni e commemorazioni per il Centenario della Grande Guerra; ma vuole  soprattutto essere testimonianza, non tanto di una rievocazione retorica o celebrativa, ma di un recupero memoriale teso a ricollegare, attraverso lo sguardo di un fotografo ancora “dilettante”, un fotografo per passione, i tanti fili sparsi di una narrazione che pone al centro di sé “il vissuto”, il vissuto dei luoghi, ovvero il paesaggio segnato dal conflitto e “il vissuto” della popolazione civile e in armi.

Il volume è costituito da due saggi introduttivi, seguiti da un’ampia sezione illustrata, che riproduce oltre 400 fotografie scattate da Calamandrei. Il titolo si riferisce al linguaggio della fotografia ma anche ad una serie di contrasti vissuti dal protagonista: quello interiore tra l’irredentista volontario e l’umanista, quello del paesaggio naturale violato, quello tra le ragioni della giustizia e la logica di guerra. La scansione temporale e le localizzazioni scandiscono anche le tappe di una evoluzione interiore, le tappe della sua avventura di guerra.
Nella conferenza del 1919 per il Touring racconta di esser divenuto lui stesso soggetto fotografico per gli altri, gli austriaci, ormai a poca distanza dall’ingresso a Trento:
«[…] e in mezzo alla via erano fermi in gruppo gli ufficiali del reparto, i quali appena ci videro, puntarono contro di noi, come se si fossero messi d’accordo prima, le loro macchine fotografiche, guardandoci appena, con indifferenza certo simulata, e senza segni di ostilità»
Calamandrei è all’improvviso sbalzato al centro della scena con il ruolo di soggetto protagonista, con un semplice scatto fotografico la sua immagine è consegnata alla Storia, ma ad una Storia messa a fuoco e immortalata da un altro punto di ripresa, quello dei vinti.

Memorie su fronti opposti, che in questo centenario europeo si stanno cercando di condividere e riconciliare.

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Trento 3 novembre 2018

Silvia Calamandrei
(
Presidente della Biblioteca Archivio “Piero Calamandrei”, istituzione del Comune di Montepulciano)

 

Onorata di essere a Trento in questo centenario della Grande Guerra a celebrarne la conclusione, e la pace finalmente ritrovata con una sorta di reportage fotografico che Silvia Bertolotti è riuscita a ricomporre dagli archivi del Museo storico e della Biblioteca di Montepulciano, custodi di fotografie scattate da Piero Calamandrei tra il 1915 e il 1918.
La scatola di cartone Kodak originale in cui erano custodite una serie di foto della Grande Guerra scattate da Piero Calamandrei era ancora nella casa di campagna di Montepulciano  assieme ad altre testimonianze dell’attività  fotografica di Piero quando Silvia Bertolotti e Carlo Fantelli, appassionati delle memorie del primo conflitto mondiale sul Pasubio e nei dintorni di Schio me ne chiesero notizia.
La loro passione di ricostruzione storica e la loro conoscenza di quei luoghi, teatro di esperienze tanto significative nella vicenda di mio nonno, mi convinsero ad affidare loro la scatola, e come per incanto le vecchie foto sbiadite ritrovarono i luoghi dove erano state scattate, grazie ad una ricerca paziente e meticolosa sulle montagne e nelle valli del Veneto e del Trentino. Il primo lavoro di Silvia e Carlo fu il reperimento dei luoghi e la comparazione tra l’immagine trattenuta  dallo scatto di Piero e l’aspetto odierno: il risultato fu una relazione con proiezioni di immagini al convegno Un caleidoscopio di carte, tenutosi a Montepulciano nell’ottobre 2009, sotto gli auspici di Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano, dedicato a vari aspetti dell’attività di Calamandrei. Da quel convegno, sessione complementare ai Cantieri  di Giustizia e Libertà e dell’Azionismo , appuntamento annuale dell’Istituto storico della resistenza di Torino, scaturì l’impegno a meglio coordinare gli archivi dislocati tra Trento, Firenze, Montepulciano e Roma.
