Home Eventi Teatro & Cinema 2019 Alla fine della nuvola

 

 

 

 


 

una produzione
Centro Studi Piero Calamandrei

ALLA FINE DELLA NUVOLA

di Federica Biondi

con Angelo D'Orsi
don Giuliano Fiorentini, Gianfranco Frelli.
Francesca Tilio, Riccardo Giulianelli e John C. Eboh

soggetto di Gian Franco Berti 
musiche di Lucio Matricardi

 

https://vimeo.com/328369774

 

 

 

* * *

Le parole di Piero Calamandrei mi hanno fatto stringere i pugni, l’energia di Gian Franco Berti mi ha trascinata nella corrente, i valzer di Lucio Matricardi (musiche originali) mi hanno fatto danzare, le interpretazioni di questi “miei” attori in prestito dalle migliori scuole di teatro jesine mi hanno regalato brividi di gioia, come hanno fatto l’amicizia, la collaborazione estesa, l’impagabile generosità di chi ha lavorato con me a questo progetto importantissimo. Grazie a tutti. E che i desideri del Centro Studi Piero Calamandrei si realizzino e le scuole lo accolgano come merita.
Federica Biondi

*  *  *

Ecco qui il trailer di “Alla fine di una nuvola”, il cortometraggio che abbiamo realizzato per il Centro Studi Piero Calamandrei, illuminato produttore di quest’opera che chiamerà interlocutori dalle scuole.
Orgogliosi di aver ricevuto questo compito: parlare alle nuove generazioni con una delle voci più limpide e potenti che il mostro paese abbia mai udito.
Ringraziamo Gian Franco Berti per aver voluto con tutto se stesso questo piccolo film e ringraziamo il prof. Angelo D’Orsi e tutti coloro che hanno partecipato con generosità illuminata e quella passione, visibile e feconda, che questo progetto ha meritato.
Questo è anche il prodotto di una bellissima collaborazione con le scuole di teatro di Jesi e dintorni e dei loro splendidi allievi, con il Comune di Jesi, sempre attento a queste iniziative e con il liceo Classico Vittorio Emanuele II e la preziosa dirigente.

https://vimeo.com/328369774

# Calamandrei  # Shortfilm

*  *  *

Quello che colpisce in questa produzione cinematografica è sicuramente l’audacia, una sintesi filmica originale e coraggiosa. Un progetto contemporaneo ma dalla narrazione tecnicamente sperimentata; si intravedono diverse tendenze, che richiamano importanti riferimenti, come Diritti e Mereu tra tutti. Federica Biondi traduce in un nitido dichiarato visivo il contenuto importante che le si presenta d’avanti, offrendo a sua volta spunti di studio e riflessione: «Le parole di Piero Calamandrei mi hanno fatto stringere i pugni, l’energia di Gian Franco Berti mi ha trascinata nella corrente, i valzer di Lucio Matricardi (musiche originali) mi hanno fatto danzare, le interpretazioni di questi “miei” attori in prestito dalle migliori scuole di teatro jesine mi hanno regalato brividi di gioia, come hanno fatto l’amicizia, la collaborazione estesa, l’impagabile generosità di chi ha lavorato con me a questo progetto importantissimo».
Federico Pace

 

 


 

