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E' VIETATO DIGIUNARE IN SPIAGGIA
ritratto di Danilo Dolci
testo di Renato Sarti e Franco Però
con Paolo Triestino, Alessio Bonaffini, Diego Gueci, Renzo Pagliaroto
Domenico Pagliares,
Francesco Vitale
e la partecipazione straordinaria del procuratore generale
Gian Carlo Caselli
regia Franco Però

 


 

Franco Però - Renato Sarti
E' VIETATO DIGIUNARE IN SPIAGGIA - RITRATTO DI DANILO DOLCI


Elio Vittorini, Giorgio Napolitano, Norberto Bobbio, Aldo Capitini, Furio Colombo, Carlo Levi, Bruno Zevi, padre David Maria Turoldo, don Zeno Saltini, Bertrand Russel, Jean Paul Sartre, Luca Cavalli Sforza, Giacomo Manzù, Aldous Huxley, Erich Fromm, Vittorio Gasman, sir Laurence Oliver, Joan Baez, Piero Calamandrei, Ferruccio Parri.
Può una persona che ha avutocollaborazioni con personalità di tale levatura, riconosciuta a livello internazionale, più volte candidata al Premio Nobel per la Pace, vincitrice del Premio Lenin, essere quasi del tutto cancellata dalla memoria collettiva? Nel nostro paese si. E molto spesso tocca al mondo dell'arte ridare vita a figure importanti che le istituzioni non hanno saputo - o voluto - mantenere vive. Anche se nella sua vita Dolci è stato architetto, sociologo, pedagogo, poeta, e si è occupato dei problemi della fame in Sicilia, dell'acqua, della mafia, delle comunicazioni di massa.
"E' vietato digiunare in spiaggia" tratta soprattutto del famoso processo che subì per aver organizzato lo sciopero alla rovescia del 2 febbraio 1956. Rifacendosi all'art.4 della Costituzione, per protestare contro la disoccupazione e la miseria, invece di incrociare le braccia o assaltare sedi padronali o istituzionali, i manifestanti agirono in modo assolutamente pacifico sistemando una vecchia strada impraticabile. L'azione nonviolenta non fu portata a termine per l'intervento delle forze dell'ordine. Dolci fu incarcerato, processato, e nonostante l'arringa in sua difesa fosse pronunciata da Calamandrei - uno dei padri della Costituzione Italiana - fu condannato.
Un paradosso che si fa teatro, capace di evocare dai piccoli fatti quotidiani ai grandi dilemmi, l'Italia lacerata di quei tempi. La ricostruzione del processo e della realtà in cui si svolsero i fatti scorre, alternando poesie di Dolci, filastrocche dei cantastorie, arringhe degli avvocati e requisitorie del Pubblico Ministero (raffinati esempi dell'arte oratoria), pregnanti testimonianze dei cittadini di Partinico, siparietti brechtiani  che ricordano la tecnica recitativa estraniata dai Pupi siciliani. Sul palco da una parte cinque attori che di volta in volta danno voce ai poveri, agli avvocati, al pubblico ministero, agli onorevoli che, dopo l'arresto di Dolci, infiammarono la Camera ed il Senato con vibranti interpellanze parlamentari; dall'altro un attore, Paolo Triestino, nella figura di Dolci, che ascolta, comprende, trduce in lotta non violenta ed amplifica a livello nazionale la tragedia della Sicilia affamata e violenta degli Anni Cinquanta.

 

 

 

 

 

Massimo D'Amico
SCIOPERO ALLA ROVESCIA

 