Silvia Bertolotti ha continuato poi a lavorare su altri versanti dell’attività di Calamandrei, dalla collaborazione nell’immediato dopoguerra  con Giuseppe Antonio  Borgese sulla Costituzione mondiale alla attività per il recupero delle opere d’arte danneggiate dalla guerra.  Ma non ha mai abbandonato il progetto di riunificare le testimonianze sull’esperienza della Grande Guerra di Calamandrei, lavorando su quanto custodito a Trento , a Firenze e a Montepulciano. Ed è riuscita a ricollegare immagini e scrittura, foto, disegni e lettere, ricomponendo una frammentazione dovuta alla collocazione delle carte e dei documenti  in luoghi diversi della memoria di Piero.
Dopo un primo versamento di carte all’Istituto Storico Toscano della Resistenza, Ada Cocci Calamandrei volle donare al Museo  Storico di Trento la documentazione sulla Grande Guerra e l’impegno di Piero nel Servizio di Propaganda creato dopo Caporetto .
La scelta fu dettata dall’ amicizia con Bice Rizzi che allora lo animava, ma fu anche un atto di omaggio alla città in cui Piero era entrato tra i primi nel 1918, come rievocato ancora in questi giorni.
Trento era la città in cui si era compiuto il martirio di Cesare Battisti, che ispirò una delle  prime orazioni civili di Piero e la lapide dedicata a Battisti nella Università di Firenze nei primi anni Venti, al tempo del sodalizio con Salvemini e i Rosselli. Ed era la città dove Piero tornò più volte per raccontare la “sua” guerra.  Le lettere e le foto inviate ad Ada erano invece rimaste nell’archivio privato, donato nel 2006 a Montepulciano, la cittadina in cui si erano conosciuti giovanissimi, immersa in quel paesaggio toscano a cui tanto sovente il pensiero di Piero andava per trovare consolazione dall’esperienza nella “Zona di guerra”.
Il lavoro di Silvia Bertolotti  rimette in comunicazione questi luoghi, che allora erano il fronte su cui si combatteva ed il fronte interno, diversamente segnati da quella tragica esperienza del primo Novecento. Nel centenario che rievoca la Grande Guerra è significativo che questo dialogo sia reinnescato da una veneta di Schio, cittadina all’epoca nell’immediato retroterra del fronte, che è in empatia con le descrizioni delle montagne, dei fiori, degli alberi contenute nelle lettere, e che ha saputo ritrovare i doppioni odierni degli scatti fotografici di quel tempo in luoghi ancora marcati dal passaggio della Guerra.
Quando gli studenti di Montepulciano leggono in archivio le lettere dal fronte di Piero,  il loro immaginario si stacca dall’incanto del sereno paesaggio toscano per immergersi in quello scabro scenario di guerra in montagna, un paesaggio  per loro esotico, come lo fu per i tanti fanti contadini che vi andarono a combattere e morire in trincea. Ed I ragazzi imparano a conoscere la varietà dell’Italia, nel suo farsi, nel dolore impresso nei cuori e nei paesaggi dal mito della sua riunificazione, che pure animò l’interventista democratico Piero.  Una patria variegata di cui Calamandrei lamentava la mancata consapevolezza nei tanti combattenti contadini mobilitati a riunificarla e poi difenderla. Ne imputava la responsabilità alle classi dirigenti  e dominanti dell’epoca, ed avrebbe dedicato Il suo impegno  successivo di educatore, giurista e costituzionalista  a costruire un sentimento di appartenenza alla patria comune. Le testimonianze fotografiche ed epistolari raccolte e commentate nel presente volume  documentano il suo primo esercizio in tale direzione.
Già in quegli anni, a contatto con i soldati e poi nell’esperienza del servizio di propaganda creato dopo Caporetto, si forma il Calamandrei educatore e comunicatore, che appronta linguaggi di persuasione e strumenti di comunicazione non solo verbali ma visuali, dalla fotografia al disegno al teatro dei burattini; e nella primavera del 1919, come Silvia Bertolotti ha ricostruito, Piero si fa conferenziere e divulgatore della narrazione utilizzando le sue foto come diapositive da proiettare a Milano per il Touring club ed in una scuola. Si augura che la pace finalmente raggiunta possa consentire di riparare alle tragedie e manchevolezze constatate e che si apra una fase di ricostruzione sulle macerie che consenta di onorare i tanti caduti e sacrificati, in nome di una patria che nessuno aveva loro insegnato a conoscere.