Libertà e democrazia.
L’utopia dell’arcobaleno

Vittorio Mencucci 
21/06/2019, 11:5

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 24 del 29/06/2019

L’arcobaleno è là, alla fine della nuvola verso cui dobbiamo sempre camminare, pur sapendo che quando arriveremo là, alla fine della nuvola dove si credeva che fosse, l’arcobaleno sarà ancora più in là e noi continueremo a inseguirlo senza fermarci. Questo pensiero di Piero Calamandrei, ancora attuale nella nostra situazione nonostante i settant’anni, deve stimolare i giovani a pensare, ossia a porre problemi, a suscitare dubbi di fronte all’opacità del presente. Il cortometraggio che da qui prende l’ispirazione, prodotto dal Centro Piero Calamandrei e intitolato Alla fine della nuvola, parte da una stridente contraddizione: una signora rimane scossa per aver incontrato un giovane straniero con un braccialetto giallo dove era scritto un numero che per lo Stato italiano sostituisce il suo nome. I giovani conoscono bene la complessa situazione connessa a questo piccolo segno di naufragi, di porti chiusi, di frontiere impenetrabili, di abbandono agli interessi della mafia e dei caporali. Un prete, dopo aver ascoltato l’angosciata confessione della donna, fa la sua predica consueta, ma non per questo meno dirompente, legge il brano di Matteo che anticipa il giudizio di Dio sulla storia umana: avevo fame e mi avete dato da mangiare… ma c’è anche: avevo fame e non mi avete dato da mangiare, ero pellegrino e non mi avete accolto… tutti conosciamo il seguito. Dopo duemila anni il discorso di Gesù è stato azzerato. Al povero prete non va di celebrare le feste di Natale, sarebbe un’ipocrisia, allora non gli resta che chiudere il portone della chiesa e appendere il cartello “Chiuso per fallimento”. La scena si ispira all’episodio reale della parrocchia di S. Torpedo in Genova. Per quanto si possa discutere sui limiti e sulla modalità dell’accoglienza, la situazione, di cui siamo spettatori responsabili, esprime una inaccettabile contraddizione. Poi la scena si sposta in un’aula scolastica dove gli studenti svolgono una ricerca e recitano brani di Piero Calamandrei sulla libertà, sulla democrazia e sulla Costituzione.

Dopo altri spunti che sollecitano una presa di coscienza di fronte all’attuale situazione e il coraggio di una responsabilità, il cortometraggio termina in tribunale dove Angelo d’Orsi con la toga di avvocato difende il prete accusato di “umanità” con le parole che Piero Calamandrei ha usato per difendere Danilo Dolci nel processo in cui era imputato di aver violato le leggi per aver costruito con i disoccupati di Partinico una strada gratuitamente come provocazione del diritto al lavoro sancito dai principi della nostra Costituzione. Contro le leggi di un qualsiasi Creonte (ancora non è finita la storia dei suoi imitatori) c’è la legge inscritta nella coscienza umana testimoniata da Antigone: i giovani devono sentire questo grido di giustizia e alzare il dito dal telefonino. La nostra Costituzione che nasce dalla sofferenza di chi ha vissuto la guerra e ha continuato a combattere con la Resistenza esprime in maniera alta questo ideale. Torna qui il caso don Milani nel processo per la lettera ai cappellani militari: «Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è obbedirla. Posso solo dire loro che devono tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste devono battersi perché siano cambiate».

Il cortometraggio è gia entrato in varie scuole e ha suscitato vivaci dibattiti tra gli alunni che, contrariamente a ogni pessimistica aspettativa, hanno mostrato interesse e persino passione. Chi intende utilizzarlo può rivolgersi al Centro Studi Piero Calamandrei - Via Mazzini 14 - 60035 Jesi (An), www.centropierocalamandrei. it e al suo presidente, Gian Franco Berti, cell. 3356328407, e-mail Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Vittorio Mencucci è prete della diocesi di Senigallia, parroco di S. Giovanni Battista di Scapezzano (An), teologo di frontiera


 

 

