LA PAGA DEL SABATO

Jesi – Teatro G.B.Pergolesi – 28 marzo 2014

il Centro Studi “Piero Calamandrei”
in collaborazione con
Diremare Teatro
nel 50° anniversario della morte dell’autore

presenta
di Beppe Fenoglio

LA  P A G A  DEL  S A B A T O

adattamento e regia di
Alessandro Varrucciu
con
Francesca Uguzzoni Silvia Uguzzoni
Alessandro Varrucciu
e con gli Onafifetti

– Allora, che cosa hai contro di me?
– Non ho niente.
– Che cos’hai contro di meeee?
– Ho che non lavori!
Lo spettacolo è appena iniziato e già la scena è carica di tensione. Le voci aspre del personaggio principale, ettore, e di sua madre, risuonano nel silenzio del teatro, richiamando subito alla mente le prime pagine de La paga del sabato, il romanzo di Beppe Fenoglio  da cui lo spettacolo è tratto. Ma ancora di più mi riportano al racconto intenso, emozionato e emozionante di Marisa Fenoglio, ascoltato solo un paio d’ore prima al Palazzo della Signoria.
Marisa è la sorella di Beppe, di undici anni più piccola, e ha vissuto con angoscia il rapporto fraq il fratello e la sua famiglia di piccoli commercianti di provincia: gente laboriosa e concreta, specie la madre. Donna    “d’una razza credente e mercantile, giudiziosissima e sempre insoddisfatta” – secondo l’ispido giudizio della scrittrice albese – che era disposta a spender per l’Università, ma guardava con sconcerto a quella “malattia strana” che aveva colto il figlio: quella ostinazione a scrivere, chiuso in una stanza, per ore, tanto che la sua presenza in casa era percepibile dal ticchettio ovattato della macchina da scrivere e dal fumo di tabacco che filtrava, denso, da sotto la porta.
Quei contrasti duri soldi  , quella rabbia, quell’incomprensione reciproca fra madre e figlio traspaione evidenti in questo romanzo scritto subito dopo la guerra, nel 1949, ma poi rimasto per vent’anni in un cassetto e pubblicato solo nel 1969, quando fu ritrovato dalla studiosa Maria Corti fra le carte del fondo Fenoglio. Edito postumo, come postumi sono stati i suoi libri più importanti. Fenoglio era già scomparso da cinque anni, nel 1963, portato via da un male ai bronchi “nel pieno dei quarant’anni”.
A poco più di cinquant’anni dalla prematura scomparsa dello scrittore ed in occasione del settantesimo anniversario della Liberazione di Jes, il Centro Studi Calamandrei ha promosso e curato un adattamento teatrale di questo romanzo d’esordio, che è andato in scena venerdì 28 marzo in un Teatro Pergolesi gremito. Un progetto realizzato in collaborazione con la compagnia Diremare Teatro di Sesto Fiorentino, che ne ha curato l’allestimento (regia di Alessandro Varracciu, con Francesca e Silvia Uguzzoni e lo stesso Varracciu nella parte di Ettore), e la partecipazione dello storico e brillante trio degli Onafifetti (Giovanni Filosa, Piergiorgio Memè e Mario Sardella).
Al di llà dell’aspro rapporto con la madre, il tema principale del libro, e dello spettacolo, ruota attorno a quel sottile malessere, quell’irrequietezza di chi aveva combattuto nella Resistenza con l’aspettativa di un cambiamento sostanziale della società, e si era ritrovato invece a fare i conti con una realtà ben diversa da quella sognata. “Io non mi trovo in questa vita – dice Ettore – perché ho fatto la guerra, e la guerra mi ha cambiato, mi hha rotto l’abitudine a questa vita qui”. E già, “questa vita qui”, fatta di orari, di lavoro, di famiglia, di normalità, e mediocrità.
Ettore rappresenta una generazione disillusa e inquieta, come inquieto e solitario era Beppe Fenoglio, che si portava addosso tutto il peso di una guerra feroce vissuta in prima linea sulle alture delle Langhe, dapprima nelle formazioni partigiane garibaldine, poi con gli autonomi badogliani. Una guerra che gli era rimasta dentro come un tarlo e che ha rappresentato in libri memorabili come I ventitre giorni della città di AlbaIl partigiano Johnny, o Una questione privata.
Il Centro Studi Calamandrei, e il suo presidente Gian Franco Berti, con questa operazione culturale originale e coraggiosa, che ha visto – oltre allo spettacolo teatrale – la partecipazione e l’intervento dello storico Angelo D’Orsi e di Marisa Fenoglio, sono riusciti a creare davvero un evento di notevole interesse ed un degno omaggio ad un grande scrittore.
Lorenzo Verdolini

da “Jesi e la sua Valle / cultura” del 12 aprile 2014

tanti giovani al Teatro Pergolesi
per lo spettacolo del Calamandrei
IL ROMANZO DI FENOGLIO A SETTANTA ANNI  DALLA RESISTENZA