Così non sarà, e in nome della “vittoria mutilata” nuove violenze si scateneranno, fino all’avvento del fascismo.  E Piero su ritroverà esule in patria, dopo essersi mobilitato assieme ai Rosselli e a Salvemini anche nel nome di Cesare Battisti, nel Circolo di cultura fiorentino e nel Non mollare contro il delitto Matteotti. La manifestazione di protesta  fiorentina contro il delitto Matteotti fu organizzata celebrando l’anniversario della morte di Battisti, attorno alla lapide che lo rievocava nell’Università dove aveva studiato.
E la vedova Ernestina fu fermissima nel respingere qualsiasi strumentalizzazione fascista della figura di Battisti. E Piero serberà sempre la memoria della sua prima performance oratoria, commemorando Battisti durante la grande Guerra, scoprendosi quella capacità di empatia con l’auditorio che sarà una delle sue grandi doti di cantore della Resistenza e della Costituzione.
La vicenda di Piero nella Grande Guerra è stata ben ricostruita dallo storico Alessandro Casellato nel volume Zona di guerra di Laterza, edito nel 2006, con un’ampia raccolta di lettere e documenti ricavati dal Museo di Trento e dall’Archivio di Montepulciano. Silvia Bertolotti ha proseguito completando con un racconto visuale, che ben si presta al prevalere delle immagini nell’odierna comunicazione. Piero oratore e fotografo continua a offrirsi come un riferimento anche nell’elaborazione sofferta di un centenario che dovrebbe vedere un’Europa più unita e più solidale.
L’antologia  appena pubblicata da Mario Isnenghi e Paolo Pozzato I vinti di Vittorio Veneto ( Bologna, Il Mulino, 2018), rovesciando il punto di vista e assumendo quello delle memorie austriache e tedesche sulla vittoria italiana ci fa afferrare meglio la portata di quell'evento, che coglie di sorpresa gli esponenti militari dell'Impero austro-ungarico, annunciandone la dissoluzione.
Ci vuole lo sguardo del nemico per cogliere la portata della vittoria italiana, che poi invece venne vissuta come "mutilata", fomentando il rancore degli ex combattenti. Gli austriaci e i tedeschi sono colti di sorpresa dall'armistizio dei primi di novembre del 1918 e non possono darsi ragione del successo italiano, segnale del disfacimento dell'impero. L'irredentismo italiano vince e si moltiplica nel frantumarsi delle varie nazionalità tenute assieme dagli Imperi centrali, cambiando la configurazione dell'Europa. E che gli sconfitti di Caporetto abbiano saputo rovesciare la situazione è difficilmente digeribile per chi ricordava Lissa e Custoza.
La premessa di Isnenghi al volume ci offre anche una riflessione su quanto di nuovo si è raccolto nei quattro anni del centenario: sicuramente un "arricchimento dei colori del quadro", con una profluvie di nuove fonti "soggettive", diari lettere, memorie, fotografie che sono riemerse dai cassetti delle famiglie (è il caso, nel nostro piccolo, anche di Montepulciano e della val di Chiana). Più debole invece la capacità di nuove sintesi, "al si là della scontata,  condanna dell'assurdità e dell'atrocità della guerra"; e questa constatazione vale a livello europeo così come a livello nazionale.
La raccolta di memorie degli "orfani di un impero secolare", reduci dalla "Caporetto asburgica", serve a Isnenghi e Pozzato come occasione per ripensare l'affermarsi dell'Italia come nazione sul teatro europeo. In questa chiave di lettura, su comprende meglio anche l’entusiasmo della cronaca di Piero Calamandrei della sua entrata a Trento, prima narrata in una lettera alla fidanzata e poi pubblicata sul supplemento del “Corriere della sera”. Un evento che si sarebbe scolpito come punto alto della sua biografia, nonostante l’iniziativa non fosse stata apprezzata dalle alte gerarchie militari, e avrebbe tardato ad essere riconosciuta come titolo di merito. Ancora nel secondo dopoguerra, in una lettera a lui indirizzata dall’avvocato fiorentino Casoni, che era stato il suo superiore al Servizio P, si fa cenno all’amarezza provata per il mancato riconoscimento.
Quell’entrata a Trento l’avrebbe rievocata più volte, ma il suo pensiero negli anni cinquanta sarebbe andato anche al processo in cui aveva difeso soldati che si volevano mandare a morte come disertori.
