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Cosa significa espellere. 
I progetti del ministro
e la realtà

di Paolo Borgna

 

 

«Gironzolano tutto il giorno per il paese, coi loro smartphone in mano, senza far niente». Quante volte, negli ultimi anni, abbiamo ascoltato queste parole da miti abitanti di piccoli Comuni, insofferenti per la presenza, nei centri di accoglienza, di alcune decine di richiedenti asilo, in attesa (un’attesa che può durare anche due anni...) di una decisione sulla loro richiesta.
Anche quando quei cittadini stranieri non erano coinvolti in alcuna attività illecita (ed era la maggior parte dei casi) dava fastidio, soprattutto in comunità a volte piccolissime, la loro semplice presenza. Il loro "gironzolare" (sottinteso: pagato coi nostri soldi).
Il vento, che ha gonfiato le vele che han condotto l’onorevole Salvini a sedere nel suo ufficio al Viminale, è stato alimentato da sentimenti come questi. Sentimenti sui quali si possono esprimere opinioni diverse e articolate; ma di cui sarebbe sciocco ignorare l’esistenza. 
Soprattutto: sarebbe sciocco far finta di non capire che il sentimento di indiscriminata e ingiustificata avversione verso l’immigrato è stato gonfiato dal senso di abbandono, da parte dello Stato, che molti cittadini (soprattutto fra i ceti più deboli) avvertono di fronte a piccoli e grandi reati e soprusi subiti nella loro vita quotidiana.
Da anni scriviamo che garantire maggiore sicurezza, anche con un convinto contrasto ai piccoli crimini di strada (non sempre, ma spesso legati all’immigrazione), significa creare le condizioni per una politica di ampia e generosa accoglienza: per rendere tale politica socialmente condivisa. E che tale contrasto deve essere perseguito non solo con la doverosa repressione dei reati, ma anche con una politica mirata di espulsione dei cittadini stranieri che han dimostrato, con la commissione spesso abituale di reati, di non voler rispettare le regole di comune convivenza.
Proprio per aver scritto queste cose da vent’anni, ci chiediamo che senso abbia, oggi, affermare, con toni perentori, che tutti gli stranieri 'clandestini' devono preparare le valigie per tornare a casa loro. Cosa significa espellere tutti gli irregolari, in un Paese in cui, da otto anni, non viene emanato un 'decreto flussi' per il lavoro dipendente? In un Paese in cui, dunque, di fatto, per uno straniero che vuole lavorare, e che magari ha già trovato un lavoro e, spesso, una famiglia italiana che lo ha accolto, non vi è alcun modo per 'regolarizzarsi'?
Qualunque dirigente di un qualunque ufficio immigrazione di qualunque Questura d’Italia può dire al ministro Salvini (e glielo può confermare anche il suo predecessore Roberto Maroni) che «espellere tutti gli irregolari» significa, inevitabilmente, eseguire le espulsioni più facili. Vale a dire: le espulsioni degli stranieri che (pur privi di permesso di soggiorno) vivono e lavorano nelle nostre città avendo sempre con sé il proprio passaporto; per i quali non è necessario avviare le lunghe procedure per l’accertamento dell’identità e del Paese di provenienza, perché non hanno mai mentito sulla propria identità.
Troppe volte abbiamo visto uscire dal carcere cittadini stranieri, condannati per reati anche gravi, senza che venissero espulsi (cosa che suona irridente, in primo luogo, verso i loro connazionali che, pur essendo magari 'irregolari', vivono invece con fatica nel rispetto delle regole). E invece, bisogna concentrarsi sull’allontanamento di questi stranieri, utilizzando il loro periodo di detenzione in carcere anche per preparare la loro espulsione, effettiva e non solo cartacea (in tal modo – si noti – rendendo quasi superfluo un loro successivo soggiorno al Cie).

E, allo stesso tempo, incentivare, per gli autori di reati di media gravità, lo strumento (già previsto dall’articolo 16 del Testo unico sull’immigrazione) della espulsione come sanzione alternativa al carcere. I politici che hanno ricevuto dagli elettori il mandato a governare, lo rivendicano con buona ragione. Ma ogni mandato può essere esercitato con modi, intelligenza e sensibilità diverse. Due anni fa, una politica tedesca disse, a proposito dei migranti: «Non facciamoci ricattare dagli occhi dei bambini». Noi auguriamo, ai politici che ci governeranno nei prossimi anni, di farlo avendo sempre, nei loro occhi, gli occhi di quei bambini.