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Franco Antonicelli

P R I M I    I M P R O V V I S I
E    A L T R E    P O E S I E

prefazione di
Massimo Fabrizi

 

 

 

 

E

mergono come un fiore sperso fra i rivoli della Storia le poesie di Franco Antonicelli raccolte in questa plaquette. Si tratta di testi inediti scritti su foglietti sparsi, su carte che ancora affiorano, ad anni di distanza, fra il materiale dell’archivio dello scrittore. Ed affiorano grazie al lavoro certosino ed encomiabile di Sergio Cerioni, che tanto tempo e tanta passione ha messo nel frugare fra la mole di fogli vergati dalla mano dell’intellettuale antifascista, che era solito dare alle stampe solo ed esclusivamente parte del proprio lavoro, conservando forse la mole maggiore di ciò che avrebbe potuto lasciarci, dentro ai cassetti della propria scrivania.

I

testi qui raccolti sono in tutto venticinque. La prima parte della plaquette è costituita da un blocco di sedici testi che coprono un arco temporale che va dal 1929 al 1946. Diverse le suggestioni, le tematiche e gli spunti che caratterizzano questi versi, i quali si muovono talvolta nella dimensione vaga ed elegiaca dei ricordi d’infanzia (“Io pensavo a una casa, a un cortile, a un giardino / domestico paesaggio di quel gioco infantile”, Il Liocorno;Un cortile, una pergola, una vecchia / casa e l’orto col suo ruvido odore, / chi non l’ha, fanciullezza, ricordare / come ti può? Se non batte la secchia / sonora dentro il pozzo, se un colore / rosso di salvie non ti guida intorno, / o il crisantemo non t’apre le amare / sue gemme, chi saluta il tuo ritorno?”, Ricordo d’infanzia), dell’alone fiabesco che caratterizza quella età, con riferimenti a Perrault o La Fontaine nella poesia intitolata, appunto, La cicala e la formica.

T

ipica, anche in queste carte, l’abitudine antonicelliana di appuntare a fronte dei testi la data di composizione degli stessi, palesando in tal modo un’esigenza di fissazione storica dell’attimo, o, come sostiene Lorenzo Greco nella Prefazione ad Improvvisi e altri versi, abitudine determinata da “un’esigenza di ancorare il momento” facendolo convergere dalla microstoria personale alla macrostoria collettiva. Ciò dipende forse anche dalla volontà testimoniale che caratterizza la vicenda biografica e letteraria di Antonicelli, uomo del proprio tempo, quello drammatico del ‘900, appunto, e per il quale e dal quale l’artista, l’intellettuale, il politico ed il pensatore, col proprio spessore morale, ha sentito comunque necessario estrarre dal magma della deriva storico-esistenziale collettiva una speranza per il futuro che fosse anche una sorta di memento. E in questa ottica non mancano, infatti, testi che si ancorano alle vicende storico-sociali contemporanee, come nel caso del testo Voluttà (scritto a cavallo fra il 24 ed il 25 ottobre del 1942), in cui attraverso una tramatura versale che fa quasi totalmente ricorso all’endecasillabo, lo scrittore fa riferimento alla voluttà della guerra, che confonde amore e morte (“Oscura voluttà, o tu demente / figlia di questa vita, in te feroce / confondi e dolce amore e morte amara”), o come nella poesia Nozze di campagna (datata “dom. 14.1.45”), caratterizzata da un’atmosfera onirica a tinte fosche in cui i contrasti cromatici, gli accostamenti oppositivi e parossistici, le immagini tratteggiano i contorni di quell’atmosfera orrorifica tipica delle celebrazioni pubbliche del Terzo Reich.

C

’è, fra le varie componenti che caratterizzano questi testi, anche una latente tensione erotica che a volte si caratterizza però quale pulsione distruttiva, come nella poesia appena citata, o come in Elegia pagana, testo in cui sembra affiorare un petrarchismo non misticheggiante né spirituale ma di stampo totalmente materiale, quasi pagano, appunto. Il verso, oltre la misura tradizionale dell’endecasillabo, assume qui un respiro più narrativo, ma i riferimenti figurativi ed i richiami lessicali, anche se in senso estensivo, riportano alla memoria certi passaggi tipici del Canzoniere del poeta aretino: “Tu che rifiuti l’amore, donnetta crudele, non vedi / che l’uomo che t’ama è già morto, ucciso dall’insulto? / Così il suo volo abbandona migrando a nuove sedi / un debole uccello e s’abbatte fra le nubi in tumulto. // Ma te condanna la notte che tristi e torve speranze / carezzava al suo letto, e quest’avida luce che spiega / oh non più a lui l’incanto d’inebriate fragranze, / e l’oblio in cui ritravolta la sua immagine annega.”

D

i tenore diverso, invece, la sezione intitolata Poesie per l’infanzia. Si tratta di nove componimenti piuttosto brevi in cui a livello metrico viene abbandonato l’endecasillabo o il verso più lungo a favore di settenari ed ottonari “Angelo, dammi le ali, / fammi volare lassù, / fammi in cielo sognare / i sogni che vuoi tu”). Molto presente la rima, così come è tipico dei componimenti dedicati ai bambini (“Pollice vuol stare a parte, / Indice vuol guidare, / Medio vuole dominare / e Anulare con arte / già si prova l’anello / per andarsi a sposare”, Le dita della mano). Sono testi che, sotto il profilo tematico, toccano argomenti vari, quali la fantasia, il desiderio infantile, il piacere del racconto fiabesco, l’amore per la figura materna, che in alcune poesie varca il confine linguistico della filastrocca, incarnando il divertissement di un ludico esperimento letterario. E nei fogli sparsi che racchiudono questi frammenti dedicati all’infanzia non c’è segno di varianti o ripensamenti, come invece nelle carte dei testi sopra citati dove, in alcuni casi, troviamo pochissime varianti, a dimostrazione di ciò che Antonicelli dichiarava in apertura del volume Improvvisi (All’insegna del Pesce d’oro, Milano, 1967), ovvero che trattasi di poesie “non architettate” che nascono dai “detestati sentimenti”, e come tali sono “frammenti di un diario di eventi segreti, ma di un diario occasionale".

E

cco, forse rovistare fra le carte di Antonicelli è servito e serve a questo, a restituire un altro tassello all’immagine di un autore che ha celato il lato più istintivo e diretto di se stesso. Un autore che, a dispetto della consistente mole progettuale della propria opera, ha in realtà dato alle stampe una bibliografia esigua, in particolare per essere stato censore troppo severo di se stesso, costantemente animato da una sorta di insoddisfazione circa la qualità letteraria dei propri scritti. Questa plaquette ha dunque il merito di portare alla luce un altro frammento. Un frammento che per caratteristiche e qualità, compiendo un’operazione a ritroso, potrebbe intitolarsi, in un’ottica di continuità, Primi improvvisi ed altri versi.

Massimo Fabrizi