Ecco, quello di cui vorrei personalmente rammaricarmi, in un bilancio di questo centenario che ha visto tante iniziative positive tra i giovani europei-  in dialoghi tra scuole dei diversi paesi che si sono sforzati di ricostruire una memoria comune, e di rafforzare sentimenti di solidarietà e di pace- quello di cui voglio rammaricarmi è che non sia andato in porto il disegno di legge per riabilitare i soldati fucilati, come è già avvenuto in altre nazioni europee; è un iter legislativo che si è bloccato, come altri forse anche più urgenti, per una Europa più giusta, solidale ed accogliente.

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Silvia Bertolotti


Buonasera a tutti, ringrazio il Comune di Trento e la Fondazione Museo storico del Trentino per aver accolto nell’ambito delle celebrazioni conclusive del Centenario della Grande Guerra la presentazione del volume Contrasti – la Grande Guerra nel racconto fotografico di Piero Calamandrei. E’ per me un grande onore e una vera emozione essere in questa sede, proprio nella data del 3 novembre, giorno in cui cento anni fa Piero Calamandrei fece per la prima volta ingresso a Trento, come primo ufficiale dell’esercito italiano, anticipando le avanguardie. 
Piero Calamandrei farà ritorno a Trento in altre occasioni, nel 1948 ad esempio, in un clima di grande solennità, per il trentesimo anniversario della redenzione della città e l’inaugurazione dell’opera di restauro del monumento a Dante. 
E nella primavera del 1955 è ospite della città, invitato dal professor Antonio Radice in occasione del Convegno triveneto sui problemi della scuola. Il 2 aprile nella sala Filarmonica, apre i lavori del convegno con queste parole: 
«Ringrazio i promotori di questo Convegno triveneto di avermi invitato a inaugurare i lavori. Li ringrazio soprattutto per avermi dato l’occasione di venire a Trento, dove mi attendono ogni volta che vi ritorno, cari ricordi. Vorrei dire vecchi ricordi, perché hanno ormai più di quarant’anni […]. Nel bilancio della vita, il giorno più vivo è stato quello in cui arrivando al ponte dei cavalleggeri vidi Trento per la prima volta, la Trento di Cesare Battisti, tutta imbandierata di bandiere italiane tre ore prima che vi arrivassero gli italiani. E conclude: 
«Quando io penso alla figura ideale dell’insegnante, a questa coscienza dritta che deve essere di esempio ai giovani, penso a Cesare Battisti: tutti lo veneriamo come un eroe e come un martire, come l’eroe che fa da tramite tra il primo Risorgimento e il secondo che fu la Resistenza […] Quando io penso a quella sublime fotografia, in cui si vede Battisti fieramente procedere in mezzo agli aguzzini che lo circondano, io penso che la libertà e la indipendenza della scuola, che vuol dire la libertà e la indipendenza del popolo di domani, trova la sua immagine […] in quello sguardo dritto e sicuro che guarda al di là dei carnefici l’avvenire del suo paese» 
Ed è alla celebre immagine fotografica dell’esecuzione di Battisti perciò che Calamandrei affida  il compito di testimonianza, e alla quale riconosce una indiscutibile forza iconica. 
La Grande guerra è stata certamente per Calamandrei un caleidoscopio di opportunità, un crogiolo di esperienze, foriere di sviluppi futuri; per la prima volta mette alla prova le sue virtù di avvocato, si scopre oratore, vivacissimo promotore culturale, ma anche scrittore, poeta, e fotografo per passione. §
E’ un Calamandrei affascinante e talvolta controverso quello che emerge dai lunghi mesi del primo conflitto mondiale; durante l’esperienza della guerra prende le mosse la sua riflessione sul tema della giustizia e dell’istruzione (istruzione delle masse, istruzione scolastica), ma non solo, la guerra mette in evidenza la poliedricità del suo essere un intellettuale umanista, mette in evidenza l’importanza che egli assegnerà sempre alla forza della narrazione, e alla necessità etica e civile di conservare e tramandare la memoria; un tema che affronterà anche in un conferenza all’Istituto Italiano di Cultura a Londra nel 1951 in riferimento al suo impegno per la salvaguardia del patrimonio artistico italiano dalle razzie e distruzioni del secondo conflitto mondiale. Cito alcune delle sue parole: 
[…] le opere d’arte riguardano l’Essere, la civiltà, lo spirito di un popolo. Sono vita, sono parte della nostra vita, del nostro spirito: non si possono perdere senza sentirsi mutilati, menomati nello spirito. Se un capolavoro d’arte si distrugge, è una zona della nostra memoria che si oscura […].
