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Jesi- Presentazione
Biografia morale e intellettuale di Calamandrei
di Alessandro Galante Garrone

 


20 aprile 2018

Come scrivo nell’introduzione, ogni volta che ho dovuto aggiornare la biografia e la bibliografia di Piero Calamandrei, di cui continuano a rieditarsi opere e discorsi e ad essere ricostruiti aspetti a suo tempo trascurati, ed ogni volta che mi è stato chiesto un consiglio di opera sintetica da consultare  su una personalità tanto multiforme, ho avvertito la mancanza di questa biografia di Alessandro Galante Garrone, scritta con grande partecipazione affettiva ed equilibrio storiografico, da tempo fuori catalogo.
Sono dunque molto grata a Francesco Moroni e all’editore Effepi per averla resa di nuovo disponibile, per gentile concessione della figlia Giovanna, e di averla corredata di una introduzione puntuale su tutto quanto è stato nel frattempo pubblicato.
Se Alessandro Galante Garrone nel 1987 sottolineava la permanente contemporaneità del suo maestro Calamandrei, considerandolo vincente sulla lunga distanza, posso a mia volta dire che gli scritti di Sandro, il “mite giacobino”- come lo ha definito il magistrato e storico Paolo Borgna- conservano una freschezza interpretativa non obnubilata dall’affetto e dalla devozione nei confronti di Piero. Lo scrive lui stesso, rispondendo ai critici che non sarebbero mancati , facili a tacciare di operazione agiografica una ricostruzione a tutto campo della personalità di Calamandrei:
Non ho nascosto il grande affetto che a lui mi legava. Ma mi son proposto di delineare la sua figura senza amplificazioni, nei suoi limiti, nelle sue angosciate perplessità, nei suoi dubbi irrisolti, nei suoi entusiasmi anche ingenui. Un uomo di altri tempi, certamente, che in sé ha riassunto una irripetibile fase di civiltà. Eppure io credo che le sue alte e belle parole possano insegnarci qualcosa anche oggi.
Nel frattempo anche Sandro, divenuto maestro delle nuove generazioni,  ha ispirato una biografia di alto spessore, quella di Paolo Borgna. Narrando di lui ne Il paese migliore (Laterza 2006) Borgna ha ripercorso la storia italiana nelle sue speranze di rinnovamento morale e civile, illuminando il ruolo che gli azionisti torinesi hanno avuto nelle battaglie per la democrazia, la laicità e la giustizia sociale.
Personalmente devo ringraziare Sandro per avermi aiutata autorevolmente nel passaggio del testimone e della eredità familiare dopo la scomparsa di mio padre, tanto per la finezza con cui ha saputo descrivere il complesso e tormentato rapporto tra Piero e Franco nel saggio Padri e figli, quanto per l’incoraggiamento che mi ha dato a curare e pubblicare i diari  e scritti 1975-1982 di Franco raccolti per la Nuova Italia con il titolo Le occasioni di vivere (1995). Negli anni Novanta, oltre ad esercitare  dalle pagine della “Stampa” un magistero  critico prezioso contro le insidie del berlusconismo e l’imperversare del revisionismo storico, ha avuto il merito di spronare l’operazione divulgativa voluta dalla  Nuova Italia di Federico Codignola su alcune opere chiave di Calamandrei, con l’antologia Costituzione e leggi di Antigone (1996), di cui scrisse la prefazione, e l’edizione economica dei Diari, che aveva curato assieme a Giorgio Agosti e di cui da poco è uscita una riedizione integrale per le Edizioni di storia e letteratura.
Lo scambio di lettere con lui che ho pubblicato in appendice alle Occasioni di vivere , testimonia dell’amicizia paterna che ha saputo offrirmi e del ruolo che ha avuto nell’incoraggiarmi a prendermi cura delle opere di Piero, senza indulgenze e censure, aprendo una stagione di pubblicazione di tanti inediti che schiudevano la dimensione più privata del giurista e letterato.