dalla “Voce della Vallesina / Teatro” di domenica 6 aprile 2014

DAL DOVERE DI MEMORIA
ALLA MEMORIA CHIAVE DEL FUTURO

La scelta del Centro studi Calamandrei, nel 70° della Resistenza, è andata stavolta ad un’opera certamente difficile da rappresentare non tanto per la complessità della trama quanto per la particolarità del ruolo dei personaggi, per la tensione e la pesantezza dei loro rapporti interpersonali, per la crudezza del loro contesto di vita ritratti senza retorica e con estrema veridicità del linguaggio fotografico dell’autore. “La paga del sabato”” di Beppe Fenoglio – messa in scena al Teatro Pergolesi da Alessandro Varrucciu con la partecipazione di Francesca Uguzzoni, Silvia Uguzzoni, dello stesso Varruccio e degli Onafifetti – chiude il sipario sulla morte di Ettore, giovane partigiano, reduce e innamorato. I giorni che si erano susseguiti al suo ritorno alla vita civile erano stati dominati da una solitudine struggente, oscura; si erano consumati sul palcoscenico di una quotidianità scarna, lenta, per certi versi cruda e senza veti, per altri pudica e carica di idealità, di tensioni e di slanci.
Una solitudine che abbandona definitivamente Ettore solo quando – dopo essere diventato un gangster – nel suo cuore nasce finalmente il sole di una nuova coscienza. Una illuminazione fulminea, subito stroncata da una banale finalità, dal movente  di quel destino imprevedibile che grava sulle spalle di ogni uomo. Al capolinea della sua morte convergono due dimensioni importanti della sua giovane e breve vita, quella lavorativa e quella amorosa, vissute entrambe con ambivalenza, in continuo palleggiamento tra accettazione e ribellione.
Ettore riconosce e accetta l’amore per i suoi genitori, per la sua donna, per i più deboli, ma aòl contempo mostra insofferenza verso ciò che per amore deve accettare, si ribella ai dettami che la nuova società gli impone, rifiuta i confini di una realtà diversa da quella che nella sua mente si andava formando mentre guidava i suoi uomini nella Resistenza.
Il giovane svicola, si industria, riammettendo ancora una volta nella sua vita quelle stesse modalità illecite che, solo nel bisogno estremo di difesa della libertà di tutti e soprattutto dei più deboli, avevano trovato consenso e giustificazione.
Ma l’amore ed il germogliare di una nuova vita sono più forti … Vincono e ricompongono il magma delle sue emozioni in una nuova consapevolezza, in una nuova speranza. Mettono pace nella sua coscienza, lo riappacificano col mondo fino a portarlo ad immaginare e a ridisegnare il suo futuro e quello della sua nuova famiglia … Fino a quell’istante … fino a quel momento in cui, finalmente libero, Ettore è chiamato nuovamente ad 7un percorso diverso, cioè a concludere il suo ruolo sulla terra …
L’essenzialità delle scene, la fedeltà ai dialoghi e alle immagini suscitate dallo stile realista e immediato dell’opera, l’atmosfera evocativa dei canti e delle animazioni interpretate con misurata passionalità dagli Onafifetti, hanno restituito al pubblico integralmente, sul piano rappresentativo ed emozionale, l’essenza intera e profonda del racconto. E, soprattutto, hanno appassionato i tanti giovani presenti, ai quali in precedenza era stato distribuito a scuola il volumetto di Fenoglio.
E’ proprio il positivo accoglimento dello spettacolo nel pensiero emotivo dei giovani che assegna a questo tipo di manifestazioni un fine prezioso, un significato che va ben oltre la rituale commemorazione.
In effetti, si fa sempre più strada, attualmente, l’esigenza di liberare l’attitudine a ricordare dal campo rigidamente circoscritto al “dovere di memoria” per iscriverla in quello più ampio, coinvolgente e irrinunciabile del “ ruolo della Memoria” quale unica chiave possibile per una lettura profonda e corretta dei processi che avvengono sul territorio, in funzione di una nuova e più umana organizzazione ambientale e sociale.
Paola Cocola

— o —

( Francesca De Donatis)* – Clic. Luce. Buio. Luce. Buio. Premo nuovamente. Luce. Buio. Un pensiero guizzante mi ferma. Osservo paralizzata l’interruttore, poi la mano e quell’indice, già chiaramente accusatorio, sfacciatamente colpevole. Non saprei definire le emozioni che mi attraversano. Io, quella mano. Io, quell’indice. Ho deciso tra buio e luce. Li vedo. Chiaramente prepotenti, indici di leggerezza. Indici di indifferenza. Indici di incoscienza. Premono il funesto interruttore, con la stessa freddezza di un serial killer che preme il grilletto. Hanno il mondo in mano, in pugno. Lo possono accartocciare, calpestare. Rifletto, ancor più attonita, i nervi contratti. Possono decidere. Decidere. Tra luce e buio. Tra guerra e pace. Tra vita e morte. Possono decidere, sentenziano guerra, buio, morte. Con un altro guizzo imbarazzato rivogliono la pace, la luce, la vita. Pensano basti sfiorare quel dannato interruttore. Non lo hanno messo in conto. O meglio, non li scalfisce neppure il pensiero che per molti, troppi, la luce non tornerà più.

— o —

(Walter Caforio)* – Come si fa a non riflettere sulla inutile ferocia della guerra. Come è possibile, per chi l’ha subita, perdere   quella incertezza, quella esitazione nell’incontrare gli occhi di altre persone. Come si può pensare di rinunciare ai frutti meravigliosi di una umana solidarietà. Cose così profonde e gravi, voli così alti ti fanno sentire improvvisamente vuoto perché ti bruciano dentro tutte le emozioni. Sono cose che non passano mai, ti rimangono addosso, ti tormentano giorno e notte e ti segnano l’anima.

* studente

da “Voce della Vallesina / Teatro” di domenica 6 aprile 2014

(Francesco Romano)**………………. ho assistito il 28/03/2014  nella magnifica cornice del teatro Pergolesi di Jesi, alla prima nazionale de “La paga del sabato” tratto dall’omonimo romanzo di Beppe Fenoglio splendidamente interpretato a diretto da Alessandro Varrucciu e da due brave attrici Francesca Uguzzoni e Silvia Uguzzoni.

