Home Eventi Teatro & Cinema Teatrotello - Festa grande d'Aprile

 



Il Centro Studi Piero Calamandrei

presenta Teatrotello
in
FESTA GRANDE DI APRILE
di Franco Antonicelli
nella riduzione ed adattamento per il palcoscenico di
Silvia Bertolotti e Gian Franco Berti
con Alessio Tesei, Andrea Laudazi, Benedetto Bossi, Bianca Lazaroni,
Chiara Gagliardini,
Enrico Mosconi, Federica Curletta,
Leonardo Paolini, Luca Romagnoli, Luigi Bini,
Mariù Governatori,
Massimiliano Bedetti, Matteo Sbrollini, Michela Morosini,
Milena Gregori, Nicholas De Alcubierre,
Sergio Roscini, Silvia Pasquini
regia di Gianfranco Frelli
*
gli Onafifetti cantano la Resistenza

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Nell'occasione della rappresentazione di "Festa Grande d'Aprile"
nell'atrio del Teatro Pergolesi è stata allestita la mostra 
FRANCO ANTONICELLI
CONFINATO POLITICO AD AGROPOLI 1935 / 36

Il materiale in esposizione è tratto dal fondo Antonicelli del
Centro Studi Piero Calamandrei di Jesi

 

 

 

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DA  PATRIZIA  ANTONICELLI

Sono particolarmente grata al Comune di Jesi ed al Centro Studi Calamandrei per aver scelto di presentare "Festa grande di Aprile".  Non solo mi da grande gioia che un'opera di mio padre continui ad essere viva e utile alle nuove generazioni ma sono convinta che opere come questa sono uno stimolo a ricordare e a capire gli avvenimenti storici e i loro insegnamenti. Oggi più che mai è importante che si ricordino i momenti che hanno segnato la nostra storia in modo drammatico per aiutare i giovani a conoscere e quindi ad evitare il ripetersi, nelle varie forme in cui si possono presentare, i pericoli di forme di fascismo ed altre deviazioni striscianti.
Grazie per questa bellissima idea.
Patrizia Antonicelli

 

 

 

 

La lezione morale e politica della Resistenza:
così nel 1965 Antonicelli spiegò le ragioni della sua pièce sulla Liberazione

 

Franco Antonicelli
FESTA GRANDE D’APRILE

 