Il Centro Calamandrei di Jesi è nato sotto il suo patrocinio, raccogliendo l’impegno dell’azionismo torinese nel divulgare un messaggio civile e democratico, di giustizia, libertà e solidarietà.
Tante sono state le iniziative curate da Gianfranco Berti nel corso degli anni, con la autorevole partecipazione di personalità come Carlo Azeglio Ciampi, molto devoto alla memoria di Sandro. Oltre alla riedizione di questa  sua biografia di Piero Calamandrei va segnalato, in occasione del centenario della Grande Guerra, un epistolario dedicato ai fratelli Garrone, gli zii materni interventisti caduti a Caporetto nel cui culto crebbero i giovinetti Galante, con l’aggiunta nel cognome  di quello materno, aggiunta fatta anche dall’altro ramo dei nipoti Maraghini.
Il volume, a cura di Roberto Orlando, 100 (e una) lettera dal fronte un secolo dopo,Paola Caramella editrice (2016), si inserisce in una lunga serie di edizioni dell’epistolario, fin dall’immediato primo dopoguerra, con una particolare attenzione dello storico Adolfo Omodeo. E fu proprio Alessandro Galante Garrone, magistrato fattosi storico, a curare insieme alla sorella Virginia l’edizione integrale delle lettere e dei diari per Garzanti, Giuseppe ed Eugenio Garrone. Lettere e diari di guerra (1974).
Come scrive Paolo Borgna nella sua introduzione al presente volume, che si caratterizza per una ampia documentazione fotografica, ritrovata dalla nipote Margot, gli interventisti democratici passarono dalla Guerra con la maiuscola del “maggio radioso” alla guerra quotidiana dei fanti nelle trincee, e l’attenzione che i fratelli partiti con tanta ispirazione dedicano ai loro uomini è fattore di maturazione di una visione più problematica ed interrogativa.
Gli interrogativi si faranno più pressanti nelle nuove generazioni degli eredi degli interventisti  e Borgna, biografo di Alessandro Galante Garrone, prende spunto dai suoi dubbi del 1974 per spingersi oltre ed affermare esplicitamente che “gli interventisti democratici avevano torto” e che avevano ragione i socialisti ed i cattolici.
Secondo Borgna aveva ragione il  Benedetto XV dell’”inutile strage” (pur deplorato dai fratelli Garrone e da Calamandrei): purtroppo però il pacifismo cattolico non si incontrò mai col neutralismo socialista:
Mentre nazionalisti di destra ed interventisti democratici si incontravano e, insieme, riempivano le piazze e le colonne dei giornali, al contrario cattolici e socialisti, rimanendo divisi, non riuscirono ad intaccare lo “spirito del tempo”che impetuosamente soffiava verso la guerra.
Il loro irrimediabile errore fu quello di non capirsi, di non sapersi parlare, di non allearsi. Un errore che si ripeterà nel 1920-21 e che aprirà le porte al fascismo.
Una lezione che, ogni tanto, è bene ripassare.
Ho voluto ricordare quest’opera storiografica di Sandro per testimoniare come mai abbia voluto fare operazioni agiografiche anche nei confronti di personaggi del culto familiare, e come sia stato tra i primi eredi dell’azionismo ad affrontare in modo problematico l’interventismo dei Parri, dei Calamandrei, dei Salvemini, insegnandoci a sfrondare i nuclei forti dagli elementi più caduchi della loro eredità.
In tempi di prevalenza delle immagini ci vengono in soccorso volumi fotografici di memoria della Grande Guerra: non solo questo sui fratelli Garrone, ma anche quello curato da Silvia Bertolotti (Contrasti, Museo storico del Trentino 2017) che raccoglie le foto scattate da Calamandrei dal 1916 al 1918: e le immagini ci aiutano ad attualizzare i dilemmi vissuti dalla generazione degli interventisti al fianco dei fanti contadini della guerra di trincea.