da "Voce della Vallesina" di Domenica 16 giugno 2019


Centro Calamandrei
L’arcobaleno oltre la nebbia

Alla fine della nuvola è il titolo del cortometraggio (14 minuti) prodotto dal Centro Studi Calamandrei di Jesi. (http//www.centropierocalamandrei.it/) per la regia di Federica Biondi che evoca, già dal titolo, una delle metafore di Piero Calamandrei, tra i nostri padri costituenti, autore delle epigrafi “per il Camerata Kesserling”, che si conclude con il famoso “Ora e sempre resistenza”. E proprio una forma di resistenza vuole essere quella portata avanti con tenacia dal Centro Studi jesino. Attraverso l’organizzazione di eventi culturali e pubblicazioni. Resistenza contro l’imbarbarimento dei costumi a cui assistiamo giorno dopo giorno, contro l’indifferenza di chi lascia morire centinaia di esseri umani nei nostri mari negando anche il, più elementare dei diritti: quello alla sopravvivenza; resistenza contro chi ci vuole convincere che le nuove generazioni non siano in grado di vivere guidate da ideali e di apprendere dalla storia di questo Paese. E anche questo film si configura come un’operazione culturale volta alla conoscenza e alla difesa dei valori della Costituzione. “Alla fine della nuvola” comincia con un parroco interpretato da un vero sacerdote (Don Giuliano, Fiorentini) che, parlando ai fedeli, accusa quegli italiani che, pur professandosi cristiani, accettano che i diritti umani vengano calpestati e che i nomi degli immigrati siano ridotti a “numeri sum braccialetti gialli”; perciò chiude la Chiesa “per fallimento” in occasione del Natale (quando le Chiese sono affollate).
E’ evidente il richiamo al gesto di Don Paolo Farinella, parroco genovese della Chiesa di San Torpete che compì, lo stesso, gesto prima dello scorso Natale per schierarsi concretamente contro “l’osceno decreto (in)sicurezza di Salvini , ritenendo che esso contenesse delle “atrocità incostituzionali” che nascondono delle “derive umanitarie” inaccettabili. Nelle scene successive vediamo giovani studenti e studentesse che, spronati dal docente, si avviano alla scoperta del Calamandrei sue parole, le sue idee e le sue azioni concrete, restandone incantati e affascinati. Si tratta di passaggi emozionanti, in cui i, pensieri del giurista, interpretati ottimamente dallo storico Angelo D’Orsi, si intrecciano con quelli delle giovani generazioni, che sembrano “prendere coscienza della loro storia.
La scena conclusiva si svolge in un’aula del Tribunale in cui Calamandrei difende quel sacerdote accusato di “troppa umanità” con le parole usate, il 30 marzo1956 dinanzi al Tribunale penale di Palermo in occasione della difesa di Danilo Dolci arrestato per aver organizzato un’azione di protesta consistito nel famoso “sciopero alla rovescia”, coinvolgendo disoccupati per rimetter in sesto una vecchia strada comunale abbandonata nella zona di Trappeto (Palermo). Dolci fu accusato di oltraggio a pubblico ufficiale, istigazione a disobbedire alle leggi ed invasione di terreni. Durante quel processo, moltissimi, intellettuali si schierarono come testimoni della difesa (da Carlo Levi a Elio Vittorini, da Sartre a Bobbio) e la straordinaria arringa di Calamandrei nell’incipit fa riferimento al giovani: “le parole dei giovani sono parole di speranza, preannunziatrici dell’avvenire
: e questo è un processo che preannuncia l’avvenire” e nella conclusioni si rivolge direttamente ai giudici con un incitamento ed una richiesta di aiuto ai “signori Giudici”, che dovranno, con la sentenza difendere i vivi ed i morti “che si sono sacrificati” per “difendere questa Costituzione che vuol dare a tutti i cittadini del nostro Paese pari giustizia e pari dignità. Allo stesso modo il Centro Studi Calamandrei, dopo oltre sessant’anni, si rivolge alle giovani generazioni e ai loro insegnanti affidando loro un messaggio sul quale riflettere e dal quale avviare discussioni: la Costituzione, l’accoglienza, le migrazioni, l’Europa.
Francesca Chiarotto

da "il Manifesto" del 5 giugno 2019

 


 


da "Avvenire" di giovedì 9 maggio 2019

 

 


“L’UTOPIA CONSOLANTE”

“Spiegone” che in realtà è un ringraziamento al Centro Studi Piero Calamandrei di Jesi.