Avevo già apprezzato l’opera teatrale, realizzata dalla stessa compagnia Diremare di Firenze all’anteprima presso il teatro Cortesi di Sirolo il 10 agosto 2013.
Non sono un critico teatrale quindi non mi assumo l’onere di recensire lo spettacolo di Jesi che ho trovato denso di drammaticità e passione.
Amo il teatro per il teatro, oserei dire come qualcosa di ontologico che prescinde dall’adattamento che l’autore imprime alla sua opera. Preziosa la presenza della Signora Maria Fenoglio, sorella dello scrittore, di un pubblico eterogeneo che ha riempito la platea e di numerosissimi studenti liceali che hanno occupato i palchi di ogni ordine e perfino il loggione.
Ebbene, devo ammettere, che tutto ciò ha prodotto in me una trasfigurazione vedendo nell’entusiasmo del pubblico, la vera opera d’arte (duecento studenti che vanno a teatro in orario non scolastico ha qualcosa di miracoloso).
Mi spetta di fare un breve commento tra l’adattamento teatrale di Sirolo e quello di Jesi.
Li ho apprezzati entrambi, l’impianto drammaturgico mi è sembrato identico. Ho colto una differenza che cercherò di spiegare usando una metafora. A Sirolo ho visto un film in bianco e nero con la seduzione che riporta all’antico e un’interpretazione scenica limitata all’essenziale dove la parola è protagonista. A Jesi ho visto lo stesso film a colori con più attenzione alla coreografia, al movimento e al possesso della scena.
Ma forse questi sono dettagli che non influiscono sul valore complessivo dell’opera teatrale.
Ho notato uno stato di grazia nei tre cantori, gli Onafifetti, che, con la loro voce calda e quasi sussurrata dei loro canti partigiani e della tradizione popolare, hanno creato una suggestiva atmosfera quasi di commozione rievocando i tragici avvenimenti della resistenza.
I numerosi applausi, anche a scena aperta, la presenza in sala di Marisa Fenoglio, accolta con un calorosissimo applauso, del Prof. Angelo d’Orsi, ordinario di Storia del pensiero politico dell’Università di Torino, che ha introdotto lo spettacolo e che in precedenza, nella Sala Maggiore del Palazzo della Signoria gremita di pubblico, ha tenuto un interessante conferenza sul tema “Intellettuali italiani dal fascismo alla Resistenza” conclusa con un intervento  della sorella dello scrittore che ha deliziato il pubblico raccontando con dolce ironia aneddoti della vita famigliare dei Fenoglio, ha decretato il pieno successo di un evento culturale che ha reso onore alla città di Jesi .. ……………………..
** professore di Liceo Classico e Membro della Commissione Cultura di Rovereto (TN)

Dopo la prova estiva al Teatro Cortesi di Sirolo nell’agosto scorso, è andato in scena venerdì 28 marzo La paga del sabato, l’adattamento teatrale dal primo romanzo di Beppe Fenoglio curato da Diremare teatro e prodotto dal Centro Studi Calamandrei di Jesi. Di fronte a un teatro Pergolesi da tutto esaurito e con ospite d’onore la sorella dell’autore di Alba, Marisa Fenoglio, la drammaturgia proposta da Alessandro Varrucciu ha puntato molto sulla parola diretta dello scrittore partigiano, concedendo ampi spazi alla narrazione in terza persona. Ma se la scelta era giustificata ad agosto, quando lo spettacolo era stato proposto in forma di lettura teatrale, l’intento di voler restituire la parola “spigolosa, arcaica e musicale” di Fenoglio lasciando parlare direttamente lo scrittore ha finito con il confondere lo spettatore. Il risultato è stato uno spettacolo un po’ scollato, come se, pensato per il teatro, guardasse piuttosto al cinema. Varrucciu ha appiattito le contraddizioni che consumano il protagonista Ettore, scegliendo di modellarlo sull’uomo che non trova pace e vuole fare a cazzotti col mondo e finendo, forse, per sminuirlo. I menestrelli jesini Piergiorgio Memè, Giovanni Filosa e Mario Sardella, gli Onafifetti, hanno dominato il palcoscenico con i vecchi canti partigiani rispolverati per l’occasione e cancellato i discutibili momenti musicali, non sempre intonati al resto dello spettacolo. Al forfait di Lidia Ravera, trattenuta a Roma da impegni imprevisti, ha rimediato Angelo D’Orsi, con una breve introduzione sull’atmosfera intellettuale della Torino colta e antifascista del dopoguerra. Gli applausi non sono comunque mancati: attori e menestrelli sono stati richiamati in sala per due volte.

Silvia Barocci

da www.Sipario.it  del 1 aprile 2014

Un successo l’anteprima dell’opera di Fenoglio

Per il semiologo Ugo Castagnotto è stata una sfida vinta

RAPPRESENTARE LA PAGA DEL SABATO E’ PARLARE UNA LINGUA NUOVA

– Jesi – Un indubbio successo la rappresentazione dell’opera letteraria di Beppe Fenoglipo fortemente voluta dal Centro Calamandrei e andata in scena a Jesi.
“Rappresentare   ‘La paga del sabato’  – scrive il semiologo Ugo Castagnotto – senza tradurla nelle mitologie da supermercato della Tv non è solo coraggio, è parlare una lingua nuova. Una lingua nuova per i giovani, visto il successo di pubblico giovane che il Centro Studi Calamandrei ha avuto nella difficile sfida di mettere in scena il capolavoro di Beppe Fenoglio, una sfida che ha i connotati di una rivoluzione culturale: e che poteva essere vinta o persa. Per vedere come andava a finire si sono mossi in tanti, e alcuni da molto lontano, come la sorella del romanziere, la scrittrice Marisa Fenoglio, o chi scrive, conterraneo e cugino dello stesso autore, venuto a Jesi spinto prima di tutto dalla curiosità di vedere come la letteratura alta può reagire allo spettacolo. Posso garantire che la resa teatrale de ‘La paga del sabato‘ ad opera di Alessandro Varrucciu, ha raggiunto anziché togliere senso e godibilità al linguaggio narrativo di Fenoglio, alla sua verità linguistica drammatizzandola. Un traguardo difficile considerando che la caratteristica che oggi rende più che mai le sue opere è l’assenza delle parole d’ordine e della retorica a cui vecchi e giovani siamo esposti giornalmente attraverso la vulgata televisiva delle opere letterarie. L’asciuttezza e il rispetto filologico della messa in scena e della stupenda interpretazione dei tre attori – ancora Varrucciu interprete del personaggio centrale, l’ex partigiano Ettore, e delle due bravissime Francesca e Silvia Uguzzoni, nei panni degli altri personaggi, anche maschili, del racconto, e di voce narrante – hanno tolto ogni dubbio sul fatto che sia possibile parlare aio giovani un linguaggio alternativo culturalmente impegnato. Il ritmo della narrazione scenica si è anche giovato del geniale inserimento dei cantori del gruppo Onafifetti col doppio ruolo di commento corale ma anche di stacco cinematografico tra le scene in modo da sottolineare la drammatizzazione del parlato fenogliano di cui la regia ha colto a pieno la potenzialità teatrale.
Una esperienza riuscita.Parola di uno spettatore venuto da lontano”.