Al fronte Calamandrei presta servizio presso i tribunali di guerra, il 4 luglio 1916 sotto alle guglie del Pasubio tiene il suo primo processo (un processo penale), nel quale riesce a salvare la vita a 8 imputati accusati di diserzione, e di cui racconta in un articolo (dal titolo Castrensis Jurisdictio obtusior) pubblicato nel 1952 sul Ponte, la rivista da lui fondata e diretta. Calamandrei si chiede cosa stia generando la comunità della guerra, quali cicatrici indelebili possa lasciare un’esperienza bellica così lacerante e sovvertitrice d’ogni ordine morale. Si va formando in Calamandrei l’idea forte di una legalità democratica e di un senso della collettività in cui siano sovrani sia il senso della libertà individuale, sia una necessaria istanza di solidarietà. L’attenzione alla dimensione sociale che si riscontra negli studi giuridici giovanili di Calamandrei, nasce e si sviluppa anche negli anni trascorsi sul fronte tra il Veneto e il Trentino. Basti pensare che solo quattro anni dopo il primo processo ai piedi delle Prealpi Calamandrei a 31 anni pubblica (siamo nel 1920) il grande trattato sulla Cassazione spinto da ideali liberali e libertari, dalla certezza della legalità e dalla concezione del processo come studio dell’uomo. 
Calamandrei racconta la sua Grande Guerra nelle lunghe e quotidiane lettere che scrive dal fronte ai propri cari, e scattando fotografie con la sua Vest Pocket Kodak. Le fotografie costituiscono una sorta di diario di guerra per immagini, sono l’apparato iconografico della corrispondenza dal fronte. Nelle lettere, commenta gli scatti in modo preciso, dettagliato.
Gli scatti fotografici hanno perciò con la scrittura epistolare un rapporto molto forte; La massima parte di tali fotografie era stata originariamente inserita da Calamandrei all’interno delle buste contenenti le lettere inviate dalla zona di guerra ad Ada Cocci, ai familiari e ad alcuni amici.
Calamandrei conferisce fin dai primi mesi di guerra una importanza e una cura estrema alla trasmissione delle immagini fotografiche, e assegna alla fidanzata (poi moglie Ada Cocci) il compito di duplicarle e conservarle. Ada diviene così la fidata custode del suo archivio privato di guerra.
La passione di Calamandrei per la fotografia risale agli anni della gioventù; si scopre un Calamandrei, entusista fotografo per diletto, non solo al fronte della Grande Guerra, ma durante tutto l’arco della propria esistenza; emergono quindi le tracce di un rapporto con la fotografia intenso e continuativo.
La fotografia diventa per Piero in zona di guerra una sorta di rituale;  Quando la vita militare lo consente è lui stesso a sviluppare e stampare da sé le proprie fotografie; organizza, ovunque si trovi, un rudimentale laboratorio per lo sviluppo delle immagini;
La sua corrispondenza ci informa che, mentre è ancora al fronte, progetta di riordinare gli scatti e di conferire, dopo la guerra, una forma e una sequenza a questo “diario per immagini”; il 16 gennaio 1916 scrive, infatti, da San Vito di Leguzzano alla fidanzata:
«Mi raccomando che le pellicole di questa e delle altre fotografie che in seguito scatterò tu le conservi, che ne farò al mio ritorno una raccolta di guerra memorabile»[1]
E’ la precoce idea di un album fotografico, che tra le sfocature, i mossi, le incertezze nello sviluppo, le brevi didascalie storicizzanti, i commenti d’autore, ci restituisce una fotografia amatoriale nella quale la realtà del fronte è lontana dalle messe in scena, e perciò non è mitica, remota o estetizzante; ma in guerra nessuna fotografia privata è veramente solo fotografia privata, assume al contrario un valore eminentemente pubblico e di testimonianza documentale.
