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19)
Giorgio Fuà
UOMINI  E  LEADER
considerazioni e ricordi raccolti da
Roberto Petrini
(pag. 61 - dicembre 2000)

 


(quarta di copertina)

Un grande economista ripercorre le tappe fondamentali della sua vita, segnata da episodi avventurosi e da incontri straordinari. Dall'esilio del campo profughi svizzero durante l'ultimo conflitto all'incarico di "fattorino", spedito a recapitare messaggi a Benedetto Croce e a contattare Luigi Einaudi, nel corso del tentativo di "pace separata" ordito da Adriano Olivetti nel 1943. Scorrono sul filo della memoria, oltre ai primi incontri con i testi classici da Marx a Keynes, le importanti esperienze di lavoro a partire dal dopoguerra a fianco di Ernesto Rossi, dello stesso Olivetti, di Enrico Mattei e di Gunnar Myrdal. Tutti leader, uomini che avevano in comune una qualità che Giorgio Fua ritiene irrinunciabile per l'imprenditore il cui compito è quello di dare un senso al lavoro degli uomini e non la semplice "scommessa" del profitto.

Giorgio Fuà (Ancona 1919-2000), è stato uno dei massimi economisti italiani, dal 1959 ha insegnato alla Facoltà di Economia e Commercio di Ancona. Ha lavorato con Adriano Olivetti, con Gunnar Myrdal all'ONU e con Enrico Mattei all'Eni. Ha fondato l'Istao, istituto di formazione manageriale. Della sua vasta produzione ricordiamo: per i tipi del Mulino "Occupazione e capacità produttive" (1976), "Problemi dello sviluppo tardivo in Europa" (1980), "Industrializzazione senza fratture" (1983), "conseguenze economiche dell'evoluzione demografica" (1986), "Crescita economica, le insidie delle cifre" (1993). E' morto ad Ancona, ad 81 anni, il 13 settembre del 2000.

Roberto Petrini (Roma 1957), giornalista, lavora alla "Repubblica", si è occupato di economia e storia. Per Laterza ha curato "Capitalismo inquinato" (1993), raccolta di scritti di Ernesto Rossi con una introduzione di Eugenio Scalfari. Ha seguito, ottenendo il riconoscimento del Presidente Ciampi, l'ingresso dell'Italia nell'Euro.

 


 

 

da il manifesto di giovedì 25 gennaio 2001
MEMORIA
GIORGIO FUA'
L'ULTIMO OLIVETTIANO

Poco più di quattro mesi fa, il 13 settembre, è scomparso Giorgio Fuà; un economista raffinato, di grande cultura, per un periodo della sua vita anche un uomo d'impresa (all'Eni), ma soprattutto un grande formatore, un grande maestro. Ho avuto occasione di conoscerlo direttamente per motivi professionali e non (una volta acquistammo insieme dell'ottimo vino). Sapeva che scrivevo sul manifesto e una volta mi spiegò che Fuà e Foa (Vittorio, in quei tempi una nostra firma prestigiosa) avevano la stessa origine e che una Fuà era citata nella Bibbia. In questi giorni il Centro Studi Calamandrei lo ricorda pubblicando un"Quaderno", curato da Roberto Petrini, giornalista di Repubblica, che di Fuà in varie occasioni ha raccolto considerazioni e ricordi. Un libro intervista che si legge d'un fiato (il volume è piccolo come sarebbe piaciuto a Fuà) nel quale la vita dell'economista (avventurosa, soprattutto ai tempi del fascismo, dal quale fu perseguitato in quanto ebreo) si intreccia alle sue idee, ai ricordi dei tanti personaggi "importanti" che hanno popolato i suoi 81 anni: Adriano Olivetti, Ernesto Rossi, Gunnar Myrdal, Enrico Mattei e Marcello Boldrini, per fare pochi nomi. Fuà credeva nell'impresa e nel ruolo dell'imprenditore. Ma dell'impresa e dell'imprenditore, aveva una concezione molto olivettiana, molto nobile, secondo la quale il fine non doveva essere esclusivamente il profitto, ma la valorizzazione della funzione sociale, il dare un senso e uno scopo al lavoro altrui, "dare soddisfazione alla gente che lavora", come Fuà aveva imparato da Olivetti. Insomma, l'imprenditore come leader (natural leader of men, riprendendo una definizione di Alfred Marshall, uno dei suoi economisti preferiti), che però necessita di essere formato. E' probabilmente per questo che nel 1959 Fuà lascia l'Eni (della quale rimane consulente fino alla morte di Mattei), dove aveva creato uno straordinario centro studi per sviluppare la sua idea: una università ad Ancona (facoltà distaccata di Urbino), e poi la nascita dell'Istao, il cui obiettivo non era formare economisti accademici, ma persone in grado di creare lavoro per gli altri. Imprenditori industriali, ma anche imprenditori di imprese senza fine di lucro e grand commis per la pubblica amministrazione. Nell'intervista a Petrini, Fuà racconta molte di queste cose, anche se i ricordi preferiti rimangono quelli legati agli anni della guerra e dell'immediato dopoguerra, ai suoi rapporti e alla sua amicizia con Olivetti (dal quale si separa dopo che Adriano gli manifesta l'intenzione di entrare in politica), con Myrdal all'Onu, con Mattei. Fuà è stato tra i primi in Italia a percepire l'importanza di Keynes, ma è stato il primo in assoluto a capire che il modello di industrializzazione del Sud (le cattedrali nel deserto era un modello sbagliato, a cui contrapponeva il suo modello "marchigiano", la bontà dei distretti industriali, la industrializzazione per aree limitrofe. E lo sviluppo della fascia adriatica gli ha dato ragione.