Quando scrivevo Festa grande d’aprile io avevo alcuni intenti. […] Pensavo anzitutto che fosse necessario ricordare anche la tragedia del popolo italiano (quella che chiamo “una tragedia perfetta”, perché comincia con un delitto, culmine di una crisi, e finisce con una purificazione). Naturalmente ricordavo a vent’anni di distanza, senza odio e col pudore nei riguardi dei miti, della retorica  dell’orrore, e della retorica del fallimento e della delusione. Perche ricordare? Perche da quel ricordo, ammesso che la conoscenza storica degli avvenimenti sia egualmente diffusa (il che non è affatto, anzi lamentiamo che non sia) scaturisca tutta la possibile lezione, che è insieme morale e politica.
Ho scelto alcuni fatti essenziali e ne ho spremuto la lezione per il presente. Non credo che questi fatti siano stati semplicemente rievocati sotto la guida di un sentimento elegiaco. Il padre che si arrampica sugli specchi per non dire ( o perché non sa dire) se lavarsene le mani, cioè sfuggire alla responsabilità della scelta (è la scena del “gesto di Pilato”), sia degno o indegno dell’uomo, e di conseguenza si riempie la bocca della parola coscienza, della coscienza che non si macchia perché non si espone mai (ed elabora una sua convinta tesi che lo star fuori dal conflitto richieda più coraggio che il prender parte), bene, questo padre è vivo ancora oggi, è l’uomo delle schede bianche, dell’ al di sopra della politica, che conosciamo benissimo. E’ l’oscuro corresponsabile del fascismo che passa vittorioso. I Frondisti (la scena “Piccola Fronda”) verbosi,velleitari, sono la gelatina che conosciamo: non molto più rispettabili dei vili e degl’indifferenti.
Ho scelto la figura di DeBosis per onorare il martire volontario e isolato, la protesta eroica, che non è mai sterile, e tuttavia è condannata alla sconfitta politica. La sua storia, per contrasto, appartiene esemplarmente al motivo che circola in tutto il mio testo: la fede nell’azione comune, nella grande lotta unitaria contro quel nemico che si arriva a riconoscere identico per tutti. Fino a quando l’antifascismo non ha accettato (e non accetterà) la partecipazione della classe operaia alle battaglie decisive, ha perduto ( e perderà). Il timore che l’esercito dei lavoratori si muova e proceda senza più fermarsi è alla base di tutte le inerzie, i compromessi e i pericoli di soluzioni rovinose di ieri e di oggi.
Lo dico in modo soltanto emotivo ed embrionale nella scena di Gramsci, lo ripeto nell’episodio della guerra di Spagna. In “Officina 19” e oltre; persino nella canzone “ La vittoria è nell’unità” che cantano gli operai rivolgendosi al pubblico alla fine del “primo tempo”. Che la grandezza della patria non sia, non debba essere più una grandezza militare, e nemmeno l’onore della bandiera sia semplicemente un onore militare è gridato, perfino con esasperazione, nella scena del ritorno dalla Russia e delle “mele del duce”. Che ciò che divide gli uomini non siano le diversità nazionali e razziali ma quelle ideologiche e morali è detto ovunque: E Anche, che la patri è ciò che non è diviso e non divide. Credo di aver battuto e ribattuto sull’indegnità e sulle insidie sempre latenti dell’antisemitismo (e di ogni razzismo): non mi pare che si tratti di pericoli sventati, di timori fantastici.
Dico anche in Festa grande d’aprile che la verità va cercata da sé e non attesa, come nonn si attende la salvezza da nessuno; e che il soldato non è un burattino, né il cittadino né l’uomo vanno mai dimenticati in lui; e che dopo la liberazione ci sarebbe stato bisogno di un’altra lotta e non sembrava legittima la pretesa degli intellettuali di leggersi in pace Eschilo, lontani dagli impegni degli altri uomini. Una sola guerra è ancora possibile concepire (tollerare), dico nella “Trincea d’Aragona”: la guerra civile. Parola brutta, fatto brutto, di cui vogliamo la scomparsa, per opera nostra. Ma è la sola contesa di cui possiamo darci una dolorosa ragione: la guerra contro ogni forma d’oppressione. Quale democratico non pensa che le vere rivoluzioni non sono una vendetta e non sono, se non sciaguratamente, un puro scatenarsi tempestoso, ma il frutto di un lavoro ordinato e profondo (parlo, nel mio testo, di “lavoro leale”, parlo del dovere dello studio)? Eppure, ammetto che anche la tempesta possa essere necessaria e feconda. E’ questa la più sincera delle mie convinzioni e sentivo il bisogno di parteciparla. […]

 

 

 

 