Ecco che a distanza di cento anni gli scatti di Calamandrei con l’edizione del libro Contrasti sono stati finalmente raccolti e ordinati in volume. Contrasti è un libro polifonico, nel senso che racconta la guerra attraverso una serie di voci diverse: la scrittura epistolare, il racconto, l’articolo, il disegno, la poesia; certamente prevale la fotografia, ma è una fotografia che intrattiene un fitto e costante dialogo con la scrittura; contiene inoltre ulteriori documenti inediti, in particolare il testo della conferenza Come entrammo in Trento presentata da Calamandrei per il Touring Club a Milano nel 1919 presso il Liceo Cesare Beccaria. Si tratta di un recupero memoriale teso a ricollegare, attraverso lo sguardo di un fotografo ancora dilettante, un fotografo per passione, i tanti fili sparsi di una narrazione che pone al centro di sé il vissuto, il vissuto dei luoghi, ovvero il paesaggio segnato dal conflitto, e il vissuto della popolazione civile e in armi. Il titolo Contrasti fa riferimento da un lato al lessico e al campo semantico della fotografia, dall’altra i contrasti  rappresentano una serie di conflitti interiori, i cortocircuiti dell’anima, tutto ciò che sconvolge, ridimensiona, e fa evolvere il nostro protagonista.
Qual’ è lo sguardo di Calamandrei sugli eventi del fronte? Calamandrei è talvolta in prima linea, ma più frequentemente nelle immediate retrovie; non ritrae i momenti dell’assalto, scene di battaglia, la “bella morte” dell’eroe solitario, o i massacri di massa, ma fotografa altri effetti del conflitto: i paesi distrutti e abbandonati, lo sguardo attonito dei soldati; fotografa l’attività della territoriale, lo scavo di trincee, il traino di pezzi d’artiglieria, le teleferiche; il lavoro, la fatica, la vita quotidiana dei soldati, (la mensa degli ufficiali, il barbiere, gli ospedali da campo, le camere dove trova alloggio); Il suo racconto fotografico apre una finestra sul mondo della guerra attraverso immagini che nulla hanno da condividere con l’epica e con il terrore degli scontri. (Ha osservato Michele Smargiassi sul blog Fotocrazia di «Repubblica»[2] (in merito agli scatti di Calamandrei) pubblicati  nel volume Contrasti, che le fotografie che hanno fatto la guerra, che l’hanno costruita, edificata, nella testa dei popoli, non furono quelle degli scontri, dei morti, furono spesso banali ritratti di soldati; milioni di ritratti viaggiarono, infatti,  tra il fronte e le retrovie, per posta certamente, ma anche nel tascapane dei soldati stessi.)
Le fotografie di Piero Calamandrei così come le lettere, raccontano la cronaca in presa diretta degli avvenimenti in cui è coinvolto, scandiscono le tappe della sua avventura di guerra. Si possono così riconoscere alcuni periodi, alcune fasi che circoscrivono zone precise del fronte e delle retrovie: i paesi dell’Alto vicentino, San Vito di Leguzzano, Marano, Valli dei Signori, la Vallarsa, Il Pasubio, il Monte Novegno la Val di Posina, ed infine la Val Lagarina e Trento.  ma allo stesso tempo, lettere e fotografie,  scandiscono momenti di profonda riflessione etica ed esistenziale, in cui mutano in Calamandrei speranze e stati d’animo, e muta il suo approccio all’essere in guerra; pur rimanendo salda la sua fede interventista, cambia, si trasforma, si evolve la sua percezione del conflitto; Sono paesaggi fisici, ma al tempo stesso “paesaggi  interiori”, nei quali “è fotografato” un fondamentale passaggio, etico e psicologico, che avviene in Calamandrei, ovvero la concezione di una guerra che da guerra immaginata diviene guerra vissuta; Calamandrei si avvicina ai propri commilitoni, riflette sul concetto stesso di nemico, osserva la trasformazione del paesaggio.