Sono una interlocutrice privilegiata dell’indignazione e della passione civile  che hanno animato Gian Franco Berti nel progetto del film da far circolare nelle scuole, ispirato all’utopia consolante dell’arcobaleno di Piero Calamandrei ed ho potuto anche visionare il prodotto in anteprima.
Ho suggerito uno “spiegone” di accompagnamento per chi non avesse chiare tutte le connessioni ed i contesti ed eccomi qua mobilitata, rendendo onore al Centro Studi per la splendida iniziativa di resistenza civile, mirata soprattutto ai giovanissimi, quelli che Calamandrei sollecitava a non sottrarsi all’impegno di cittadinanza.
I giovanissimi sanno bene cosa succede oggi, gli affogati nel Mediterraneo, i porti chiusi ai profughi, i rifugiati degradati a clandestini, e non hanno difficoltà a capire il gesto provocatorio del parroco di Genova che chiude la chiesa per Natale, quando sembra che “pietà l’è morta”.
E gli studenti  hanno probabilmente sentito recitare o letto in rete il discorso di Calamandrei sulla Costituzione, nata sulle montagne dove combattevano i partigiani, o l’epigrafe ad ignominia contro Kesselring  che si chiude con il motto “Ora e sempre Resistenza”.
Forse meno nota la vicenda di Danilo Dolci, che negli anni cinquanta si batteva per il lavoro e contro le mafie in Sicilia, ispirandosi ai metodi non violenti di Gandhi e dovette affrontare nel 1956 un processo per aver violato norme di sicurezza ereditate dal fascismo: Danilo e altri volontari, assieme ai disoccupati di Partinico, si misero a costruire una strada, una “trazzera”, improvvisando uno sciopero alla rovescia per dimostrare che il diritto al lavoro, previsto all’articolo 4 della Carta del 1948, poteva essere attuato. Calamandrei fu tra gli avvocati difensori e pronunciò una celebre arringa, invocando di fronte ai giudici le leggi di Antigone, ormai iscritte nella Costituzione italiana.
Il messaggio sotteso al film è che ognuno di noi può disobbedire alle leggi ingiuste, abusivamente adottate, nel nome di una superiore giustizia, sancita dai principi fondamentali della prima parte della nostra Costituzione.
In realtà le immagini e le parole del film non hanno bisogno di tante spiegazioni: parlano al nostro cuore, ai nostri sentimenti di giustizia, di solidarietà, di rispetto degli altri, al nostro amore per la libertà.
La libertà è come l’aria, diceva Calamandrei:
“ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent'anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai.E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica”.

Silvia Calamandrei
25 aprile 2019



 

LA PAGINA DEI BLOG di MicroMega


ANGELO D'ORSI - Per fare cultura servono soldi, ma prima di tutto coraggio. L’esempio del Calamandrei di Jesi


Non sempre è lecito abbinare all’espressione “Piccola città” il seguito della famosa canzone di Francesco Guccini (“bastardo posto”), fortunatamente. Un esempio è Jesi, nel cuore delle Marche: “piccola città”, sì, ma ricca di storia (il nome fondamentale da citare è l’imperatore Federico II, che vi trovò i natali). Oggi, in mezzo ai suoi colli, panorama dolcissimo dove si produce uno dei vini piùpregiati d’Italia, il Verdicchio, Jesi, con poco più di 40 mila abitanti, mostra il suo bel centro storico, con palazzi di pregio, dove si può godere di un po’ d’arte (la Pinacoteca cittadina ha una magnifica raccolta di tele di Lorenzo Lotto), e di cultura (la Biblioteca Pianettiana, nel bel Palazzo della Signoria, che reca la firma di Francesco di Giorgio Martini), compresa la cultura musicale, a partire da una tradizione che è segnata dalla nascita, a Jesi, di Giovanni Battista Pergolesi, e poco più in là, a Maiolati, di Gaspare Spontini, e quella teatrale, con il bel teatro dedicato appunto al Pergolesi, ma anche quello più piccolo e raccolto intitolato a una grande attrice jesina, Valeria Moriconi. Certo, con una economia che tutto sommato stenta, e non essendo sede universitaria, questo piccolo centro, come tutti i centri di analoga dimensione, non può avere una vita culturale intensa. Le amministrazioni locali si arrabattano come possono in un’aura che rimane inesorabilmente quella di un provincialismo un po’ chiuso, in una penuria che non è solo di fondi, ma spesso anche di idee.