Durante il settimo decennio dell'Ottocento il grande critico d'arte John Ruskin, allora professore ad Oxford, convinse i suoi studenti a uscire dalla contemplazione improduttiva ed a seguirlo in in'impresa manuale, nientemeno che la costruzione di una strada. I lavori cominciarono con entusiasmo, ma alla lunga l'imperizia generale ed altre incombenze li fecero languire e infine cessare senza concludere gran che. Ma i partecipanti all'impresa, uno dei quali fu il giovane Oscar Wilde, andarono fieri tutta la vita di quel tentativo.
Di sicuro ignaro di tale precedente, circa ottant'anni dopo, nel 1956, il, come chiamarlo? santo laico, benemerito assistente sociale volontario? Danilo Dolci promosse qualcosa di simile a Partinico. I suoi seguaci però non erano ricchi studenti inglesi, ma braccianti siciliani disoccupati e disperati. Piuttosto che languire nell'inattività, Dolci li stimolò a intraprendere non pagati un'opera di utilità pubblica collettiva, il restauro appunto di una strada preziosa per il collegamento coi campi. Commise però l'errore di chiamare ad alta voce tale servizio volontario, "sciopero alla rovescia". La parola bastò ad evocare lo spettro del comunismo e della rivoluzione. Le autorità intervennero immediatamente, Dolci e i principali collaboratori furono arrestati per sedizione, resistenza alla forza pubblica e via dicendo. Il processo fece epoca, molte personalità si schierarono a sostegno del missionario civile, e l'insigne giurista Calamandrei scese di persona a Palermo per promuovere un'arringa appassionata, che smontò qualche imputazione collaterale (come l'avere chiamato omicida la polizia) non evitò a Dolci un mese di carcere, sia pure già scontato, e una ammenda.
Questi fatti lontani non dimenticabili sono rievocati con molto brio nel migliore spettacolo di politica illustrata che si veda da tempo: E' vietato digiunare in spiaggia, scritto da Renato Sarti e Franco Però, quest'ultimo anche regista. Il titolo viene da una precedente impresa di Dolci, che aveva promosso un digiuno dimostrativo di pescatori ridotti alla fame dall'attività di concorrenti mafiosi, non combattuti dalle autorità, che nell'occasione avevano fatto sgombrare l'arenile gridando la frase nei megafoni. Benchè a senso unico, nè data la materia altro atteggiamento sembrerebbe concepibile. l'apologo evita ogni gravezza didascalica ricorrendo all'umorismo: le scenette brechtiane sono introdotte e recitate da cinque attori siciliani tutti molto vivaci e molto spiritosi - Alessio Bonaffini, Diego Gueci, Renzo Pigliaroto, Domenico Pugliares, Francesco Vitale - uno dei quali fa da cantastorie, mentre gli altri diventano con disinvoltura contadini analfabeti ( di quelli che Dolci riuniva per scambi di opinioni che avevano funzioni maieutiche), agenti, funzionari e via dicendo.
L'arringa di Calamandrei viene letta ogni sera da un diverso personaggio noto, chiamato a esprimere la sua solidarietà (cominciò Bertinotti, a me è toccata la simpatica Dacia Maraini)*.
Col maglione bianco di Dolci, Paolo Triestino è un pacato agitatore di idee, più spettatore che protagonista di fermenti. Il copione è ricco di battute, quasi tutte provenienti dai verbali dell'epoca, e i circa 80 minuti filati scorrono leggerii e terribili (quella, cari signori, è la nostra Italia).
(da "La Stampa" del 21 novembre 2007)

* a Jesi sarà letta dal Procuratore Capo di Torino Gian Carlo Caselli

 

 

 

 

 

 

Sara Ferreri
CASELLI IN CATTEDRA CON GLI STUDENTI

"La nostra Costituzione vuole che si faccia qualcosa, per riscattarsi ed emanciparsi dai tanti lacci e vincoli che di fatto impediscono la libertà, che si faccia qualcosa per il precariato e per il diritto di vivere bene". Esorta così "a vigilare senza restare alla finestra o delegare qualcun altro" i tantissimi studenti jesini accorsi al teatro Moriconi ,il procuratore generale di Torino Gian Carlo Caselli a Jesi per lo spettacolo su Danilo Dolci "E' vietato digiunare in spiaggia".
Un Teatro Moriconi gremito per l'incontro al mattino col magistrato torinese ed alla sera per lo spettacolo sul "profeta della non violenza" processato per aver organizzato lo "sciopero alla rovescia" del 1956. Per protestare contro la disoccupazione, la miseria, l'assenza dello Stato invece di assaltare sedi istituzionali Dolci, sociologo, filosofo, pedagogo, poeta, architetto, organizzò lo sciopero della fame tra chi soffriva per la mancanza di pesce ingiustamente sottratto e poi la risistemazione della vecchia trazzera destinata al "passo pubblico".
Azioni per cui venne processato e condannato nonostante l'arringa difensiva di Piero   Calamandrei, padre costituente, interpretato a Jesi proprio da Castelli, che ha raccotato ai ragazzi anche la sua "decisione non facile" di trasferirsi alla procura di Palermo, proprio dopo l'attentato a Falcone e le stragi di via D'Amelio. Proprio da suo figlio sedicenne Stefano, è venuta la conferma della "necessità di impegnarsi e non lasciare che siano sempre gli altri a farlo per noi". "Ne va del vostro futuro - ha detto Caselli -. La vostra vita dipende in gran parte dalla famiglia di provenienza, dalla scuola, dai maestri, dagli anici, dalla fortuna, ma anche aggiungeteci una variabile importante che è la quantità di diritti di cui siete titolari e che verranno realizzati, perchè quanti maggiori saranno tante più saranno le speranze di vivere meglio ed essere felici". Un secco "no" quello espresso da Caselli ai ragazzi "all'indifferentismo alla politica, intesa come l'interesse verso le cose della polis, della città, della nostra vita".
Due iniziative quelle al Teatro Moriconi, fortemente volute e sostenute dal Centro Studi Calamandrei che da qualche mese indossa la veste inedita del produttore di spettacoli teatrali. Il prossimo ad essere messo in scena sarà "Il processo a Mussolini" di Michael Foot. Le attività del Calamandrei sono destinate per lo più ai giovani "per aiutarli a progettare il futuro imparando a sapere chi sono e da dove vengono".