Nel maggio del 1918 Calamandrei racconta in un articolo comparso sull’Arena di Verona, l’istante di uno di questi suoi scatti, e ne spiega la valenza simbolica, ovvero l’evidente contrasto tra la natura impassibile, ieratica che sta a guardare e la follia devastatrice degli uomini: 
«stavo nel mio sicuro osservatorio, con in mano la macchina fotografica, pronto a ritrarre una di quelle magnifiche corolle che le granate di grosso calibro fanno sbocciare magicamente dal terreno. Stavo lì pronto, coll’obbiettivo puntato sulla località dove i colpi andavano a cadere più di frequente, nascosto in mezzo a degli arbusti fioriti; quand’ecco, proprio nel momento in cui udii il fragore del proiettile in arrivo e vidi balzare in aria giù nella valle quell’immenso zampillo che mi premeva di fissare nella fotografia, proprio in quell’istante mi accorsi che su un rametto, distante da me pochi metri e compreso anch’esso nel campo di vista dell’obbiettivo, si era posata ad ali aperte una delle farfalle più meravigliose che conti la nostra fauna, un podalirio dalle caudate ali che sul fondo giallo hanno due splendidi occhi simili a quelli delle penne dei pavoni… Così la mia Kodak scattando colse in un unico quadro il malefico fiore di distruzione sbocciato in lontananza, e, lì vicino, il piccolo insetto ignaro che si beava di far l’altalena su un fuscello, tuffando le sue aluccie nel sole» 
Moltissimi scatti sono dedicati da Piero Calamandrei al Pasubio, Il Pasubio è un tappa fondamentale nella vicenda di Calamandrei; In Pasubio discute la sua prima causa penale (come abbiamo ricordato), ed è sempre in Pasubio, al Pian delle Fugazze, che nella baracca del comando assiste nell’autunno del 1916 ad una conferenza di Gaetano Salvemini e di Giuseppe Lombardo Radice. Il Pasubio è per lui un mondo a parte, uno spazio epico. E’ l’enorme cantiere dove si prepara e si fa la guerra; Il colore dominante della Grande Guerra di Calamandrei, inoltre, è il colore grigio: grigio è il colore delle pietraie, grigio è il colore della nebbia che appare improvvisa e avvolge ogni forma sulla sommità del Pasubio; il colore grigio è la metafora dello smarrimento, della perdita di riferimenti e della difficoltà a esprimere e definire. 
Scrive nella corrispondenza, “è un mondo lontano dalla vita dei civili, è un triste mondo di gente vestita di grigio, come ombre; la vita è una cosa lontana, come un favoloso mistero di cui noi poveri profani non possiamo avere più notizia”. 
Nei mesi di luglio e agosto del 1916 Calamandrei si trova attendato sul Monte Novegno, il Novegno rappresenta  di profonda riflessione rispetto alle ragioni del conflitto; Calamandrei rinsalda sempre più il rapporto con la truppa, e scrive all’amico avvocato Roberto Pio Gatteschi:
“Quassù la guerra assume significati assai più gravi e più profondi di quello che da lontano si sospettava: il senso giocondo e giovanile, che avevamo quindici mesi fa, di essere un popolo padrone delle sue sorti che padroneggia gli eventi ed entra in campo poiché la sua volontà a ciò lo spinge, cede quassù il posto a un senso quasi religioso di un misterioso fato che, per sue irriconoscibili leggi, trascina gli uomini ciechi a distruggersi tra di loro, allo stesso modo che suscita senza un perché umano i terremoti, o svelle colla violenza di un temporale larghe distese di fiori sul punto di fruttificare. Se non si pensasse a qualcosa di fatale e di ineluttabile, parrebbe impossibile che gli uomini, proprio i civili uomini, abbiano voluto e continuino a volere questa orribile falciatura di vite […] 
Dall’aprile 1918 Calamandrei è chiamato a dirigere la sottosezione P del XXIX Corpo d’Armata in Val Lagarina, (all’immediata dipendenza della Sezione P della Iª Armata) ha quindi il compito di esercitare il servizio P su tutte le truppe dislocate tra il Garda e lo Zugna; incarico che accoglie e accetta con grande entusiasmo. 
Il servizio P si apre ad un ricco ventaglio di attività, volte al miglioramento del tenore di vita delle truppe, sia sotto il profilo pratico, economico e sanitario, sia sotto il profilo, non meno essenziale, dell’equilibrio psicologico e morale; nel 1920 sarà conferito a Piero il diploma di benemerenza di terza classe e la medaglia di bronzo per l’opera svolta a favore della pubblica istruzione durante la guerr, in particolare attraverso la raccolta e la distribuzione di libri ai soldati. 
Le visite alle linee trincerate e le conferenze tenute in alcune località della Val Lagarina o del lago di Garda sono l’occasione per effettuare una serie di scatti sul monte Baldo, sul monte Altissimo, sul monte Zugna, a Brentonico, a Borghetto. Altre fotografie lo ritraggono in compagnia dei suoi ufficiali P, il tenente Franco Ciarlantini e il tenente Vittorio Callaini. Un gruppo di fotografie immortala, invece, alcuni momenti degli spettacoli di marionette di Vittorio Podrecca, in prossimità della prima linea, dove si distinguono macchie di soldati assiepati in massa davanti al piccolo teatrino mobile. Calamandrei al Servizio P è un fotografo divenuto meno sistematico, ma riveste, tuttavia, quasi per caso il ruolo di fotografo ufficiale della storia negli ultimissimi frangenti del conflitto, quando la potenza imperiale è sul punto di capitolare; fotografa Rovereto distrutta, gli austriaci in ritirata presso Acquaviva, Trento libera e festante, il monumento a Dante, la consegna di onorificenze militari, la sede dell’ufficio Propaganda a Trento, la prima libreria italiana (libreria intitolata a Dante) a Bolzano. 