Giovanni De Luna 
COME IL 14 LUGLIO PER I FRANCESI


Letterato finissimo, Franco Antonicelli fu anche fotografo e grande frequentatore della cultura di massa, tanto da pubblicare (per l’editore Fassinelli) i primi album italiano con le avventure dei personaggi di Walt Disney. Nel dopoguerra la sua collaborazione con la radio e la televisione fu assidua e costante. Tra il 1968 e 1l 1974 (anno della morte) fu senatore della Repubblica, eletto nelle file della Sinistra Indipendente. Pur con qualche rimpianto per una cultura elitaria (al riparo dalla durezza delle leggi di mercato), ma attraversato da mille curiosità intellettuali, non era certo un autore teatrale. Eppure la sua Festa grande d’aprile, messa in scena  per la regia di maurizio Scaparro al Teatro Alfieri di Torino tra il 13 e il 17 gennaio 1965, richiamò una grande folla di spettatori.
Poco tempo prima, sempre allò’Alfieri, si era svolto un ciclo di lezioni sull’antifascismo e sulla Resistenza, voluto dallo stesso Antonicelli. Un’intera generazione conobbe così per la prima volta quel passato fino ad allora cancellato dalla memoria della nostra Repubblica e archiviato come una pagina buia della nostra storia che era meglio dimenticare. Antonicelli portò sulla scena martiri, date, eventi; l’assassinio di Matteotti, l’esilio di Gobetti, il processo a Gramsci, ma anche il volo senza speranza di Lauro De Bosis, il sacrificio di Renzo Giua nella guerra civile spagnola, le leggi razziali del 1938, la guerra in Russia, gli scioperi del marzo del 1943, l’8 settembre, le prime bande, la lotta partigiana, l’insurrezione vittoriosa del 25 aprile 1945. Una catena ininterrotta lungo la quale si snoda il percorso dall’abisso della dittatura alla festa della ritrovata libertà.
La prima parte dello spettacolo si intitolava “Gli anni della cimice” (quelli del ventennio fascista), la seconda “L’età dell’uomo”, e partiva con l’8 settembre 1943: cominciò allora un riscatto morale che fu di un intero paese ma anche soprattutto dei singoli individui. Oggi è proprio la prima parte quella che colpisce di più: gli “anni della cimice” vissuti come una vergogna non tanto per le compromissioni opportunistiche con il regime, ma proprio per il solo fatto di aver attraversato quegli anni nell’ignominia dell’assenza di libertà. “Che cosa può succedere quando un regime pretende che anche tu diventi un’opera sua?” Antonicelli cercò di rispondere a questa domanda, interrogandosi su pilato e sul suo “lavarsene le mani” per poi lasciare una frase che fotografa una diffusa inquietudine del nostro tempo: “Facile è andare d’accordo coi giorni sublimi, difficile venire a patti coi giorni meschini…”.
Festa grande d’aprile fu anche una proposta politica, , quella esplicitata nell’articolo che oggi viene ripubblicato sulla Stampa : il fascismo era stata una tragedia perfetta”, “iniziata con un delitto e terminata con una purificazione”. Ecco, il 25 aprile avrebbe dovuto essere questo: una grande festa catartica, un luogo della memoria in cui ogni anno gli italiani avrebbero potuto specchiarsi in una democrazia ritrovata, senza però dimenticare la vergogna di chi si era lasciato governare per vent’anni rinunciando alla libertà e alla dignità. Una festa per tutti, allegra e popolare come il 14 luglio per i francesi, che un liberale come Antonicelli voleva fosse celebrata nel nome della patria, ricordando che “patria è ciò che non è diviso e non divide”.
(da “La Stampa” del 25 aprile 2010)

 

 

 