(da "Il Resto del Carlino" dell' 11 gennaio 2009)

 


 

 

Per una rivoluzione nonviolenta

In un viaggio tra le voci della R/resistenza che ho incontrato personalmente o attraverso lo studio della loro opera non poteva mancare Danilo Dolci (1924-1997), che ho scoperto leggendo Aldo Capitini. A chi non lo conosce o a chi, conoscendolo, desidera rivisitarne il messaggio, suggerisco di partire da uno dei suoi libri meno noti, Non sentite l’odore del fumo, Laterza, Bari 1971, dove con la forza della poesia, rivolgendosi ai giovani, egli fonda la prospettiva di una rivoluzione nonviolenta sulla memoria di Auschwitz:

“Le più grandi risorse / erano la speranza e la dignità. / Chi si rassegna, muore prima. / Non so se i giovani hanno appreso. / Se ci si lascia chiudere, terrorizzare, / se ci si lascia cristallizzare / si diventa una cosa / gli altri ci diventano cose. / Auschwitz è tra noi, è in noi, / non si può star male per una lampada qualsiasi, / non si può star male per un sasso. / Non so se i giovani sanno / in ogni parte del mondo: / non c’è rivoluzione se si trattano gli uomini come sassi, / sapere solo Auschwitz e il Vietnam, intossica, / ai giovani occorre, anche, / l’esperienza creativa di un mondo / nuovo davvero. / Ad Auschwitz ci torno volentieri, / mi dà la misura dei fatti”.

La data chiave nella vita di Dolci è il 1950, quando, ad un passo dal completamento degli studi in architettura, capì che “un architetto avrebbe lavorato soltanto per i ricchi, per chi aveva soldi, e non per chi non aveva né casa né soldi. Occorreva fare un altro lavoro”. (Da un’intervista con Mao Valpiana, “Azione nonviolenta”, a. XXXII, n. 10, ottobre 1995, p. 2. Su Dolci vedi: G. Barone, La forza della nonviolenza. Bibliografia e profilo biografico di Danilo Dolci, Napoli, Libreria Dante & Descartes, 2000 e A. Capitini – D. Dolci, Lettere 1952-1968, a cura di G. Barone e S. Mazzi, Roma, Carocci, 2008).

In seguito all’esperienza nella comunità di Nomadelfia, fondata da don Zeno Saltini e sorta nell’ex-campo di concentramento nazifascista di Fossoli (Modena), matura la decisione di trasferirsi a Trappeto, in Sicilia, dove era già stato col padre capostazione per un breve periodo tra il 1940 e il 1941, dando vita a una delle esperienze più significative per il riscatto civile e sociale del Mezzogiorno, occupando un posto in prima linea nella lotta alla mafia, impegnandosi in prima persona in tragedie immani come il terremoto in Belice. Con una scelta radicale di vita “questo uomo settentrionale” si fa “un meridionale tra i meridionali, un siciliano tra i siciliani” (Antonio Renda).