Nei centri sedi di atenei, è più facile che si creino dei brains trusts in grado di partorire idee, organizzare gruppi di lavoro (per ricerca, discussione, divulgazione…), avviare imprese culturali, di varia dimensione. Negli altri centri, a prescindere dalle loro dimensioni, ciò viene normalmente demandato agli assessorati, che cercano fondi all’esterno, con varia fortuna, di solito scarsa. Anche a Jesi si fa così, o si è fatto così; ma nella cerchia muraria jesina, all’interno di questo gioiello urbanistico collocato nel cuore di quel gioiello paesaggistico e storico e…, ebbene sì, “enogastronomico”, che sono le Marche, esistono individui in grado di svolgere un ruolo di volano culturale e civile. Individui che aggregano altri individui, mostrando così quella che Aldo Capitini chiamava “la forza dei piccoli gruppi”: anche un privato che procede da sé, cercando, con infinita pazienza, di coinvolgere tutti i soggetti possibili nelle sue imprese. Jesi fornisce un esemplare prezioso di “piccolo gruppo” capace di animare una intera città, connettendo generazioni, svolgendo un ruolo di traino anche verso le pubbliche amministrazioni, e di pungolo verso le banche e altri enti economici, affinché investano qualche spicciolo in cultura.

Alludo al Centro Piero Calamandrei – non l’unico nella Penisola intitolato a uno tra i più vadei nostri Padri Costituenti, ma certamente il più vivace e attivo – che ha innanzi tutto un uomo, un singolo, nel suo backstage, un autentico liberale, e jesino doc, che ancor prima di ritirarsi dalla Torino dove lavorava per la grande industria, ha incominciato a dedicare il suo tempo, le sue energie e anche le sue risorse finanziarie alla cultura. Gianfranco Berti – è lui l’infaticabile deus ex machina del Calamandrei – incarna, fatte le debite proporzioni, una figura a metà fra Riccardo Gualino, il grande mecenate degli anni Venti, a Torino, e Giulio Einaudi, l’editore di cultura per antonomasia nel Novecento italiano. Ho menzionato non a caso due figure torinesi, ossia provenienti da quell’humus di straordinaria effervescenza culturale, che Berti ha respirato lungo gli anni prima di ritornare al “paesello”: due figure che seppero, diversamente, inventare e produrre cultura, circondandosi di uomini e donne di valore, assai spesso di valore assai superiore al loro stesso.

Perché questo è il segreto dell’imprenditore di cultura: saper selezionare, scegliere, e animare i suoi autori, scrittori, attori, musici, registi, e via seguitando. Invitati dal Calamandrei a Jesi sono passati don Luigi Ciotti e Paolo Borgna, Fausto Bertinotti e Valentino Parlato, Luciana Castellina e Antonio Martino, Saverio Vertone e Luciano Violante, Bruno Trentin e Cesare Annibaldi, Gina Lagorio e Marisa Fenoglio, Gianni Vattimo e Marco Revelli…  E alcuni grandi vecchi della democrazia italiana, da Alessandro Galante Garrone a Carlo Azeglio Ciampi, da Paolo Grossi a Giorgio Ruffolo…

Berti, anzi il dottor Berti, come lo si si sente appellare quando cammina, a passo sostenuto lungo l’Arco del Magistrato, o seduto al Caffè Imperiale, a sorbire un Garibaldi (succo d’arancia e bitter Campari), in compagnia di qualche interlocutore a cui sta illustrando l’ennesimo parto della sua mente (che i suoi amici “Onafifetti”, gruppo musical-teatrale, irridono, venendo a loro volta canzonati, in un gioco delle parti che è ormai un classico per la comunità jesina), ci si rende conto che per suscitare e organizzare cultura l’elemento indispensabile non è né il denaro, né il famigerato “appoggio politico”, bensì il coraggio, l’inventiva, l’energia e, last but not least, la coerenza dei progetti.