 


da IL FOGLIO QUOTIDIANO di mercoledì 7 febbraio 2001
AMATO PRESIDENTE

A Giuliano Amato è piaciuto molto un libretto piccolo piccolo (proprio come lo avrebbe desiderato il protagonista), pubblicato da un editore anch'esso piccolo piccolo da e su un economista di cui il presidente del Consiglio è stato molto amico e che ha sempre considerato grande grande. E' il saggio di "considerazioni e ricordi" di Giorgio Fuà (un'ultima lunga intervista concessa prima di morire) edito dal Centro Studi Calamandrei di Jesi. Il titolo, e i contenuti, specialmente della prima parte, rendono Amato un po' melanconico. Il libretto si chiama "Uomini e leader". Gran parte delle "considerazioni" colgono i tratti del leader che coinvolge tutti i suoi "in un'avventura travolgente" , da "un  senso alla loro fatica", li "guida, anima e motiva", "sceglie bene i propri collaboratori e accorda loro la sua piena fiducia". Tutte caratteristiche molto differenti da quelle di chi "si limita a comporre una combinazione favorevole di fattori", o di chi "inventa", oppure ancora di chi "accumula potere e ricchezza". Secondo Fuà, pensa Amato riandando con la mente alla cerimonia svoltasi qualche giorno fa alla Biblioteca della camera, Craxi ha davvero corrisposto ai tratti di un leader, mi ha scelto bene, mi ha dato fiducia, mi ha coinvolto in un'avventura travolgente? E io come sarei stato classificato? Tra i ricordi ?


 


 

da IL SOLE 24 ORE di domenica 25 febbraio 2001
ECONOMIA E SOCIETA
DAL PROFITTO AL VALORE
IMPRESE OLTRE L'IMPRENDITORE

di Massimo Lo Cicero

Il gusto della scommessa perde più di un giocatore: perchè lo conduce a sfidare troppe volte la sorte in condizioni estreme. Sembra strano ma è l'opinione di Giorgio Fuà sul destino dell'imprenditore: un'opinione derivata dagli scritti di un grande avversario di Keynes, Frank Knight, "un pensatore serio e non semplice meccanico dell'economia". Questa, e altre opinioni singolari sul profilo psicologico dell'imprenditore, si possono leggere in una intervista che l'economista, oggi scomparso, rilasciò a Roberto Petrini, pubblicata, per i tipi del Centro Studi Piero Calamandrei (di Jesi) , in una collana di quaderni: Impresa e società.
Adriano Olivetti, ad esempio, come Enrico Mattei colpiscono Fuà per la velocità e l'irruenza con cui assumevano una decisione ma anche per la capacità "divina", per dirla con Socrate, di dare un senso ed un motivo all'azione dei propri collaboratori. Una caratteristica, quest'ultima che Fuà traduce nel linguaggio moderno come leadership. Non manca la polemica con la "parentesi neoclassica" nella storia del pensiero economico, che impone di guardare all'imprenditore come all'individuo che tutela la massimizzazione del profitto, nell'interesse dell'impresa.
Non manca anche un'opportuna e condivisibile diffidenza verso il contenuto di questa parola, il profitto, esorcizzata e adorata: un'entità che rischia, troppo spesso, di diventare più simile al contenuto di una religione che non a quello di una categoria scientifica. Infine, e per concludere sul profilo dell'imprenditore, appare una terza caratteristica: cercare, e trattenere nella propria organizzazione, le persone intelligenti, capaci di capire e descrivere i problemi della società in cui l'impresa deve agire. Fuà racconta come, nell'Italia che si tirava fuori dalla sconfitta dopo la guerra, due persone presentavano questo tratto: di nuovo Adriano Olivetti e Raffaele mattioli della Banca commerciale.
L'attenzione all'impresa, come istituzione sociale, ed alle caratteristiche degli uomini adatti per dirigerla non sono troppo diffuse nella cultura economica italiana e Fuà, con la sua lunga stagione di studio e ricerca all'Istao di Ancona, ha rappresentato un'eccezione interessante.