Silvia Calamandrei

 

 


 

 

 


 

Luce sul futuro: ritratto di Piero Calamandrei

di Antonio Capitano

 


Mi è pervenuto un volume atteso e significativo: è una testimonianza di chiarezza capace di fare luce sull’attuale scenario buio e ricolmo di incertezze. Fortunatamente la piacevole lettura mi ha aiutato a diradare le nebbie di una politica ridotta a mero spettacolo; non si avverte più, infatti, la differenza tra la necessaria serietà istituzionale e un insieme sparso di “nuovi” decisori stabiliti da norme altrettanto nebulose. Ecco perché l’arrivo di Calamandreibiografia morale e intellettuale di un grande protagonista della nostra storia – realizzata da Alessandro Galante Garrone (Roma Effepi libri, 2018) – è stato provvidenziale. L’opera, con la preziosa e “militante” prefazione di Silvia Calamandrei e ottimamente introdotta e curata da Francesco Moroni, rappresenta anche l’ultimo baluardo di una piccola casa editrice costretta, al momento, a chiudere ma dopo aver onorevolmente combattuto una vera e propria “Resistenza”.

Anche per questo la pregevole ristampa del volume originariamente edito da Garzanti nel 1987, e da anni fuori catalogo, meriterebbe di essere acquistata, letta e difesa, poiché non solo ha permesso di rispolverare un testo fondamentale e di formazione, ma consente – agli “azionisti di minoranza” di questo paese acciaccato – di possedere ulteriori chiavi per accedere alla parte più responsabile e coerente, attualmente e purtroppo senza una netta collocazione nei diversi schieramenti.

La voce di Calamandrei, per la nobile trasmissione dell’eccellente biografo Alessandro Galante Garrone, diviene dunque richiamo universale per coloro che da sempre avvertono il bisogno di pulizia e di giustizia, a cominciare – ed è opportuno gridarlo – dal più convinto antifascismo! Proprio ora che la moda sta tatuando i più giovani di note teste pelate e svastiche con un rigurgito di quel passato che, evidentemente, non ha insegnato nulla a coloro che non sono in grado di leggere e conoscere la storia dalla parte onesta.

Per quelli, invece, attratti dal volto rassicurante e sorridente di un uomo elegante con papillon e occhiali in grado di mettere a fuoco presente e futuro, l’opera racchiude il senso del tempo e il senso del vento, quello della direzione giusta: delle parole pensate, scandite, misurate senza eccessi. Usate come mattoni per costruire ponti sicuri per attraversare anche le circostanze più difficili. Ogni pagina è una miniera di ricordi, citazioni, rimandi: sono tutti affluenti di un fiume limpido che ci permette di navigare e godere nel contempo della natura circostante che l’Esempio rende incontaminata.

Tra le righe, un misto di vissuto e sognato intesse una meravigliosa tela. Galante Garrone ci consegna un ritratto mirabile. Un ritratto che aveva necessità di essere restaurato come si fa con le opere d’arte e con la stessa meticolosità, facendo la massima attenzione per restituire l’intatto splendore.

Obiettivo perfettamente raggiunto da questa riedizione che ancora una volta ci conferma la straordinaria attualità e capacità di innovazione istituzionale di Piero Calamandrei; non è un caso, forse, che l’uscita di queste pagine coincida con il restauro della Resurrezione di Piero della Francesca. C’è qualcosa oltre il nome che connette questi due grandi maestri: è la Luce.

 

16 aprile 2018 pubblicato da Il Ponte

 

 

 


 

 

 


 

F i d u c i a

di  Piero Calamandrei

 

[A ridosso del 25 aprile ripubblichiamo questo editoriale (apparso su «Il Ponte» del luglio 1945 a firma Il Pontema di Piero Calamandrei) in cui di fronte al disastro dell’Italia uscita dalla guerra si staglia l’azione di un uomo, Ferruccio Parri, che fu «qualcosa di più di un eroe: un uomo onesto».
Nella crisi odierna in cui «ci sarebbe da disperare cento volte», c’è ancora un uomo che sia qualcosa di più di un eroe?]