dal “Corriere Adriatico / Cultura e Spettacoli ” del 1 aprile 2014

youtube  – link al video  “La paga del sabato”   –   http://youtu.be/CcMjWzbgEYc

“LA PAGA DEL SABATO”
PER RISCOPRIRE L’ATTUALITA DI FENOGLIO

Il Centro Studi Piero Calamandrei di Jesi in collaborazione con Diremare Teatro ha acceso la miccia di una autentica sovversione culturale: mettere in scena un’opera letteraria, “La paga del sabato” di Beppe Fenoglio, senza prima disinnescarne il potenziale politico.
Prima che la cultura finisse nel tritacarne dei talk show, la letteratura, l’arte, il cinema d’autore erano un mezzo di collocazione sociale per chi entrava in contatto con l’opera. Leggere era un contatto più profondo che soltanto guardare. I consumi si basano sul potere evocativo delle immagini. La televisione commerciale mettendo in scena la cultura, l’ha omologata alle proprie mitologie da supermercato. Come? Spoliticizzandola: il modello linguistico di Hollywood diventato anche quello del buonismo di regime e della Tv dei partiti.
La trama del meraviglioso romanzo di Beppe Fenoglio “La paga del sabato”  un tema politico che rimane tale anche nella versione teatrale. Naturalmente bisogna intendersi sul senso della parola politico.
Suo primo romanzo, scritto nel 1949-50, ma pubblicato postuno nel 1969, per una scelta di opportunità della casa editrice, affronta senza pregiudizi un’ombra rimossa dall’ufficialità post-resistenziale: il delicato tema del reducismo, del difficile ritorno ad una regolare vita civile da parte di giovani la cui vita è stata profondamente segnata dagli orrori della guerra. La resistenza all’occupazione tedesca è finita, ma la Liberazione non ha portato i benefici tanto attesi, e per la società italiana si apre un periodo di sconvolgimenti sociali che vedrà l’affermarsi di una nuova civiltà industriale con il suo appariscente e contraddittorio progresso. Di questo disagio è interprete Ettore, il protagonista, che rifiuta il posto offertogli dalla nuova fabbrica di cioccolato di Alba, per trascorrere giornate inquiete e inattive, segnate da vivaci scontri con la madre, dall’amore per Vanda, dal coinvolgimento in traffici loschi , fino all’incidente che stronca sul nascere l’acquisizione di una nuova coscienza.
Giudicato severamente da Elio Vittorini, che ne stigmatizza il taglio cinematografico, spingendo l’autore a sacrificarlo a favore di due racconti, il romanzo appare oggi rivalutato tanto da essere definito da Alessandro Baricco il vero gioiello della narrativa fenogliana.
Il valore di quest’opera di Fenoglio è risultato chiaro dopo qualche tempo, ma non prima della sua morte prematura nel 1963, di cui nel 2013 cadeva il cinquantenario.
Scrive Italo Calvino nella prefazione a “I sentieri dei nidi di ragno”: “Ma ci fu chi continuerà nella via di quelle prima frammentaria epopea contemporanea: in genere furono i più isolati, i meno inseriti a conservare quella forza. E fu il più isolato di tutti che riuscì fare il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se l’aspettava, Beppe Fenoglio, e arrivato a scriverlo e nemmeno a finirlo (“Una questione privata”) e morirà prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant’anni. Il libro che la nostra generazione voleva adesso c’è “. Tuttavia, per non fraintendere quale fosse il senso letterario e umano di questa epopea per Fenoglio, non è inutile aggiungere una precisazione. Spesso si è tentati dalla scorciatoia di collocare il politico di uno scrittore dentro un partito o una tesi ideologica. Fenoglio non era sfiorato dall’intenzione di sollevare da sinistra un problema politico in casa comunista, perché non era comunista.
Era stato un partigiano badogliano, assistente di campo di Enrico Martini Mauro, il capo delle formazioni combattenti che si rifacevano all’esercito regio. Sul piano della quotidianità non si è mai mosso da Alba, che è la capitale degli affari di una ricca area ad economia agricola specializzata, dove le imprese a carattere industriale, come la Ferrero, la Vestebene, i Paolini, che stampano Famigli Cristiana, sono per i lavoratori una componente integrata di un’economia famigliare tradizionale.
Beppe Fenoglio ha fatto un discorso letterario politicizzato non perché ha usato le parole d’ordine dei partiti, ma perché non le ha usate.
E’ questo a fare di lui quello che Calvino definiva isolato e, potremmo aggiungere, un non arruolato.
Oggi le parole d’ordine sono cambiate, la letteratura omologata ha adottato quelle del politicamente corretto in modo da rendere alla propaganda un servizio indiretto, compiacendo il lettore-consumatore.
Beppe Fenoglio era un uomo diretto, brusco, a volte scostante, era simpatico perché non faceva sforzi per esserlo. Non sarebbe stato un buon televenditore.
L’intelligenza e la libertà nel lavoro teatrale che andrà in scena nel bellissimo Teatro Pergolesi di Jesi venerdì prossimo, sono non solo eccezionali per i tempi in cui viviamo, ma ai limiti dell’eroismo. Come si potrebbe definire chi propone un testo di Beppe Fenoglio ad un pubblico assuefatto alla televisione, senza fargli un make-up da televendita? Appuntamento con una rivoluzione culturale?

