Home

 

 


 


Alla fine della nuvola
.

Un cortometraggio tra storia, attualità e utopia


di
Federica Biondi
*

 

 

 



John C. Eboh

Ho la fortuna di essere nata a Jesi, piccola città con i grandi difetti della piccola città e con i pregi di cui una piccola città difficilmente gode, perché Jesi si caratterizza per una particolare concentrazione di personalità straordinarie da cui si viene condizionati. Non è solo l’amore per lo sport a modellarle (Roberto Mancini nel calcio, oggi commissario tecnico della nazionale, o le stelle della scherma: Cerioni, Trillini, Vezzali, Di Francisca), ma la sete, ancora più avida in questi angoli di mondo, per la cultura, ardua da alimentare, da concepire e da inserire in qualche espressione forte che scuota dal torpore; sono personalità che agitano un costante fermento. Negli ultimi anni il protagonista indefesso delle più tonanti iniziative culturali è stato Gian Franco Berti. Tornato nelle Marche dopo un lungo periodo a Torino, ha portato con sé un’energia rivoluzionaria propria del suo pensiero e accresciuta nell’arco della vita. Berti è il presidente del Centro Studi Piero Calamandrei, il più attivo in Italia tra quelli dedicati al padre costituente toscano (http://www.centropierocalamandrei.it/).

Fu da lui che venni convocata d’urgenza nel dicembre 2018 al tavolo di un bar a discutere di qualche spinoso fatto di cronaca che lo aveva colpito. Lo avevo conosciuto due anni prima, nei giorni in cui mi accingevo a realizzare il mio primo cortometraggio, me lo presentò Francesca Tilio, l’autrice del libro che mi ispirò la storia e insieme alla quale scrissi la sceneggiatura. Gli presentammo il progetto in fase avanzata per testare l’interesse a un sostegno alla produzione. Il film si intitola Vicini, ha come tema la violenza psicologica che serpeggia invisibile dentro le relazioni interpersonali. Un tema che mi era molto caro e che venne accolto con favore dal Centro Calamandrei che non rinuncia mai all’intervento civile tramite formule letterarie o artistiche. Fu così che il cinema, per la prima volta, entrò nell’orbita del Calamandrei. In quel primo incontro, Berti mi propose un patto: di dare seguito a quell’intesa con un film che sarebbe arrivato su sua proposta, a tempo debito. Dopo una manciata di mesi, nell’urgenza di quel giorno di dicembre, si ufficializzò l’investitura e la richiesta di chiudere quel sospeso. Mi spiegò la sua visione in modo tale che potessi tradurla con un linguaggio cinematografico adatto agli interlocutori che cercava. La sua idea era emozionante, notevole per bellezza e direi persino “stoica” per l’impatto con cui doveva tradursi.

Iniziai così, dopo due settimane dal nostro faccia-a-faccia al bar, la preproduzione di un cortometraggio destinato a una platea studentesca, una sorta di rilettura delle radici della nostra democrazia e della lotta al nazifascismo.

Il presidente del Centro Studi Calamandrei non si prese nemmeno il tempo per cercare i fondi necessari, piuttosto li avrebbe messi di suo, ma occorreva agire prima che fosse tardi, spinto da un presentimento, o meglio il suggerimento di una storia che aveva già vissuto, per prevenire quella che gli parve una ricaduta, un malanno cronico. Venne gennaio, ci rivedemmo, concordammo la data di consegna: aprile; scrisse un soggetto e me lo consegnò, io lo sviluppai in sceneggiatura per un film che non superasse i 15 minuti.
Scrive Berti:
Ho pensato e costruito questo prodotto per le ragioni che ho reso pubbliche quando sono andato a piangere per ottenere sostegno economico, da amici, parenti, estimatori, a posteriori, a decisioni prese, a cose oramai fatte. Non so come la vediate voi, ma secondo me c’è urgenza di intervenire prima che sia troppo tardi, di tentare di


alcuni momenti durante le riprese

 