 

 

 

da ItaliaOggi di lunedì 19 marzo 2001
Pagine di economia

Era tacitiano, nel tratto, nella parola e nella pagina scritta, soprattutto nei libri. Lo è rimasto nell'ultima intervista concessa prima di morire, argomento di un libretto piccolo piccolo, in formato tascabile e con una bella copertina rosso fuoco. Attraente nella veste tipografica e snello nel numero delle pagine, denso nei contenuti, pieno di ricordi sugli ultimi 60 anni di vita italiana, ma rivolto al futuro (non al passato), il volumetto dovrebbe essere letto da molti economisti, e non solo, in questi mesi in cui i principali schieramenti in campo per le prossime elezioni politiche si apprestano a tratteggiare le politiche economiche dell'Italia nei prossimi anni. Giorgio Fuà era un uomo semplice. Dopo molti anni in organizzazioni di grande dimensione (quali l'Olivetti e l'Eni) e un periodo in quel laboratorio di idee e proposte che è stato il Segretariato della Commissione economica per l'Europa delle Nazioni unite, aveva creato ad Ancona una facoltà, se si può dire non-accademica rivolta più alla formazione di imprenditori che alla formalizzazione tecnico-matematica di modelli (l'Istao). Impregnato di cultura keynesiana, era diventato l'anti-keynesiano per eccellenza in una fase storica in cui, nella vulgata italiana, keynesiano voleva dire costruttore di altiforni e di raffinerie con finanziamenti pubblici. Villa Beer, sede dell'Istao, è diventata, lo sappiamo, la fucina della "terza Italia",dello schema dei "distretti industriali" e della specializzazione flessibile, vincente dagli anni 60 alla seconda metà degli anni 90, solo di recente rimesso in discussione dalla globalizzazione, dalle imprese rete e dai nuovi paradigmi tecnico-econimici della tecnologia delle comunicazioni e delle informazioni. L'intervista di Fuà non è un'analisi della esperienza dei "distretti" (quali quelli che si possono leggere nei lavori più recenti di Giacomo Becatini). Dal "modello marchigiano", l'economista Fuà trae, principalmente nella prima parte, alcune caratteristiche essenziali, perchè un'impresa abbia successo, anche nell'età della globalizzazione e dell'high tech. Nella seconda, invece, l'uomo Fuà ci porta con mano in contatto con alcuni personaggi salienti della sua vita, Gunnar Myrdal, Adriano Olivetti, Enrico Mattei. Come suggerisce lo stesso titolo, gran parte delle "considerazioni della prima parte colgono i tratti del leader; è colui che coinvolge tutti i suoi "in un'avventura travolgente", dà "un senso alla loro fatica", li "guida, anima e motiva", "sceglie bene i propri collaboratori e accorda la sua piena fiducia". Sono tutte caratteristiche molto differenti da quelle di chi "si limita a comporre una combinazione favorevole di fattori", o di chi "inventa", oppure ancora di chi "accumula potere e ricchezza". Myrdal, Olivetti, Mattei erano in primo luogo leader: E così i tanti imprenditori che in settori dalla meccanica leggera alla componentistica ai beni di consumo hanno "fatto" i "distretti" della "Terza Italia". Il monito è chiaroe forte agli imprenditori della "new economy": per essere leader dovete avere le qualità essenziali non solo a trovare la combinazione tecnico-finanziaria più appropriatama a dar vita alla "avventura travolgente" che "guidi, animi e motivi" tutti i collaboratori, "dando un senso alla loro fatica".Fuà guarda con ottimismo al futuro. Ma non senza un pizzico di preoccupazione. Già nella "lettura" del Mulino pronunciata nell'aula magna dell'Università di Bologna nell'autunno 1993 si domandava perchè i giovani, anche quelli della sua terra, anche quelli formati nella sua università, vadano alla ricerca di un impiego (meglio ancora se pubblico) e non smanino dalla voglia di "fare impresa". Giuseppe Pennisi

 


 

 