Ugo Castagotto*
(* semiologo, tra i primi a studiare i linguaggi dei mass media. Ha insegnato nelle Università della Florida, di New York, di Toronto, di Uppsala. Monforte d’Alba.1941)

dal “Corriere Adriatico / Cultura e Spettacoli” di giovedì 27 marzo 2014

COMUNICATO STAMPA

 

ASPETTANDO ‘LA PAGA DEL SABATO’

In omaggio il romanzo “Casa Fenoglio” (ed.Sellerio)

 

Marisa Fenoglio, scrittrice, drammaturgo, sorella di Beppe, e Angelo d’Orsi, ordinario di Storia del pensiero politico dell’Università di Torino, saranno a Jesi venerdì 28, alla Sala Maggiore del Palazzio della Signoria, alle ore 18, per dare corso e corpo ad un incontro intitolato

ASPETTANDO LA PAGA DEL SABATO“.

Incontro in due parti, una di fila all’altra. La prima vedrà lo storico torinese riflettere sul tema “Intellettuali italiani dal fascismo alla resistenza”’; nella seconda la sorella di Beppe Fenoglio porterà il ricordo di una famiglia con due fratelli più grandi, un padre macellaio, la madre che tiene i cordoni della borsa: microcosmo antropologico di un tempo andato e che fu la famiglia Fenoglio. “Casa Fenoglio”’, come il suo primo romanzo, infatti e’intitolata la sua testimonianza.

Il Centro Calamandrei, nell’occasione regalerà ai presenti, sicuri spettatori della pièce serale al Pergolesi, una copia di “Casa Fenoglio” (edizioni Sellerio). Anche con questa iniziativa si vuole sottolineare l’importanza della ‘scommessa’ culturale de “La paga del sabato” di Beppe Fenoglio, che per la prima volta viene portata sul palcoscenico e che spinge la sorella dell’autore, che vive da oltre 50 anni in Germania, a rientrare in Italia per assistervi e lo storico torinese a tornare, dopo poche settimane, a Jesi, interessato anche a valutare l’inserimento dello spettacolo teatrale all’interno della prossima edizione di “FestivalStoria”, da lui diretto.

Una  scommessa che pare vinta almeno al botteghino, dove gli studenti hanno già’ ampiamente coperto tutto lo spazio loro riservato (oltre un terzo dei posti) e dove il pubblico adulto sta rispondendo con molto interesse. Quindi, per una rappresentazione unica, ultimi posti disponibili alla biglietteria del Teatro Pergolesi   (piazza della  Repubblica  – telef. 0731 206888). Il romanzo “La paga del sabato” (ediz.Einaudi) in omaggio a tutti gli spettatori. – biglietteria@fpsjesi.com ) –

Presenta lo spettacolo, alle ore 21, Lidia Ravera, Assessore alla Cultura della Regione Lazio.

Produzione: Centro Studi P. Calamandrei. Compagnia teatrale: Diremare di Firenze. Canti e chitarre degli stranoti Onafifetti. Disegno delle luci del toscano Alessio Vallotti. Sul palcoscenico: Alessandro Varrucciu, che e’ anche il regista, Francesca Uguzzoni e Silvia Uguzzoni.

Biglietto unico: euro 18.

TEATRO

Jesi – Chi conosce la prosa di Beppe Fenoglio sa quanto spigolosa sia la sua grammatica, arcaica la sua voce, musicali i suoi dialoghi. “La paga del sabato” ad esempio, di cui venerdì 28 marzo andrà in scena una trasposizione per il teatro curata da Diremare Teatro e promossa dal Centro Calamandrei di Jesi, è una delle primissime prove dello scrittore partigiano e ha già tutte le qualità che negli anni porteranno il nome di Fenoglio tra i grandi delle lettere italiane. Il perché proverà a raccontarlo, con una introduzione, la scrittrice Lidia Ravera, piemontese come Fenoglio e come lui autrice di un romanzo che porta addosso i segni di un’intera generazione. Perché “La paga del sabato” è prima di tutto il romanzo di una generazione, quella dei giovani reduci che avevano lasciato sui monti della resistenza sogni, speranze e illusioni e che, tornati a casa, non riuscivano a reinserirsi nel mondo e nella società dei normali. Il 28 marzo il Centro Calamandrei saprà se avrà vinto la doppia sfida de “La paga del sabato”: da un lato, lo spettacolo da un testo che non è nato per il teatro, dall’altro l’operazione culturale che sta dietro allo spettacolo stesso, che ha consentito l’omaggio del romanzo con il biglietto, mettendo così gli spettatori in grado di essere i primi diretti “recensori” di tutta l’operazione stessa.
“La paga del sabato”, con Francesca Uguzzoni, Sara Uguzzoni, Alessandro Varrucciu e gli Onafifetti. Venerdì 28 marzo, Teatro Pergolesi di Jesi. Biglietti: 18 euro. Info:0731/206888. Inizio spettacolo ore 21
Silvia Barocci

da “Il Messaggero / Giorno & Notte“ di venerdì 14 marzo 2014

RAVERA e ONAFIFETTI
per la “PAGA DEL SABATO” di FENOGLIO

da “Il Corriere Adriatico / giorno e notte / Week End” del 14 marzo 2014

 

LA PAGA DEL SABATO” IN PRIMA AL PERGOLESI
CON DIREMARE DI FIRENZE E GLI ONAFIFETTI

LA POETICA DI BEPPE FENOGLIO
DIVENTA SPETTACOLO

da “Voce della Vallesina” del 16 marzo 2014

l’appuntamento è per venerdi 25 marzo al Pergolesi

LIDIA RAVERA A JESI PER PRESENTARE LA PAGA DEL SABATO DI FENOGLIO

dal “Corriere Adriatico / Cultura e Spettacoli” del 12 marzo 2014

COMUNICATO STAMPA

Il Centro Studi Piero Calamandrei
porta il più bel romanzo di Fenoglio
sul palcoscenico del Teatro Pergolesi

Jesi, 13/03/2014

“La paga del sabato”, romanzo breve di Beppe Fenoglio scritto alla fine degli anni Quaranta, fu ritrovato nel 1969 da Maria Corti nelle carte del fondo Fenoglio alla casa editrice Einaudi e edito a vent’anni dalla sua stesura. Il testo, giudicato da Elio Vittorini ancora acerbo e immaturo, “troppo cinematorgrafico” per meritare una pubblicazione integrale, è in realtà una delle prove più alte del grande scrittore piemontese, il vero gioiello della produzione di Fenoglio. Un gioiello per il quale il Centro Studi Piero Calamandrei, con un’ardita e originale operazione culturale, ha curato e promosso un adattamento teatrale che andrà in scena venerdì 28 Marzo alle 21,00 al Teatro Pergolesi, con il sostegno del Comune di Jesi, della Regione Marche, della CNH Italia e di Clabogroup e inserito nel cartellone ufficiale Amat della stagione di prosa 2013-2014 del massimo jesino.