Silvia Bertolotti
LA POLIFONIA DEL RICORDO



Festa Grande di Aprile di Franco Antonicelli potrebbe apparire come un’opera a sé stante , un fatto un pò isolato all’interno del vasto panorama dell’attività artistica e letteraria antonicelliana; invece, non è così. La pièce racchiude nel suo senso e nelle sue scelte formali e stilistiche molte delle suggestioni, dei temi, e delle velleità del suo autore. Festa Grande di Aprile condensa nel testo e nella traduzione scenica il concetto di polifonia  e le soluzioni poetico-formali della rapsodia e della ballata. Pubblicata da Einaudi nel 1964 nella Collezione di Teatro diretta da Paolo Grassi e Gerardo Guerrieri, nel medesimo anno ottiene il Premio Tricolore per un testo drammatico sulla Resistenza. L’opera teatrale rievoca le vicende italiane dalle tragiche giornate del delitto Matteotti alla Liberazione. Antonicelli stesso in un articolo del gennaio 1965 pubblicato su «Resistenza» dichiara almeno alcuni degli intenti che lo mossero alla stesura di Festa Grande di Aprile. Attraverso una seguenza di numerosi e rapidi quadri, come una carrellata cinematografica di immagini e fotogrammi, l’autore, che “non è scrittore di teatro e non ha teorie al riguardo” porta sul palcoscenico una “tragedia perfetta”; da un delitto, attraverso l’acme di una crisi morale e di coscienza, si giunge alla catarsi. Antonicelli esorta ad una partecipazione politica attiva e consapevole, pronta anche al moto rivoluzionario, se necessario, senza per questo dover essere guidata da un eccesso di elegia o risentimento; “la verità va cercata da sé e non attesa” – egli scrive- ma soprattutto Antonicelli pensa che sia necessario ricordare. All’ultima scena di Festa Grande di Aprile figure evanescenti di condannati a morte ci chiamano ad una assunzione di responsabilità; “i morti – spiega l’autore- non spariscono nel buio del passato – con quale coscienza storica ricordare? E’ presentata una rievocazione collettiva che, scavando tra le macerie dell’indifferenza o dei conflitti ideologici, muove alla rilettura e all’introspezione. E’ un ricordo che, pur nella gioia della Liberazione finale, vuole essere intriso di rispetto e di riflessione.
La pièce perciò ha una dimensione corale, è una polifonia di testimonianze vissute, in cui alle voci di Giacomo Matteotti, Lauro de Bosis o di Anna Frank si unisce la voce del cittadino qualsiasi, l’individuo di cui nessuno ricorderà il nome. Squarci di storia balenano sulla scena trascinando con sé personaggi provenienti dalle più differenti classi sociali. Una polifonia forte, cercata, e amata dall’autore, che sottolinea la latitudine dei suoi interessi, il suo impegno civile, ma anche la sua irriducibile e straordinaria sensibilità nel porsi in ascolto dell’Uomo. Antonicelli si avvale perciò di una varia pluralità di codici espressivi, una pluralità di registri comunicativi attraverso i quali la sua “lezione di libertà” intende parlare al più vasto pubblico ed avere la più ampia efficacia di diffusione e persuasione. E’ un testo composto di dialoghi, commenti, soliloqui, ricordi, immagini, commiati. Notevole spazio è affidato alle parti