Colpisce la varietà e la creatività delle forme di lotta e d’impegni che caratterizza l’esperienza etica e politica di Dolci in Sicilia. Aldo Capitini ha definito il suo metodo di lavoro “un approfondimento della terza via”. Nel senso che il nuovo metodo non va confuso né con l’opera del benefattore né con l’impegno dell’agitatore sindacale. Si tratta, invece, di una nuova forma di opposizione sociale che da un lato s’ispira al “valore del metodo della purezza e dell’’esattezza’”, dall’altro prefigura “un nuovo e incisivo modo di vivere la religione e la politica”.

Ci troviamo di fronte a una singolare e straordinaria applicazione della nonviolenza come reazione istintiva e naturale a una realtà tragicamente segnata dalla violenza della povertà e della mafia. L’incontro con Aldo Capitini è successivo e conseguente al primo impegno di Dolci e lo stesso Dolci ha riconosciuto che nel 1950 non aveva ancora letto nessun libro di nonviolenza e che solo in seguito si è avvicinato a Gandhi.

Tra le sue numerose azioni nonviolente ricordo il digiuno individuale e collettivo (il primo digiuno fu da lui compiuto nel letto di un bambino morto per fame); il sostegno all’obiezione di coscienza (ma Dolci preferisce parlare di “azione di coscienza” perché non basta dire no ma occorre produrre alternative); la costituzione del Centro Studi e Iniziative per la Prima Occupazione, creato con i soldi del Premio Lenin per la Pace (1958); lo sciopero alla rovescia: alcuni disoccupati guidati da Dolci, che nel corso della sua vita ha subito ventisei processi, furono paradossalmente processati per avere sistemato una strada comunale abbandonata dall’incuria dell’amministrazione (Processo all’articolo 4, Bari, 1956); il lavoro di autoanalisi popolare e il metodo maieutico, vale a dire la pratica di centinaia e centinaia di riunioni con pescatori, contadini, bambini. Proprio da una di questa riunioni nacque il progetto di una diga sul fiume Jato, quando il contadino Zu Natale Russo, che non aveva mai visto una diga, ebbe l’intuizione di costruire un grande “bacile” per dare l’acqua a tutta la zona intorno a Partinico anche nei sei mesi dell’anno quando la terra era arida per la mancanza di pioggia.

La prima caratteristica del metodo di Dolci è che l’impegno nonviolento si fonda sulla conoscenza della realtà attraverso gli strumenti dell’inchiesta. Per intendere il nesso tra ricerca sociale e azione politica, si leggano questi versi da Il dio delle zecche (Milano, 1976): “Non confondere eventi e speranze: / annota come in laboratorio / annota quanto è inceppato, o rotto / annota quanto non sai / annota quanto non intendi / annota quanto non vedi / annota per vedere”.

La seconda caratteristica fondamentale del metodo è la capacità da parte del gruppo nonviolento di suscitare e coinvolgere l’opinione pubblica nazionale e internazionale, in cui Dolci in Italia è stato forse insuperabile. Alle sue battaglie sociali aderirono, tra gli altri, intellettuali come Bobbio, Moravia, Galtung, Fromm, Russell, Sartre.

La terza caratteristica del metodo è che esso si richiama a un insieme di concetti e valori politici. Il posto di Dolci nella storia delle idee politiche si situa nel grande alveo del pacifismo e della nonviolenza. Quanto alla pace, mi limito a richiamare il ritratto dell’uomo di pace che in II dio delle zecche viene presentato come colui che “vede da dentro / dai diversi dentro / screpolando le croste soffocanti”.

Quanto alla nonviolenza, occorre porre in grande rilievo che essa è sempre strettamente connessa alla rivoluzione. “La nuova intuizione morale identifica ingiustizia e violenza: l’impedire direttamente o indirettamente lo sviluppo delle persone, dei gruppi, delle collettività. In quanto il mondo per gran parte è inaccettabile, la nuova morale, necessaria agli uomini, se vogliono sopravvivere, identifica la giustizia col cambiamento sociale, e, dove l’ingiustizia è più grave, con la rivoluzione nonviolenta” (D. Dolci, Per una rivoluzione nonviolenta, in Id., Non sentite d’odore del fumo, cit., pp. 95-96).