“La paga del sabato” è un testo perfetto proprio per il montaggio “cinematografico” che ne connota una modernità forse troppo prematura per i tempi, con dialoghi, secondo Alessandro Baricco, “…degni di un Hemingway ma (…) con una grammatica spigolosa, una voce arcaica, e una musica da balera autunnale e lontana”. E’ la voce arcaica del mondo contadino delle langhe piemontesi, la terra di Fenoglio e l’ambiente dove si svolge la vicenda del protagonista, Ettore, un reduce dalla lotta partigiana incapace di chiudere quella esperienza e di tornare alla vita normale. Ettore trascorre lunghe giornate inquiete e inattive, segnate da vivaci contrasti con la madre, dall’amore per Vanda, dal coinvolgimento in traffici loschi, fino al tragico epilogo. E’ il romanzo di un giovane disadattato, denso di atmosfere da film noir affini a un’ambientazione più americana che piemontese e che il regista e interprete Alessandro Varrucciu ha travasato in un magistrale adattamento teatrale, ultima tappa di un viaggio compiuto dalla compagnia Diremare Teatro all’interno dell’universo fenogliano: da “Una questione privata” attraverso “L’imboscata” fino alla “Paga del sabato”.

A fare da guida attraverso l’universo poetico di Beppe Fenoglio sarà Lidia Ravera, l’autrice del celebre “Porci con le ali”, che, prima dell’apertura del sipario, davanti al pubblico del Pergolesi, spiegherà le ragioni che hanno spinto il “Calamandrei” a curare e promuovere questa riduzione teatrale e a regalare a tutti gli spettatori una copia del romanzo, ricordando in questo modo il Settantesimo anniversario della lotta partigiana e della liberazione di Jesi.

Info: Biglietteria del Teatro GB Pergolesi – 0731 20 68 88

Torino, i giovani e la rivoluzione: sarà Lidia Ravera a introdurre venerdì 28 marzo lo spettacolo “La paga del sabato” (fuori abbonamento), dal romanzo di Beppe Fenoglio che il Centro studi Piero Calamandrei di Jesi ha scelto per celebrare il settantesimo anniversario della Resistenza. Autrice come Fenoglio del “romanzo di una generazione”, Ravera esordì prestissimo (nel 1976 a 25 anni) con il bestseller “Porci con le ali”. Diario sessuo-politico di due adolescenti scritto a quattro mani con Marco Lombardo Radice, confermando poi con una lunga ed intensa carriera le sue doti di scrittrice, saggista e giornalista. Dal marzo 2013 è assessore alla Cultura ed allo Sport della giunta regionale del Lazio con la squadra di Nicola Zingaretti: scrittura ed impegno politico vanno di pari passo come in Fenoglio, partigiano prima ancora che uomo di lettere, militante nelle formazioni autonome operanti nella zona delle Langhe e poi, nel dopoguerra, autore di libri fondamentali nella narrazione dell’epopea resistenziale. ” Parlando dello spettacolo – si legge in una nota del centro studi – la Ravera spiegherà, valorizzandole, le ragioni che hanno spinto il Calamandrei a curare e promuovere questa riduzione teatrale e a regalare a tutti gli spettatori una copia del romanzo, ricordando in questo modo il Settantesimo anniversario della lotta partigiana e della liberazione di Jesi”. Allo spettacolo diretto da Alessandro Varrucciu di Diremare teatro, anche gli Onafifetti: da 6 a 18 euro. info 0731/206888.

S.Bar.

da “Il Messaggero / Giorno & Notte” di martedì 25 febbraio 2014

da la “Voce della Vallesina” di domenica 23 febbraio 2014

Comunicato stampa

Jesi, 19/02/2014

Il Centro Studi Piero Calamandrei fa centro ancora una volta e porta a Jesi un grande nome della letteratura e dell’intellighenzia italiana per la prima dello spettacolo che chiuderà fuori abbonamento la stagione di prosa 2013/2014 del Teatro GB Pergolesi. Sarà Lidia Ravera, l’autrice del celebre romanzo “Porci con le ali. Diario sessuo-politico di due adolescenti”, a presentare, alle ore 21 di venerdì 28 Marzo, agli spettatori della prima “La paga del sabato”, la piece tratta dal bellissimo romanzo di Beppe Fenoglio la cui riduzione teatrale è stata curata e promossa dal “Calamandrei”. La Ravera, scrittrice e saggista prolifica, giornalista e ora Assessore alla Cultura nella giunta regionale del Lazio guidata da Nicola Zingaretti, rappresentò nel 1976 con il suo “Porci con le ali” un vero e proprio caso letterario, in particolare per il linguaggio e il contenuto esplicito di situazioni intime con cui delineava un ruvido e disincantato ritratto della generazione del sessantotto attraverso la storia d’amore tra due adolescenti. La celebre scrittrice parlerà prima dell’apertura del sipario de “La paga del sabato”, uno dei romanzi più intensamenti segnati dalla poetica di Fenoglio, partigiano prima ancora che uomo di lettere, militante nelle formazioni autonome operanti nella zona delle Langhe e poi, nel dopoguerra, autore di libri fondamentali nella narrazione dell’epopea resistenziale come “I ventitrè giorni della città di Alba”, “Il partigiano Johnny” e appunto “La paga del sabato”. Parlando poi dello spettacolo, la Ravera spiegherà, valorizzandole, le ragioni che hanno spinto il “Calamandrei” a curare e promuovere questa riduzione teatrale e a regalare a tutti gli spettatori una copia del romanzo, ricordando in questo modo il Settantesimo anniversario della lotta partigiana e della liberazione di Jesi.