cantate, ovvero ai Canti della Resistenza, che rappresentano momenti di intensa pregnanza mitica, popolare e simbolica. Non tutta la materia è poi di invenzione, ma si registrano debiti o echi da altri autori. Ecco che il tono epico della rapsodia, il suo ritmo narrativo e didascalico si mescola e unisce a quello della ballata, per il quale prevalgono gli ossimori tipici della prismatica personalità del nostro intellettuale, critico e scrittore; domina il contrasto apparente tra il singolo e la collettività, tra la ribellione anarchica e il dovere, tra il sogno ideale e il realismo più crudo, ed è difficile perciò non richiamare alla mente la predilezione di Antonicelli per un poeta maudit, controverso e modernissimo quale fu François Villon. Le ambivalenze, le opposizioni, l’incostanza e l’ansia di perfezione saranno il lievito dell’opera antonicelliana. Un’immagine è forse in questo senso più emblematica di altre. E’ il 1935, Franco Antonicelli si trova al confino ad Agropoli, vestito di bianco fissa l’obiettivo del fotografo, l’aria elegante e svagata, forse un po’ beffarda, ma che non tradirà il  ruolo di intellettuale militante e di testimone profondo delle contraddizioni e degli slanci della sua epoca.

 

 

Gian Franco Berti 
DELLA RESISTENZA E DELLA FESTA GRANDE D'APRILE

" Ci deve mettere la faccia" - " Ce la  sto mettendo, mi pare: E' il Centro Calamandrei che organizza tutto e io ne sono il presidente. Più faccia di così?" - "Non basta. Ci deve mettere nome e cognome". Riferisco il colloquio a distanza con la figlia di Franco Antonicelli che sta negli Stati Uniti, meglio, sta in New Mexico con i nativi, perchè è
a Patrizia Antonicelli che penso quando Beatrice Testadiferro mi dice "Ci deve mettere la faccia". Ero andato per raccomandare una bella presentazione dello spettacolo Festa grande d'Aprile del prossimo 25 aprle sulla Liberazione. La 'direttora' la conosco da tempo, da quando dieci anni fa presiedevo alle prime mosse della Fondazione Pergolesi Spontini e lei era l'assessora alla cultura di Maiolati, il socio fondatore. La conosco bene, e so che dietro quella faccetta da santarellina si nasconde un'anima di acciaio temperato. " Ci metta la faccia. Se la scriva lei la Resistenza, la festa d'Aprile. Io le do lo spazio sul giornale".
Eccomi qui a scoprire la mia inadeguatezza, ma anche la voglia di palare di un azzardo, e comunque di un qualcosa che tocca un mio 'maggiore', anzi il mio 'maggiore' per eccellenza: Franco Antonicelli, lo scrittore, il poeta, il fotografo, il disegnatore, il giornalista, l'editore, lo scopritore di talenti, l'organizzatore, il paroliere, l'intellettuale a tutto tondo, pieno di contraddizioni, di dubbi; il liberale che sterza, corregge, arrischia strade nuove; l'uomo che viveva con pari intensità e curiosità gli incontri con i contadini di Agropoli, quando era al confino, come le discussioni con Benedetto Croce, quando era in vacanza a Sordevolo. Il sodale di gente come Parri, come Calamandrei, come Salvemini, come Einaudi; il maestro per Leone Ginzburg, per Norberto Bobbio, per Gianni Agnelli, per Vittorio Foa, per Alessandro Galante Garrone.