Già, perché quella del Calamandrei jesino, non è una cultura a casaccio, né una cultura dell’apparenza, bensì una cultura innervata di pensiero democratico, largamente inteso, una cultura in grado di suscitare l’interesse dei giovani, almeno dei più curiosi e aperti, e non soltanto la pigra attenzione dei vecchi. Una cultura capace di essere politica, rimanendo estranea ai maneggi dei partiti, una cultura che parla di legalità, ma anche di giustizia sociale, di letteratura progressista ma anche di etica dell’impresa, di cinema impegnato e di teatro civile, cercando soprattutto di catturare le più giovani generazioni. Una cultura che si esprime in molteplici collane editoriali, che spesso regalano agli appassionati autentiche chicche, pubblicando preziosi inediti (si vedano le lettere di Leone Ginzburg a sua moglie Natalia, o i disegni di Franco Antonicelli dal confino nel 1936, per fare due soli esempi). Una cultura che sa farsi addirittura impresaria, e i titoli di spettacoli teatrali, di musica, e di cinema, prodotti dal Calamandrei di Jesi sono ormai numerosi, e posso affermare senza tema di essere smentito, che sicuramente in questo particolare ambito, si tratta di un vero primato, mentre negli altri ambiti, il Centro è in pole position a livello nazionale. E va reso onore a quella che molti ancora oggi considererebbero follia temeraria di Berti e della sua band di “arzilli vecchietti”, come egli li chiama, capaci di dialogare con ragazzi e ragazze, usando, non solo gli strumenti usuali di conferenze e pubblicazioni, ma quelli più efficaci specie per un pubblico giovane del cinema e del teatro. E mi limito, per chiudere, a menzionare gli ultimi due spettacoli prodotti o sponsorizzati dal Calamandrei: il film di Federica Biondi, Alla fine della nuvola, che benché tratto da un episodio di cronaca contemporanea, attinge a testi di Piero Calamandrei, per denunciare l’inumanità del trattamento ai migranti oggi, che preferiamo vedere affogare nel Mediterraneo, piuttosto che sporcare le nostre strade levigate di ipocrisia, e Un Gramsci mai vistopièce teatrale con musiche e canti popolari coevi, ispirato alla mia recente biografia del grande pensatore e rivoluzionario, una bussola necessaria (ahimè, quanto poco usata), per orientarsi nel mondo “grande e terribile”.

Angelo d'Orsi
(23 aprile 2019)

 


 


“ALLA FINE DELLA NUVOLA”
CORTOMETRAGGIO ANTI-FAVOLA
SUL NOSTRO PARLARE


Alla fine della nuvola è un cortometraggio di concezione culturalmente rivoluzionaria sul piano del rapporto con il pubblico. Ha la freschezza delle idee nuove. Come si misura la freschezza delle idee? Più che altro è un sentimento che proviamo quando viene da dirsi: “Come ho fatto a non pensarci io?”. La stessa sensazione di scoperta che si prova quando, facendo il pinzimonio con verdure di stagione, viene da pensare: ”Però, com’è che non ho mai pensato quanto può essere buono un pomodoro?” Persino un pomodoro può diventare una sorpresa, se non addirittura un sentimento, che deriva dalla novità del rapporto con il pomodoro, che diventa linguaggio.