 

da IDEaZIONE n. 2 di marzo/aprile 2001
ECONOMIA

Cosa è la leadership? Questo è il tema chiave dell'ultima intervista di Giorgio Fuà, economista eterodosso nel panorama dell'accademia italiana, non solo perchè scriveva poco ma pensdava e formava molto. Giungeva alla cattedra universitaria non da una carriera di studi ma da lustri in imprese di grandi dimensioni (quali l'Olivetti e l'Eni), nonché da quel laboratorio di idee e proposte che è stato il segretariato della Commissione economica per l'Europa dell'Onu. Creava ad Ancona, in quelle Marche ancora considerate quasi arretrate una facoltà, se si può dire, non-accademica rivolta più alla formazione di imprenditori che alla formalizzazione tecnico-matematica di modelli (l'Istao). Era uno dei pochi economisti italiani impregnato di cultura keynesiana, anche a ragione dei soggiorni all'estero, ma diventato l'anti-keynesiano per eccellenza in una fase storica in cui, nella vulgata italiana, keynesiano voleva dire costruttore di cattedrali nel deserto con i soldi dello stato: Riscopriva le pagine di Marshall sui "distretti industriali" ed il "suo" Istituto ne diventava la fucina.
Il libro-intervista di Fuà non è un'analisi dell'esperienza dei "distretti". Dal "modello marchigiano", Fuà trae alcune caratteristiche essenziali, perchè un'impresa abbia successo, anche nell'età della globalizzazione e dell'
high tech. Come suggerisce lo stesso titolo gran parte delle "considerazioni" della prima parte colgono i tratti del leader; è colui che coinvolge tutti i suoi "in un'avventura travolgente", da "un senso alla loro fatica", li "guida, anima e motiva", "sceglie bene i propri collaboratori a cui accordare la sua piena fiducia". Sono tutte caratteristiche molto differenti da quelle di chi "si limita a comporre una combinazione favorevole di fattori", o di chi "inventa", oppure ancora di chi "accumula potere e ricchezza". Myrdal, Olivetti, Mattei, di cui Fuà è stato collega, erano in primo luogo leader. E così tanti imprenditori che in settori della meccanica leggera alla componentistica ai beni di consumo hanno "fatto" i "distretti" della "Terza Italia". Il monito è chiaro e forte agli imprenditori della new economy
: per essere leader dovete avere le qualità essenziali non solo a trovare la combinazione tecnico-finanziaria più appropriata ma a dar vita all' "avventura travolgente" che "guidi, animi e motivi" tutti i collaboratori, "dando un senso alla loro fatica". Fuà guarda con ottimismo al futuro.Ma si domanda perchè i giovani, anche quelli della sua terra, anche quelli formati nella suo università, vadano alla ricerca di un impiego (meglio ancora se pubblico) e non smanino dalla voglia di "fare impresa".
Giuseppe Pennisi


 


 

da Regione MARCHE
anno XXX n. 3-4 giugno 2001

"Battuta tagliata non fu mai fischiata". Con questa citazione di Rossini si conclude l'intervista di Robertoi Petrini a Giorgio Fuà.
Perchè l'ultimo saggio del Centro Studi "P.Calamandrei" di Jesi, come sempre sostenuto da AP Italia, è anche, purtroppo l'ultima, cronologicamente parlando, fatica del grande economista da poco scomparso e che poteva intitolarsi "Della brevità".
Il 19° titolo edito dal Centro Studi Jesino "Uomini e Leader" è infatti, prima di tutto, l'elogio del parlare semplice per dire l'essenziale; subito dopo diventa una carrellata di ricordi e una serie di considerazioni di un grande economista che ripercorre le tappe fondamentali della sua vita segnata da episodi avventurosi e da incontri straordinari.
Dall'esilio nel campo profughi svizzero durante l'ultimo conflitto all'incarico di "fattorino", spedito a recapitare messaggi a Benedetto Croce e a contattare Luigi Einaudi, nel corso del tentativo di "pace separata" ordito da Adriano Olivetti nel 1943.
Scorrono sul filo della memoria, oltre ai primi incontri con i testi classici da Marx a Keynes, le importanti esperienze di lavoro a partire dal dopoguerra a fianco di Ernesto Rossi, dello stesso Olivetti, di Enrico Mattei e di Gunnar Myrdal. Tutti Leader, uomini che avevano in comune una qualità che Giorgio Fuà ritiene irrinunciabile per l'imprenditore il cui compito è quello di dare un senso al lavoro degli uomini e non la semplice "scommessa del profitto". Ancora un saggio da leggere per imparare a capire un approccio all'economia ed alla vita di un nostro insigne studioso contemporaneo.