 


Angelo D'Orsi

perseguire gli ideali «verso i quali ci si dirige come verso l’arcobaleno che è là alla fine della nuvola», come diceva Piero Calamandrei. Alla situazione politico-governativa di oggi bisogna opporre resistenza con le idee, con la parola che torni centrale, con lo scuotimento delle coscienze, provandoci con i giovani, i più giovani, gli studenti. Noi del Centro Calamandrei intendiamo farlo con una vera novità di linguaggio attrattivo, di facilità di trasmissione, di snellezza operativa, di efficacia comunicativa, come la produzione di Alla fine della nuvola un cortometraggio cinematografico che deve “parlare” ai giovani, per farli riflettere, per farli discutere su questa malattia italiana di predisposizione al fascismo, questa “autobiografia della Nazione”, come ebbe a definirla Piero Gobetti. Su questo filone di pensiero, risorgimentale si sarebbe detto una volta, dovrebbe innescarsi nelle aule magne di tante scuole, del territorio, ma non solo, di tutta Italia, un proficuo confronto e una riflessione coi ragazzi sui pericoli che corriamo grazie agli incompetenti profeti sgrammaticati della decrescita felice, della democrazia illiberale modello turco, del fastidio verso il pensiero federalista europeo, dell’idiosincrasia nei confronti del diverso… non c’è più tempo da perdere se non vogliamo che non ci sia più niente da riparare. Ora, comincia la parte più faticosa, ma anche l’unica che giustifica il tutto: portare il film nelle aule magne di tutta Italia, proiettare il cortometraggio di quattordici minuti, confrontarsi per altri quarantasei minuti coi ragazzi presenti sui temi e valori “provocati” dal film. Ecco, è tutto qui.

A marzo iniziammo le riprese. Il cast era numeroso. I tempi stretti della preproduzione mi portarono a cercare quante più garanzie possibili e chiamai a raduno attori delle compagnie e delle scuole di teatro di Jesi e dintorni, molto ingegnose, ben organizzate, che vivono di quella passione che rende l’arte senza catene.

Nella storia c’è un parroco, ispirato a Don Farinella di Genova, uno dei personaggi più importanti intorno a cui ruota il film, e piuttosto che convertire un attore, scegliemmo un prete vero che riuscisse a coprire il proprio ruolo recitando comunque una parte, un’esigenza che al prescelto era sembrata alquanto metafisica, ma in quella strada di mezzo Don Giuliano riuscì a trovare una certa comodità dimostrando d’aver individuato un perfetto equilibrio all’interno di quello che per lui era diventato un meta-spazio, la chiesa-set. Esattamente il lavoro al contrario di un vero attore. Punti di partenza opposti – di chi finge di essere qualcuno e di chi finge di non essere sé stesso – per raggiungere lo stesso punto di arrivo: la credibilità di una interpretazione.

Chiesi al Comune la possibilità di girare le prime scene in una delle Chiese più affascinanti di Jesi, San Marco, gioiello di architettura gotica del XIII secolo, luogo sacro aperto anche per visite turistiche su prenotazione; le più giovani monache di clausura aprono il portone ai nuovi sguardi con molto orgoglio. Con Suor Alma, nel primo sopralluogo, provammo anche l’acustica: lei stessa mi concesse un acuto da cantante gospel per provarne l’efficacia.

Coinvolgemmo poi il Liceo Classico “Vittorio Emanuele II” e la preside, che pur nella folta agenda di fine anno scolastico, trovò un modo per lasciarci il suo


don Giuliano Fiorentini

entusiasmo, con aule, corridoi, un pomeriggio e una ventina di studenti, anche loro allievi – piccole stelle da coltivare con grande cura – di una scuola di teatro cittadina, il “Cocuje”, gestita con poetica tenacia dal maestro Gianfranco Frelli che quella cura sa dosare molto bene.