Perchè non si può parlare della Resistenza in Piemonte. a Torino, senza parlare di Antonicelli, del presidente del CLN regionale, dell'uomo che il regime fascista incarcerava dieci anni prima delle leggi raziali, che mandava al confino quando ancora i futuri antifascisti doc cercavano favori, compiacendo. E, soprattutto, percche lo spettacolo Festa grande d'Aprile è suo,, di Franco Antonicelli che lo scrisse nei primi anni '60, che prese il 1° premio, che fu pubblicato da Einaudi nel '64 nella collana diretta da Paolo Grasso, mitico sovraintendente della Scala.
Ma io non voglio presentare lo spettacolo, perchè non sono un criico teatrale e anche perchè sono parte in causa; e non voglio parlare della Resistenza e della Liberazione, perchè non sono uno storico. Quindi, non la mia faccia ci metto, ma quella di un po' di personaggi insigni...e vediamo chi trova da ridire.
Aveva detto Ferruccio Parri: "Perchè questa buia parentesi sia chiusa ed espiata, occorre che l'esperimento fascista, percorso tutto l'arco del suo sviluppo secondo la logica del suo impulso e del suo peso, abbia maturato nella coscienza del popolo tutti i suoi frutti amari e salutari, restituendogli ansiosa sete dei beni perduti, ferma volontà di riconquista e ferma volontà di difesa. Secondo Risorgimento di popolo - non più di sole avanguardie - che solo potrà riallacciare il passato all'avvenire ". Ed era solo il 1927! 
Cinquantanni dopo, Italo Calvino scriveva: "Certo, basterebbe un segno di cambiamento di clima e si ridarebbe attualità a quello che il 25 aprile significa: il concorso di forze politiche molto diverse, che ha permesso di dare ad un Paese prostrato e semidistrutto una sua fisionomia morale e civile che gli ha fatto riprendere il suo posto come nazione".
Ritengo conclusivo quanto sosteneva, nel '56, Alessandro Galante Garrone: " Primo: non si può intendrere il movimento di liberazione senza studiare a fondo il fascismo, nelle sue intuizioni, nelle sue lontane scaturigini, nei suoi nessi con l'Italia prefascista, con lo Stato e la società da cui è nato...Secondo: la Reistenza è stata contrassegnata da contrasti di fondo, fra partiti che volevano una rivoluzione e altri che tendevano a una restaurazione legale... Terzo: occorre vedere a fondo quale suia stato il rapporto quantitativo fra Resistenza e maggioranza dell'opinione nazionale...Quarto: accanto alle forze politiche organizzate dai partiti, ci fu, nella Resistenza, l'istintiva adesione, lo slancio morale di uomini sino allora rimasti estranei alla politica e che poi, in gran parte, ancora una volta si ritrassero dalla scena. Fu questo il 'miracolo' che Piero Calamandrei rievocava in alcuni bellissimi discorsi, e che uno storico delle religioni, Raffaele Pettazzoni, considera tra i 'momenti della storia religiosa d'Italia'. Fu l'aspetto profondamente umano della Resistenza italiana, al di la del suo significato politico e militare; e noi lo scorgiamo nelle lettere dei condannati a morte , o nell'epistolario di Dante Livio Bianco".
Ancora Italo Calvino descriveva Franco Antonicelli: "accanto alla figura così rigorosa, risentita, fiera, soprattutto la sua leggerezza, il suo garbo, il suo humor".
Il grande Massimo Mila, il critico per antonomasia della Stampa, commentava: "L'opera di Antonicelli risulterà immensa, a marcio dispetto del luogo comune per cui gli si dava sempre dell'iconcludente. Si diceva 'si, si, tanto bravo, tanto intelligente, ma non conclude'. Si voleva dire che non produceva 'il libro', il librone, quello con cui si vince la cattedra universitaria e poi non si fa più niente per tutto il resto della vita".
Di se, di Festa grande d'Aprile, Franco Antonicelli scriveva: "Non sono scrittore di teatro e non ho teorie al riguardo, nè da applicare, nè da discutere. Perciò nemmeno mi chiedo se Festa grande sia 'tatrale' (e se si tratti, in questo caso, di tetro didascalico o di che altra specie). Forse è, bene o male, soltanto da 'leggere' o da recitare in forma do 'oratorio'. Questo mio testo è un certo discorso, molto semplice del resto, che ho inteso fare, e se è composto di scene, dialoghi,commenti, soliloqui, ricordi e immagini, è perchè i discorsi degli oratori, per l'esperienza che ne ho, sono composti a quel modo".
Esperienza di comizi ne aveva a bizzeffe; lo chiamavano tutti in tutte le parti d'Italia: " Parli come un bulino:incidi !". gli aveva detto una volta Togliatti, che di comizi se ne intendeva, ma soprattutto riconosceva il valore degli avversari.
Mi piace concludere con le frasi di Corrado Stajano: " Sembra un personaggio irreale, Franco Antonicelli. Fu uno che nella vita anteponeva a tutto il dovere morale, l'intransigenza, il rifiuto dei mondi inconciliabili, uno che detestò le ambiguità, i patteggiamenti, i gesuitismi, le doppiezze, gli intrighi, la volgarità. I giovani di oggi, forse, non sanno neppure chi è. E non è facile raccontarlo. Perchè Antonicelli si impegnò, consciamente o inconsciamente, a nobn essere, a non diventare, a non far carriera. Fu un letterato, un politico, un editore, un creatore di cukltura, ma non scrisse il libro di critica o d'invenzione capace di dargli la fama, non ebbe un uolo accademico, non fu un uomo di partito, non fu organico a nulla. E per questo subì il sospetto dei chierici ortodossi che lo incolpavano di essere un dilettante. Ed era invece un uomo libero, un italiano serio e  anomalo che seppe fare tante cose con somma eleganza. Nei momenti focali della vita nazionale tralasciò le sue predilezioni, i libri amati, le belle collezioni, la conversazione con gli amici, il tempo scandito dai ritmi di un fine intellettuale e prese parte. Amntifascista anche per ragione di stile e di dignità, fu al confino, in carcere, nella Resistenza. E dopo la guerra restò - quel che fu sempre - un liberale autentico".
Magari la 'direttora' obietterà che non yho fatto troppo fatica scegliendo la strada del florilegio di citazioni. Ma tengo botta e rispondo a lei e ai lettori con questa frase di Franco Antonicelli scritta per l'introduzione a Festa grande d'Aprile: "Perciò non mi sono curato di inventare là dove mi servivano cose già dette o scritte da altri; mi pareva insostituibili, e nel mio testo risuonano, credo, naturali come un eco".
(da la "Voce della Vallesina" del 4 aprile 2010)