 

Salutiamo con animo consolato l’arrivo del “partigiano qualunque”, che senza iattanza e senza adorna eloquenza, ha riportato l’Italia sulla sua strada maestra. 
Qualcuno, guardando alle apparenze, potrebbe credere che le cose non siano cambiate: c’è ancora, imposta dal di fuori, la “tregua istituzionale”; c’è ancora l’incarico conferito dal luogotenente; e intorno ai seggi ministeriali le stesse antiche risse di appetiti. Ma chi guarda alla sostanza, ha motivo di sentirsi confortato. La scelta è stata fatta ed imposta dal comitato di liberazione, cioè dal popolo: e quando Ferruccio Parri è salito dal luogotenente, all’apparente scopo di ricever da lui l’incarico, in realtà è andato a comunicargli che, per volontà degli Alleati, gli si consentiva di rimanere in carica ancora per l’ultima tappa del viaggio: alla fine del quale gli ha rispettosamente indicato, già ben visibile in fondo alla strada, l’arco della Costituente, e subito al di là di esso, necessaria premessa di giustizia sociale, la repubblica già nata. 
Speriamo che il luogotenente abbia capito. Ma soprattutto è sperabile che abbiano capito gli Alleati: i quali, come hanno saputo apprezzare la prova di dignità civile data dal popolo italiano colla decisiva partecipazione dell’esercito partigiano alla guerra di liberazione, così dovranno valutare la prova di maturità politica data oggi dallo stesso popolo, che ha saputo così, senza bisogno di nuovo sangue, inserire negli sconvolti congegni costituzionali le forze rinnovatrici della sua rivoluzione democratica. 
Qualche settimana fa Gaetano Salvemini ha pubblicato su un giornale americano un articolo per sfatare, al lume della storia, il diffuso pregiudizio che il popolo italiano non sia maturo per governarsi da sé coi congegni costituzionali della democrazia. Ma gli eventi di queste ultime settimane hanno dimostrato qualcosa di più: che il popolo italiano conserva tali forze morali da riuscire, anche quando questi congegni gli mancano, a trovare da sé, col suo equilibrio e la sua saggezza, una soluzione democratica della crisi più tragica della sua storia. I popoli che non hanno mai cessato di avere in piena efficienza i meccanismi parlamentari, che ad ogni occorrenza permettono alle forze politiche di contarsi e alla volontà della maggioranza di manifestarsi, non devono misurare il popolo italiano al loro metro: ma devono domandarsi quale altro popolo, coi soli mezzi costituzionali che ha attualmente l’Italia, colla rovina anche giuridica che l’ha devastata, avrebbe saputo fare di più. Il confronto con quel che avviene in altri stati europei, considerati finora politicamente più maturi del nostro, dà la risposta. 
Bisogna rendersi conto, prima di giudicare, dell’immensità del nostro disastro politico.
Un popolo ridotto senza leggi, incatenato per forza, dalle necessità della guerra, al cadavere putrefatto delle istituzioni cadute, costretto a vivere, in questo troppo lungo periodo transitorio, tra lo schifo del passato e la irrequieta aspettazione di un avvenire ancora imprecisato ed incerto. In questa forzata inerzia, squilibri e contrasti, ognuno dei quali, in tempi normali, sarebbe parso insolubile: tra una tradizione accentratrice che non vuol rinunciare al suo dominio, e una febbre autonomistica che rischia di esasperarsi in separatismi; tra aspirazioni giovanili che sentono la necessità di un rinnovamento integrale, ma non sanno esattamente in che possa consistere, e vecchie resistenze conservatrici che risognano nello statuto albertino la salvaguardia dei loro privilegi; tra regioni dove il diverso indugiarsi della guerra clandestina ha prodotto un diverso grado di fusione rivoluzionaria, che rende estremamente arduo legare in un unico crogiuolo il metallo fuso e le scorie; tra un’epurazione di classe, che si è ridotta a togliere il pane a chi ha vissuto di lavoro, e l’impunità garantita a coloro che non si epurano perché vivono di rendita, ed a coloro, i più alti, che, essendo i veri responsabili, rimangono irresponsabili per definizione… 