Quando si inventa un genere nuovo di espressione è difficile definirlo perché, se è nuovo, non assomiglia a niente che c’era già. Se non si può stabilire che cosa è una certa cosa, si può soltanto dire che cosa non è. Sarebbe affrettato decidere che Alla fine della nuvola sia un cortometraggio, perché non è un documentario; non si può neanche dire che sia un film, parola che subito fa venire in mente una favola dove le ansie del pubblico, risvegliate dalla suspense, vengono anestetizzate dal la trama che punta come un treno alla stazione del lieto fine sul binario del perbenismo. Alla fine della nuvola non è il solito pinzimonio. Stiamo assistendo ad un film che ci trasporta verso una meta insolita rispetto a quella rassicurante dei film, dei romanzi, degli spettacoli di consumo.
Alla fine della nuvola si configura subito come un treno senza capostazione, che stenta a prendere una direzione perché tutte presentano dei dubbi. Dubbi che hanno nome e cognome: gli interessi contrastanti della società. Anche il migrante è un fratello, ma è al tempo tesso un avversario nella dialettica della divisione del lavoro. Come si può parlarne? Si può parlarne senza cambiare il modo di parlare di noi? Con quale linguaggio e con quale vocabolario? Chi mettiamo a guidare il treno delle parole? Verrebbe da dire: mettiamo un prete a fare il macchinista del discorso, la Chiesa è il mediatore dei conflitti che nei secoli ha meglio di tutti messo d’accordo chi saliva sullo stesso treno con l’dea inconfessata di una diversa destinazione.
E invece no. La Chiesa non si presta a diventare un pacificatore bonario, un distributore di eufemismi per coprire la realtà. Il momento di svolta strutturale nella sequenza narrativa del cortometraggio Alla fine della nuvola diventa il momento in cui il prete appone alla porta della chiesa parrocchiale un cartello che annuncia la chiusura del servizio. Come dire: “La Chiesa chiude bottega” o “non è una bottega”. Anche Lutero aveva affisso un cartello sulla porta della chiesa. Come non pensare a Gesù che rovescia i tavolini degli agenti di cambio? Gesti che non si limitano al piano simbolico poiché non si risolvono in una pratica rituale, in una liturgia.
Il prete che chiude bottega, sospendendo l’attività celebrativa della Chiesa, sospende anche il modo convenzionale di raccontare la storia di chi è escluso dalla favola di cui noi spettatori abbiamo bisogno per essere quei personaggi che crediamo di essere. Alla fine della nuvola può essere definito un’anti-favola: anziché farci entrare nella favola, ci fa uscire fuori dalla favola. L’invenzione poetica sta nella presa di posizione politica, che destabilizza l’opera di intrattenimento, il film, in quanto risoluzione di identità di chi vi assiste. Se la nostra identità ha un prezzo, quello del biglietto del botteghino, qual è il prezzo della nostra identità di spettatori della politica? E quale il prodotto?
C’è un detto popolare, per sintetizzare in modo icastico il distacco tra il dire e il fare della politica: “Da che pulpito viene la predica!” Il prete che scende materialmente dal pulpito modifica la sintassi filmica del racconto cinematografico inteso come predicazione. Il prete diventando personaggio si spoglia della propria parola liturgica. E’ la Chiesa stessa che si chiede come diventare società attraverso la parola. Non lo sapeva già? Un conto è affermarlo “a parole”, dichiarando ex cattedra, appunto, che il logos si è fatto carne; altra cosa è diventare carne fuori dalla sacralità della predica: discorso che viaggia in un’unica direzione.
Alla fine della nuvola è una viaggio della parola e nella parola. Non a caso il suo punto di partenza ideale è il sagrato della chiesa dove inizia il dialogo in tutte le direzioni, diventando un film sul nostro parlare. L’eroe di questo film è giusto che sia chi non sa parlare. Almeno, chi non sa parlare il linguaggio che serve a coprire la sua condizione di non parlante: l’escluso dalla comunità delle convenzioni linguistiche, dai modi di chiamare la condizione materiale di chi non può neanche ascoltare, che non può dire che non è d’accordo sulle nostre definizioni della sua posizione nel mondo. Non c’è modo migliore di misurare se la parola si fa carne.
Oggi la cultura è contagiata da una malattia infettiva che è il pensiero politicamente corretto, che in Italia viene anche chiamato buonismo. Qualsiasi prodotto culturale è strumentalizzazione politica, a partire da un concerto, da una mostra, da una sagra di paese, dalle forme meno sospette. La prerogativa della propaganda politica è nel fatto di essere linguaggio tautologico. La verità delle affermazioni è nel vocabolario. La tautologia è il marchio di autorevolezza di qualsiasi tipo di predica che cade dall’alto. Dato che alla televisione non possiamo rispondere, è evidente che gli enunciati della televisione nei confronti dell’audience sono come i discorsi dei padroni dei cani ai giardinetti.
In Italia è uscita da non molto la traduzione di un libro del linguista americano Noam Chomsky sull’importanza che la scuola recuperi una funzione critica: cioè non trasmetta soltanto dei dati, ma sia una palestra dove di impara a pensare con la propria testa. La prima condizione è che insegni ai giovani a riappropriarsi del linguaggio con un costante esercizio della parola, cioè del discorso che Socrate chiamava maieutica: il mestiere della levatrice. Il filosofo fa nascere la verità dal dialogo, che è sempre un mettere in dubbio il significato che l’altro attribuisce alle parole.
La verità è una forma aperta di significato. Insegnare è insegnare a parlare. Imparare a parlare è prima di tutto sapere ascoltare. Il filosofo greco Talete di Mileto lo diceva in modo simpatico: “Gli dei ci diedero una bocca sola e due orecchie perché noi parlassimo la metà e ascoltassimo il doppio”. Il senso delle parole che diciamo è anche quello che il nostro interlocutore attribuisce al nostro vocabolario e alla posizione in cui poniamo noi e lui dentro il discorso che gli stiamo facendo. Parlare di qualcuno che non sa parlare la nostra lingua, e quindi non può rispondere, è la sfida difficile che La fine della nuvola ha affrontato con grande delicatezza poetica. A questo punto mi pare persino superfluo aggiungere che Alla fine della nuvola non è un film buonista.