(foto di Adriana Argalia)

 

 

 

 

 

 

La produzione jesina del Centro Studi Calamandrei per la regia di Gianfranco Frelli, con gli Onafifetti, "Festa grande d'Aprile", ha riportato un successo incredibile nella rappresentazione al Teatro Toselli di Cuneo, la sera di sabato 18 settembre.
Un pubblico entusiasta, commosso e felice al tempo stesso, ha applaudito a lungo e in piedi i bravissimi attori, i sempre impeccabili Giovanni Filosa, Piergiorgio Memè e Mario Sardella. "Gli Onafifetti" chiamati a lungo al bis e, per la prima volta in assoluto, i due eccellenti strumentisti Tommaso Uncini al sassofono e Giacomo Rotatori alla fisarmonica.
Il lavoro teatrale, uscito in prima nazionale al Pergolesi di Jesi il 25 aprile scorso, è stato, per l'occasione, rivisto con molta sapienza, dall'ottimo regista Gianfranco Frelli, che lo ha "asciugato" di alcuni elementi retorici e dilettantistici che avevano suscitato qualche perplessità nella edizione jesina, facendone un prodotto di assoluto valore teatrale. "Festa grande d'Aprile", alla cui riduzione per il palcoscenico aveva lavorato anche il presidente del Calamandrei, Gian Franco Berti, è stato invitato a Cuneo nell'ambito delle celebrazioni per la "Carovana della Pace - Biennale della Memoria", quale momento centrale, insieme alla marcia Cuneo-Boves, del ricordo delle vittime civili della rappresaglia nazista del 1943 a Boves. L'autore del testo, Franco Antonicelli,era il Presidente del CLN Piemonte, ed è stato ricordato, nella sua introduzione allo spettacolo, da don Aldo Benevelli, il quasi novantenne prete partigiano che presiede attualmente il "Comitato Nazionale 8 settembre - Associazione Partigiana Ignazio Vian".
E a don Benevelli, animatore dell'iniziativa, il Presidente Emerito della Repubblica sen. Carlo Azegli Ciampi fa riferimento con il messaggio inviato a Berti e che di seguito riproduciamo.
(b.t.)
dalla "Voce della Vallesina" del   3 ottobre 2010

 

 

 

dal Presidente Emerito CARLO AZEGLIO CIAMPI

Roma, 14 settembre 2010

Caro Berti,

quale presidente onorario del "Centro Calamandrei" di Jesi, non posso non salutare con soddisfazione la partecipazione del Centro alla IX edizione della Carovana della pace che, movendo da Cuneo, arriverà a Boves per ricordare l'eccidio del 19 settembre del 1943 e il sacrificio di tante vittime innocenti, spesso colpevoli solo di un gesto di altruismo e di solidarietà con i perseguitati dalla spietatezza dei nazi - fascisti.
Portare "Festa grande di aprile" nei luoghi dove Franco Antonicelli visse, dove si formò la sua coscienza di militante per la causa della libertà e della democrazia, assume un valore particolare, che ne rafforza la suggestione, il potere evocativo. Sono certo che si rinnoveranno  il calore e la partecipazione con cui il pubblico ha accolto la rappresentazione a Jesi lo scorso aprile.
La "Carovana della pace" è divenuta ormai una importante e significativa consuetudine.  Di questo appuntamento nella "provincia granda" che fa memoria di uomini e di vicende che  segnarono la rinascita del nostro popolo e la ritrovata dignità di una Nazione dobbiamo rendere merito e manifestare profonda, non convenzionale gratitudine a don Aldo Benevelli, da oltre sessant'anni valoroso e infaticabile "operatore di pace".
A Lui, caro Berti, La prego di trasmettere il mio saluto più cordiale insieme con l'espressione del mio apprezzamento e della mia profonda stima per l'azione instancabile e generosa svolta  per il riscatto e la  promozione  della persona umana, dovunque essa sia umiliata e oltraggiata dalla miseria, dalla sopraffazione, dalla violenza. Una azione in cui s'incarnano e prendono forma valori e ideali autenticamente cristiani.
Ai partecipanti alla Carovana della pace e alle altre manifestazioni programmate invio il mio saluto più affettuoso.

Carlo Azeglio Ciampi

dalla figlia di Franco  Antonicelli


Leggo con grandissima emozione dell'iniziativa "Carovana della Pace" a cui il Centro Piero Calamandrei prende parte con "Festa grande d'Aprile". Ricordare il passato e figure come don Aldo Benevelli è non solo un doveroso ricordo per le vittime e le persone coraggiose ma un importante segnale per confermare che non si dimentica il passato, che seppur tragico e triste, deve guidarci nel mondo di oggi e nel futuro. Sono felice che, come nel passato quando poteva intervenire personalmente. il mio papà sia ancora presente oggi alla manifestazione di commemorazione. Grazie al Centro e al Vian per il loro impegno.
Patrizia Antonicelli