E poi umiliazioni esterne: lo sconforto di doverle accettare senza protestare, e di sentirle, ahimè, per gran parte meritate; non sapere ancora quale sarà la nostra sorte di vinti, non, sapere quali saranno i nostri confini. Sentirci da ogni parte incalzati dagli appetiti altrui, sentirci guardati con diffidenza, o tutt’al più, dagli amici, con pietà; e da consessi dove si discute di giustizia e di diritto, noi, che pure abbiamo dato al mondo l’idea del diritto, inesorabilmente messi al bando…
E poi, ancora, la rovina economica e morale: ogni famiglia una tragedia; la tubercolosi, la prostituzione, la fame. E lo scoramento, e la riluttanza a riabilitarsi al lavoro, e il malcostume fascista perpetuato sotto parvenze di antifascismo; e la corruzione dilagante, e l’indifferenza; e l’abitudine alla violenza, e insieme l’oblio, così pronto e incosciente, degli strazi, delle torture, delle deportazioni, delle “camere dei gas”. Come se nulla fosse avvenuto. E questa fiumana di gente sconsolata e tarata che torna senza capire; e il lugubre gracchiare dei corvi: «Vedete, si stava meglio prima».
Ci sarebbe da disperare cento volte. E invece, vedete, non si dispera. Parri non ha disperato: è arrivato a Roma colla sua semplicità, colla stessa naturalezza con cui un onesto impiegato va la mattina in ufficio, puntuale all’orario: per lavorare. Sei mesi fa un grande statista inglese (ma forse, come ha detto il Beveridge, in quel momento non era il “grande Churchill” che, parlava) descriveva i partigiani del nord come “uomini facinorosi decisi a tutto”: ecco, la guerra è finita, e il capo di questi partigiani assume il governo d’Italia. Anche Churchill si convincerà ora che quei partigiani non erano dei facinorosi: ma decisi a tutto sì, cioè decisi a servire l’Italia. Per questo Parri è arrivato a Roma a portarvi non parole, ma la luce del suo esempio: farà quel che potrà. Egli per vent’anni ha fatto ogni giorno, puntualmente, quel che poteva: per vent’anni, nella prigionia o nell’esilio sul mare con Rosselli o sulle montagne coi partigiani, egli è stato pronto ogni giorno a sacrificare, per il suo ideale, la vita. Qualcosa di più di un eroe: un uomo onesto.
È bastata la presenza di quest’uomo onesto, luminosa e chiara, a dissipare le nebbie: di fronte al suo esempio tutte le retoriche e tutte le accortezze dei rinascenti parlamentarismi hanno, alla fine, dovuto tacere. Troppo lunga una crisi durata due mesi? Ma due mesi non sono stati troppi se sono bastati, senza nuovi scontri, a darci la certezza della repubblica. Tutti i fumi asfissianti si sono dileguati, come avviene per certi congegni a base di ozono, che misteriosamente, appena messi in una stanza, rendono l’aria respirabile e pura.
Per nostra fortuna il fascismo non è riuscito ad ucciderli tutti, gli uomini come Parri. Da uno che ne hanno assassinato, ne sono nati cento. E basteranno quelli che sono rimasti a rinnovare l’Italia. Ognuno nella sua cerchia, anche modesta: alla testa del governo o alla testa di un’officina; su una cattedra o in oscuro impiego. Questo è l’essenziale: la buona fede, la serietà, l’impegno morale; la coerenza nelle piccole cose e nelle grandi tra il pensiero e l’azione.
Ma questa non è una novità. Lo insegnava Giuseppe Mazzini: che, come tutti dovrebbero sapere, non ha mai disperato degli italiani.

da "Il Ponte" del 3 maggio 2018