Home Eventi Mostre Carotti 2000 (M)

 

 

 

COMUNE DI JESI

FRANCO CAROTTI

mostra omaggio della

Città di Jesi

Jesi: Palazzo Pianetti / Palazzo dei Convegni

Monsano: Le Grotte del Pievano

3 giugno / 16 luglio 2000

catalogo a cura di Armando Ginesi

realizzata in collaborazione con la Provincia di Ancona, il Comune di Monsano, la CNH, il Centro Studi Calamandrei


 


FRANCO CAROTTI
E LA RICERCA DELL'ASSOLUTO

Non è stato un personaggio facile. Si dichiarava anarchico e, come molti anarchici, finiva per essere aristocratico ed elitario, pur professandosi populista. Aristocratico perché faceva parte per se stesso, convinto della giustezza della propria idea e consapevole della propria qualità.
Questo atteggiamento non piacque molto agli ambienti ufficiali della sua città che non lo riconobbero mai come un talento degno di considerazione particolare. Lui non se ne prese più di tanto, gratificato dai riconoscimenti che gli pervenivano da altre parti d’Italia e d’Europa.
Quella che stiamo raccontando è in fondo una storia comune a molti artisti. E lo è anche più perché ambientata nelle Marche, in quella terra cioè in cui Giacomo Leopardi cantò d’un “natio borgo selvaggio… che m’odia e fugge, per invidia non già, che non mi tiene maggiore di sé, ma perché tale estima ch’io mi tenga in cor mio”.
Ci riferiamo a Franco Carotti, pittore, scultore, incisore, al quale la Città di Jesi ha dedicato una mostra omaggio dopo quasi dieci anni della scomparsa.
Nato a Monsano nel 1934, egli è scomparso nel 1991 a Jesi, dove aveva trascorso pressoché l’intera esistenza, tranne una parentesi di qualche anno che soggiornò a Bologna.
Carotti è nato pittore figurativo di paesaggi, in qualche modo suggestionato dall’ esempio di quell’Edmondo Giuliani che è stato considerato il poeta del fiume Esino. Ha poi preso la strada dell’astrazione (anche se, a ben guardare, ipotesi astrattive erano già contenute nelle strutture cromatiche a spatola con cui costruiva paesaggi e vedute), dapprima aderendo ai moduli lessicali d’un certo informale segnico (alla Capogrossi), indi del Costruttivismo e del Suprematismo russi (segnatamente di El-Lissitzky) e dell’interpretazione fattane dall’italiano Ivo Pannaggi.
Le forme di sapore costruttivista si sono presto trasformate sotto l’influenza dello spagnolo Yturralde, di Tullio Zicari e delle loro “ figure impossibili”, si sono ambientate in contesti metafisici riferite alle architetture dechirichiane e tradotte negli “equilibri impossibili”. Questi ultimi intesi quali assurdi geometrici e fisici tesi a dimostrare come, mediante il paradosso dell’arte, tutto sia possibile, anche ciò che, nella dimensione comune, appare non reale ed impraticabile.
Nella sua ricerca Franco Carotti evolve in direzione di una sempre maggiore tensione verso l’aniconicità, coincidente con il bisogno di impossessarsi – e di renderla visibile – di una dimensione di spiritualità identificata fisicamente nella luce, metafora dell’Assoluto.
E’ questo uno dei momenti più felici dell’espressività carottiana. Il bisogno di scavo, di riduzione all’essenziale, di conoscenza di ciò che sta oltre il fenomenico e il razionale, lo conduce verso una geometrizzazione rigorosa, fatta di linee fittissime, monocromatiche (grigie) dal cui minimo distanziamento fuoriescono lame di luce.
Il processo, che sembra inarrestabile, in direzione dell’astrattismo, conduce Carotti verso una dimensione tutta “mentale” della ricerca, che infatti approda, con successo, nella seconda metà degli anni settanta, alla fase concettuale, ove stazionerà per lungo tempo.
La successiva crisi della conceptual-art, manifestatasi nel decennio seguente, toccherà anche lui, inducendolo a riscoprire il genere tradizionale della pittura, alla quale aggiungerà l’incisione, ma soprattutto lo spingerà verso i lidi della scultura. Per la verità i tre sistemi espressivi rappresentano momenti isovalenti d’una stessa lingua. In sostanza, la pittura, il disegno e l’incisione agiscono da fasi propedeutiche, da progetti, della fisicità e della “cosalità” della scultura.
Questo rappresenta il momento più maturo di Carotti, costituendo l’epilogo della parabola esistenziale e linguistica, ricco di qualità straordinarie. Il lessico si carica di stilemi barbarici e medievali per diventare mezzo di narrazione sintetica di emozioni forti.
Con esso Franco Carotti sembra andare verso il cuore delle cose, affascinato dalla storia e dal mito, quasi calamitato dal pensiero di Paul Klee secondo il quale l’artista deve abitare “nel fondo primitivo della creazione, dove è riposta la chiave segreta del tutto”.
E’ durante tale periodo di creatività che l’artista scopre la fede, la quale improvvisamente irrompe nella sua vita con una radicalità di tipo kierkegaardiano. E’ una fede forte e decisa che misteriosamente appare, sul finire della sua vita, per dare ancora più spessore alle opere, per renderne più arcana la natura e per arricchirne le già molteplici e variegate prospettive ermeneutiche,
Armando Ginesi

(da “Primapagina” dell’agosto 2000)