Centro Studi Calamandrei

ALDO CAZZULLO / Italia sì, Italia no

NO In tutta Europa ……..
NO Quanto a Scal ……….
SI Per fortuna …………

SI Beppe Fenoglio è scrittore molto citato e, nella realtà, poco conosciuto. Tutti parlano del Partigiano Johnny, libro bellissimo ma incompiuto; e si leggono meno lavori importanti come La paga del sabato. Ora il Centro Studi Calamandrei lo porta a teatro (dopo aver prodotto senza fini di lucro sette pièce in cinque anni sul tema della memoria). Prima nazionale il 28 marzo prossimo a Jesi: metà teatro riservato agli studenti, una copia del libro (pubblicato da Einaudi) in omaggio agli spettatori.

Si Chi ha conosciuto ……..


dal “
Corriere della Sera / Sette” di venerdì 07 febbraio 2014

“La Paga del sabato” di Fenoglio
agli spettatori del 28 marzo

IL CENTRO CALAMANDREI
REGALA UN LIBRO

“ Io non mi trovo in questa vita perché ho fatto la guerra. Ricordatene sempre che io ho fatto la guerra, e la guerra mi ha cambiato, mi ha rotto l’abitudine a questa vita qui. Io lo capivo fin d’allora che non mi sarei più ritrovato in questa vita qui.” Così Ettore, 22enne ex partigiano, nelle primissime pagine de “La paga del sabato”, il primo romanzo, il romanzo giovanile di Beppe Fenoglio (1949), pubblicato postumo ventanni dopo, nel 1969, perché in prima battuta Vittorini, la gran vestale letteraria della Einaudi, lo aveva respinto trovandolo “troppo cinematografico” (!).
Lorenzo Mondo, su “La Stampa” del 6 luglio 1969, scriveva: “… l’energia, il piglio asciutto della frase appartengono già al migliore Fenoglio, soprattutto l’incalzante progressione dei fatti verso un destino imprevedibile, fulminato da un cielo vuoto. E almeno le figure della madre e di Bianco sono di rara potenza”. Geno Pampaloni sul “Corriere della sera” del 7 settembre sempre del 1969: ”E tuttavia il tema portante, quello su cui regge il significato poetico del libro è: l’irrequietezza, l’irritazione, lo scontento di chi ritorna dalla guerra e stenta ad integrarsi nella mediocrità dell’esistenza quotidiana, sino a che, con la complicità dell’amore, il dopoguerra gli si spegne nell’animo e quella stessa mediocrità gli appare come un virile compito della speranza. Tema tutt’altro che nuovo, ma che Fenoglio rivive con finezza di verità, specie nella parte negativa”. Paolo Milano su “L’Espresso” del 14 settembre, sottolinea il motivo dell’odio per il lavoro servile, la sete di vita libera e il tema “ genuino, e intonato sempre giusto, della crudeltà e violenza…, attrattiva fascinosa e insieme dimensione famigliare, modo per esprimere il dominio sugli altri ma anche il controllo di se: la tensione del protagonista è sempre quella di chi vuole stringere la vita in pugno”. Su il “Ponte” n.9, 1969, Gina Lagorio: “Tutta la storia vive non costretta in schemi letterari, ha un respiro libero e vero: non ci sono personaggi di una tipologia abusata, il bene e il male vi si mescolano come nella realtà quotidiana: Vanda ama con innocente tenerezza, ma si abbandona alla sensualità dei suoi vent’anni. La madre continua a perseguire un suo faticoso disegno di tranquillità economica, ma non ha perduto la sua femminile capacità di perdono e di comprensione… La paga del sabatoè una storia di impianto neoverista senza in realtà esserlo. Ci sono gli elementi consueti, è vero, l’ambiente paesano, una precisa realtà piemontese, cè la Resistenza e la guerra, motivi presenti, ma sfumati nel ricordo che colora d’inaccettabilità il presente, ma c’è soprattutto la carica d’umanità di Fenoglio, che scava nei suoi personaggi fino a trovare la loro più fonda verità, che è psicologicamente individuale, ma si carica di nessi e legami universali”.