Il progetto ha ricevuto la generosa collaborazione di tanti amici e collaboratori; fra questi Francesca Tilio, non solo scrittrice ma artista poliedrica, a cui chiesi per l’occasione anche di vestire il ruolo della donna che al confessionale provoca lo strazio del parroco. Fu lei a segnalarmi John Eboh, giovane padre nigeriano innamorato dell’Italia e di un’italiana, che si portava dal suo viaggio attraverso il mondo una passione per la recitazione nata sul palco del teatro della sua scuola in Nigeria. Emozionato accettò la mia convocazione ed ebbe modo di apparire, per la prima volta sullo schermo, in un ruolo che, per motivi di pregiudizio sociale, anche lui avrà trovato ambiguo. Sguardo penetrante contro il mare “voragine”, la sua presenza silenziosa mi fece presto pensare che quella scuola di teatro nigeriana ci aveva fornito un talento.

Berti volle poi affrontare un’altra sfida, chiamando sul set uno degli storici più autorevoli che l’Italia possa oggi vantare perché interpretasse proprio il suo eroe, quel Piero Calamandrei che ebbe voce epocale nella difesa di Danilo Dolci nella causa del contro-sciopero siciliano nel 1956, causa che tanto si accostava alla nostra ipotesi di un processo a un parroco che chiude la chiesa come protesta, un atto rivoluzionario e sbalorditivo, pianificato contro i suoi stessi parrocchiani, mai visto, e per questo da tenere a modello. Il professor Angelo d’Orsi, tra i massimi studiosi di Antonio Gramsci, indossa la toga, recita e diffonde, con voce avvolgente e schietta, le utopie del Calamandrei e i suoi sogni, che il film posa poi sulla lingua dei giovani studenti.

Più di un arcobaleno, più di un’utopia, Alla fine della nuvola è stato un impegno che ha mosso tutti al seguito di Berti e di Calamandrei, verso l’obiettivo comune di essere attori di una storia che non può continuare a correre verso una strada già battuta e che sappiamo rovinosa, e per farci sentire, per difendere un’opinione dopo averla costruita con ardore.

Ho imparato molto da questa esperienza e dalle persone che hanno lavorato con me. Ho appreso non solo da ciò che ascoltavo ma qualcosa mi è arrivato dalla pelle. Vibrante. E mi sento grata. Le parole di Piero Calamandrei mi hanno fatto stringere i pugni, l’energia di Gian Franco Berti mi ha trascinata nella corrente, l’intensità vocale di Angelo d’Orsi mi ha trasportato su storici campi di lotta intellettuale, i valzer di Lucio Matricardi, bravissimo compositore delle musiche originali, mi hanno fatto danzare, le interpretazioni di questi “miei” attori in prestito dal teatro mi hanno regalato brividi di gioia e commozione, come hanno fatto l’amicizia, la collaborazione estesa e l’impagabile generosità della troupe. Si è sentita, in ogni giorno di set, l’importanza di questo progetto nato al tavolo di un bar. Che i desideri del Centro Studi Calamandrei si realizzino e le scuole lo accolgano come merita.

 

Titolo: Alla fine della nuvola; Paese: Italia; Anno: 2019; Produzione: Centro Studi Piero Calamandrei; Regia Federica Biondi; Genere: cortometraggio; Durata: 14 minuti; Interpreti: Angelo d’Orsi, don Giuliano Fiorentini, Gianfranco Frelli, Francesca Tilio, Riccardo Giulianelli, John C. Eboh; Soggetto: Gian Franco Berti; Musiche: Lucio Matricardi.

* Regista e sceneggiatrice, @99MillionColors, Jesi.

Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.          historia magistra anno xi, n. 29 2019, lix, issn 2036-4040 issne

 



 

Gentile dottor Berti,

volevo dirle che ho visto e apprezzato il corto.

L'ho trovato ben girato e costruito. Molto classico, e didattico, ma, visto che c'era uno scopo da raggiungere, va bene così.

Fulvia Caprara - critica cinematografica de La Stampa - 31 maggio 2020

 




 

 


(leggi  ancora)