L’album per immagini si sfronda, si disarticola, sembra perdere il filo della narrazione; in realtà Calamandrei non ha dimenticato la forza delle immagini, ma la piega ad altre esigenze; con interessante intuizione psicologica, uno dei primi comunicati da lui stesso fatto diramare a tutti gli ufficiali di collegamento del Servizio P, ha per oggetto proprio l’importanza assunta dalla trasmissione di fotografie tra i soldati e le loro famiglie;
«[…] i soldati più meritevoli, via via che si presentasse l’occasione, (in trincea, negli accantonamenti, ecc.) dovrebbero essere ritratti in fotografia, qualora se ne mostrassero desiderosi: le pellicole o le lastre impressionate (che verrebbero rifornite a spese di questo centro) dovrebbero essere subito inviate a questo centro che provvederebbe a farle sviluppare e a far inserire le copie – almeno due per ogni fotografia – in appositi cartoncini, fregiati delle mostrine del Regg. e di qualche motto patriottico (per es. ‹ritratto di un soldato che fa il suo dovere in trincea›), una delle copie verrebbe consegnata al soldato, l’altra direttamente spedita alla famiglia[…] 
Il 3 novembre 1918  con il tenente Ciarlantini e il tenente Callaini è tra i primi ufficiali italiani a fare ingresso nella Trento liberata. E’ il culmine della sua esperienza di guerra che racconta in una lettera ad Ada, e successivamente in un articolo pubblicato sul supplemento del Corriere della Sera, La Lettura, che si traduce nell’immediato dopoguerra in una lunga e appassionato intervento pubblico.
Il 7 marzo 1919, su invito del Touring Club, Calamandrei tiene al Liceo Beccaria di Milano una conferenza, accompagnata da diapositive, dal titolo Come entrammo in Trento, in cui rievoca gli ultimi fatidici giorni di guerra e il suo ingresso nella città di Trento ormai liberata.
All’inizio della sua conferenza avverte l’esigenza di rammentare un piccolo episodio, che come un sigillo, si è impresso nella sua memoria. E’ il 3 novembre 1918 e giunto a bordo del suo sidecar a pochi chilometri ormai da Trento, presso il caseggiato di Acquaviva di Mattarello, incontra un gruppo di militari austroungarici (si tratta di un reparto d’assalto dei Kaiserjager).
«[…] e in mezzo alla via erano fermi in gruppo gli ufficiali del reparto, i quali appena ci videro, puntarono contro di noi, come se si fossero messi d’accordo prima, le loro macchine fotografiche, guardandoci appena, con indifferenza certo simulata, e senza segni di ostilità»
Calamandrei quindi è all’improvviso sbalzato al centro della scena con il ruolo di soggetto protagonista, con un semplice scatto fotografico  la sua immagine è consegnata alla  Storia, ma ad una Storia messa a fuoco e immortalata da un altro punto di ripresa, quello dei vinti.
In proposito, sto tentando di recuperare gli scatti lo immortalarono in quello storico momento; chissà che qualche archivio austriaco non le conservi.
Calamandrei pare voler sottolineare, che in questa prima guerra totale del nostro Novecento, una guerra tecnologica e di massa, anche la fotografia è divenuta un’arma, strumento di celebrazione o rimozione, perciò veicolo di propaganda certamente, ma anche un’arma di controllo sulle nostre personali emozioni, sui nostri sentimenti, sul nostro immaginario e sulla comune esigenza di archiviare e conservare vivo il ricordo. Memorie appartenenti ai due fronti, che in questo centenario si sta cercando di ricucire, soprattutto per le nuove generazioni.


[1] Silvia Calamandrei, Alessandro Casellato (a cura di), Piero Calamandrei. Zona di guerra: lettere, scritti e discorsi (1915-1924), Roma-Bari, Laterza, 2006, p.46.

[2] Michele Smargiassi, La guerra di Piero. Fotografia, ideologia e trincee,  blog Fotocrazia, «Repubblica», 4 maggio 2018.

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