Questi i credits:

Titolo: Alla fine della nuvola; Paese: Italia; Anno: 2019; Produzione: Centro Studi Piero Calamandrei; Regia Federica Biondi; Genere: cortometraggio; Durata: 14 minuti; Interpreti: Angelo D’Orsi, don Giuliano Fiorentini, Gianfranco Frelli, Francesca Tilio, Riccardo Giulianelli, John C. Eboh; Soggetto: Gian Franco Berti; Musiche: Lucio Matricardi

Ugo Castagnotto
(Pubblicato  il 10/10/2019 da AlgaNews.it)




"Molto forte emotivamente e intellettualmente. Ci sono frame in cui mi sono commossa. C'è ovviamente un chiaro trait d'union tra le varie scene. Trovo tutto molto coerente e di impatto... Testi scritti molto bene e regia altrettanto.È un pugno nello stomaco... Sono parole importanti"
(Elena Battaglia, esperta di PR e teatro, Milano)

*  *  *


"Io ne sono rimasta stupita, c’è poco da aggiungere. Chiunque in Italia è a conoscenza della “situazione migranti”, ma quanti ne sono veramente coscienti? Il cortometraggio e la figura di Calamandrei in sé hanno saputo aprire gli occhi a chi, come me, è venuto in contatto con il progetto. Ad esso hanno preso parte i giovani attori del teatro Cocuje di Gianfranco Frelli e, nonostante la giovane età e la poca esperienza, hanno saputo esserne assolutamente all’altezza, così come tutti coloro che hanno partecipato alle riprese. Ottima sceneggiatura, ottimo cast, ottima organizzazione. Spero che abbia su chi lo vedrà lo stesso impatto che ha avuto su di me"
(Francesca Parola, IV liceo Classico Alfieri, Torino)

*  *  *

" Una perla rarefatta nel buio immanente dei nostri giorni"
(prof. Raffaele Vetri, istituto Podesti di Ancona)

 

*  *  *

"Ho trovato il corto emozionante, diretto e fatto bene. La ringrazio di cuore anche da parte di tanti studenti che si sono trovati forse intimoriti ma erano veramente colpiti. Lo riproporro' a tutte le classi! "
(Prof.ssa Patrizia Taglianini, Liceo Classico Vittorio Emanuele II Jesi)

*  *  *


 

 

 

 

*****

 

 

 


La proiezione del video nel Liceo "Piero Calamandrei" di Napoli
- l'intervento di Silvia Calamandrei -