Il tema della rivoluzione è uno dei motivi più felici del Dolci poeta. Per esempio, nella raccolta Se gli occhi fioriscono (Bologna, 1997) s’incontra una esemplare raffigurazione delle rivoluzioni storiche segnate dalla violenza e per analogia dell’auspicata rivoluzione nonviolenta: “Chi si spaventa quando sente dire / rivoluzione, / forse non ha capito. / Non è una sassata a una testa di sbirro, / sputare sul poveraccio / che indossa una divisa non sapendo / come mangiare; / non è incendiare il municipio / o le carte al catasto/ per andare stupidi in galera / rinforzando il nemico di pretesti. / Il dominio è potere malato / cresci soltanto quando ti maturi / corresponsabile: / la gente non è suolo ma semente. / Quando senza mirare ti agiti / la rivoluzione viene a mancare; / se raggiungi potere e la natura / dei rapporti rimane come prima, / viene tradita. / È conquistata ad ogni istante quando / creature si organizzano / estinguendo ogni zecca”.

Detto in breve, la rivoluzione vagheggiata da Dolci (“la rivoluzione contro il Dio delle zecche e i suoi accoliti”) mira a eliminare definitivamente i mezzi –violenza, guerra, terrorismo, pena di morte – con i quali è stata edificata (finora) la storia umana. La rivoluzione nonviolenta è una rivoluzione permanente che impegna ciascuno in prima persona: “Rivoluzione è curare il curabile / profondamente e presto / è rendere ciascuno responsabile” (Poema umano, Torino 1974). Allo stesso tempo non può non essere fatta che insieme agli altri, adottando quel metodo dell’autoanalisi popolare così magistralmente descritto in Il limone lunare. Poema per la radio dei poveri cristi (1970): “Una riunione di consiglio è buona / se ciascuno chiarisce fino al fondo / la propria convinzione / verificando alla luce degli altri: / non un braccio di ferro ma lo scontro / e l’incontro di singole esperienze. / È buona quando è sobria: / si dice solo quanto è necessario. / Una riunione è buona se alla fine / uno non è più lui / ed è più lui di prima”.

La rivoluzione nonviolenta si precisa in Dolci in una teoria della comunicazione, intesa non come un processo di trasmissione delle conoscenze da chi sa a chi non sa bensì fondata sulla maieutica reciproca. Il presupposto iniziale è la critica della comunicazione di massa, nonché la chiarificazione di confusioni interessate come quella tra potere e dominio (“il dominio è potere malato”).

Il nucleo della pedagogia di Dolci mi sembra racchiuso in questo brano: “Seminare domande in ognuno matura e germina risposte: voce e nuovo potere”. Si tratta di una salutare pedagogia del dubbio che tuttavia non si risolve in una generica ripresa del socratico “Conosci te stesso” (Bozza di manifesto. Dal trasmettere al comunicare, Edizioni Sonda, Torino 1988, 1989). C’è stato chi ha visto nelle conversazioni con i contadini di Spine Sante e con i ragazzi del Borgo “in atto il superamento della metodologia socratica” (Giuseppe Casarrubea). In che senso? Trovo la risposta in questa frase di Gianni Rodari: “Non è [Dolci] il Socrate che aspetta i discepoli sul traguardo del concetto, ma il ricercatore che avanza con i compagni, crescendo con loro, educandosi con loro”.

Pur corrispondendo a grandi linee a fasi diverse dell’itinerario di Dolci, la meridionalità, l’impegno sociale, la riflessione politica, la creazione poetica, la ricerca pedagogica sono facce interconnesse dell’ideale di un nuovo umanesimo: “riuscire a formare una società essenzialmente maieutica” (la formula si trova in Chissà se i pesci piangono, Torino 1973) e di un medesimo atteggiamento mentale che chiamerei quello dell’utopista concreto. Come Capitini, Gandhi, Galtung, Dolci appartiene alla famiglia degli “idealisti pratici”: sforzandoci di applicarne i metodi, rinnoviamo noi stessi e le nostre istituzioni.

Il pensiero e l’azione di Dolci s’ispirano “all’urgenza utopica di una città terrestre in ricerca creativa del suo fine in contrapposizione alla frammentata e velenosa città delle zecche” (così si esprime nella prefazione a Il dio delle zecche). Dolci sa perfettamente che l’utopia può diventare pericolosa quando astrattamente si trasforma nella pretesa di “imporre presunte perfezioni”. Un’utopia è buona solo se la si può tradurre in un progetto, solo se, nonostante l’apparente contraddizione, è “utopia concreta”.

Pietro Polito

(dalla newsletter di venerdì 4 marzo 2016 del Centro Studi Sereno Regis di Torino)