Da ultimo, Alessandro Baricco su “La Repubblica” del 4 novembre 2012, ha scritto: “Ogni tanto, quando giro per il mondo, accade che mi chiedono chi sono per me i grandi della letteratura italiana. Si aspettano di sentirsi dire Calvino, perché la cosa li rassicura. Io, per perfidia, Calvino non lo cito mai, e al posto dico:be’, naturalmente Fenoglio. Mai una volta che ne abbiano sentito parlare… La prendono per una mia stranezza . Lui, invece, grande lo era davvero… I più sanno del Partigiano Johnny; ma probabilmente il meglio che lui ha scritto è in alcuni dei suoi racconti, e forse nel romanzo breve Una questione privata. Poi c’è una piccola setta che segretamente sa come stanno realmente le cose: il vero gioiello è La paga del sabato… Ricordo di averlo iniziato senza particolari attese, giusto contento che ci fosse qualche rimasuglio fenogliano da scoprire ancora: e invece era il libro perfetto. Troppo cinematografico, aveva sentenziato Vittorini (era il 1950). Vedi come è strana l’intelligenza… La verità è che all’inizio degli anni cinquanta Fenoglio faceva, con naturalezza, il tipo di letteratura che, trent’anni dopo, sarebbe diventata la nuova letteratura italiana. Era maledettamente avanti. Ma, come i veri profeti, era anche sontuosamente antico, con quella sua lingua dura, arcaica, petrosa, velatamente dialettale… Era il futuro e il passato, simultaneamente, era città e campagna, alba e tramonto: una cosa che riesce a pochissimi.Nella paga del sabato raccontò la storia di uno di quelli che, giovanissimi, erano tornati dalla Resistenza, e nella vita normale non si erano trovati più. Disadattati… Se da tutto questo traiamo un privilegio, questo è probabilmente un certo sguardo d’acciaio e dolcissimo sul dolore, una specie di confidenza. Fenoglio è quello sguardo, lo è in ogni singola riga, e lo è con una precisione e una maestria che io non riconosco a nessun altro”
Mi piace ritornare indietro e concludere questa carrellata di commenti con quanto Italo Calvino scrisse a Beppe Fenoglio il 2 novembre 1950, una lettera recensione su ‘La paga del sabato’: ”sai centrare situazione psicologiche particolarissime con una sicurezza che davvero mi sembra rara. I rapporti di Ettore con la madre e col padre, quei litigi, quei desinare in famiglia, e anche i rapporti con Vanda, e tutto il personaggio di Ettore; e certe cose della rivalità Ettore-Palmo… Non ultimo merito è quello di documento della storia di una generazione; l’aver parlato per la prima volta con rigorosa chiarezza del problema morale di tanti giovani ex partigiani. Tu non dai giudizi espliciti, ma come dev’essere, la morale è tutta implicita nel racconto, ed è quanto io credo debba fare lo scrittore”.
Perché parliamo tanto di questo libro? Perché il Centro Studi Calamandrei ne darà una copia in omaggio ad ogni spettatore dello spettacolo teatrale “La paga del sabato” di venerdì 28 marzo al Pergolesi di Jesi. La Casa Editrice Einaudi ha capito le nostre intenzioni, il progetto, lo sforzo: ci è venuta incontro, aiutandoci. E’ la prima volta in Italia che ogni spettatore della pièce potrà confrontare come e quanto una storia, un clima, un autore siano stati capiti, proposti, rispettati, dalla drammaturgia teatrale e dai suoi interpreti.
L’azzardo su Fenoglio (scrittore tosto) e su “La paga del sabato” (testo esso pure tosto) c’è tutto. Ma c’è tutta anche la voglia di fare teatro colto, teatro di parola, teatro per i palati fini, ma di questo se ne parlerà dopo… e non potremmo essere noi a farlo.
Gian Franco Berti

da “La Voce della Vallesina” di domenica 9 febbraio 2014

L’omaggio di Einaudi e Centro Calamandrei
ai 680 paganti per la prima al Pergolesi

“La paga del sabato”
il volume di Fenoglio in regalo

Jesi – Spettatori e critici insieme a teatro con una iniziativa congiunta del Centro Piero Calamandrei e dell’editore Einaudi: in vista della prima teatrale  di “La paga del sabato” (28 marzo al Teatro Pergolesi) a tutti gli spettatori verrà dato in omaggio il romanzo al momento dell’acquisto del biglietto. “ E’ la prima volta – dice il presidente del Centro Calamandrei Gian Franco Berti – che un libro appena ristampato nel 2013 viene regalato a 680 spettatori. E’ la prima volta in Italia che ogni spettatore della pièce potrà confrontare come e quanto una storia, un clima, un autore siano stati capiti, proposti, rispettati, dalla drammaturgia teatrale e dai suoi interpreti. L’azzardo su Fenoglio e su “La paga del Sabato” c’è tutto. Ma c’è tutta anche la voglia di fare teatro colto, teatro di parola, teatro dei palati fini”.
Il romanzo bocciato da Vittorini e pubblicato postumo solo nel 1969, ricevette fin da subito il plauso di Italo Calvino e Natalia Ginzburg, fino al giudizio di Alessandro Barico che in un commento del 2012 l’ha definito il libro perfetto. “La paga del sabato”, come scrisse Geno Pampaloni, ” è il romanzo dell’irrequietezza, dell’irritazione e dello scontento di chi torna dalla guerra e stenta ad integrarsi nella mediocrità del quotidiano”.
Silvia Barocci

da “il Messaggero / Giorno & Notte” di venerdì 7.02.2014

originale iniziativa del centro studi calamandrei
legata al testo di beppe fenoglio

“LA PAGA DEL SABATO”:
VAI A TEATRO E HAI ANCHE IL LIBRO

Jesi – Nel settantesimo anniversari della lotta partigiana e a poca distanza dal 50ennale della morte di Beppe Fenoglio, il centro studi Calamandrei, in collaborazione con la casa editrice Einaudi, propone un viaggio nella memoria, letterario e teatrale.
“La paga del sabato, una delle primissime prove di Beppe Fenoglio (scritto nel 1949-50, ma rimasto inedito fino al 1969) sarà messo in scena in prima nazionale al teatro Pergolesi di Jesi, il 28 marzo alle 21 nell’ambito della stagione di prosa della Fondazione Pergolesi Spontini in collaborazione con l’Amat. E proprio in occasione della prima, il centro studi Calamandrei, alla sua settima produzione teatrale, lancia, assieme alla casa editrice Einaudi, un’iniziativa letteraria volta sia all’approfondimento dell’opera di Fenoglio sia del tema proposto nelle pagine da “La paga del sabato”. Quello appunto del reducismo e della lotta partigiana.
A tutti gli spettatori (paganti e studenti) verrà consegnata gratuitamente  – spiega il presidente del centro studi Calamandrei Gian Franco Berti – una copia del libro.
“Lo scavo della memoria è il nostro mandato per questo ci facciamo carico di una importante e qualificata operazione culturale che, unica in Italia, mira a rendere confrontabile, per tutto il pubblico il prodotto finale teatrale con quello originale letterario. Ed è anche un modo meno retorico di celebrare i 70 anni della lotta partigiana e della Resistenza”. Info.0731 206888
Sa.fe
dal “Resto del Carlino / Cultura e Spettacoli ” di  giovedì 6.02.2014

L’iniziativa del Calamandrei e Einaudi con
“Paga del sabato” che diventa una pièce

IL LIBRO DI FENOGLIO
PER CHI VA A TEATRO

Jesi – Un’ importante e qualificata operazione culturale, unica in Italia, nel segno di Beppe Fenoglio. Il Centro Studi Piero Calamandrei di Jesi che, in collaborazione con la Casa Editrice Einaudi di Torino e assistito dalla Fondazione Pergolesi Spontini, lancia l’iniziativa della promozione del libro “La paga del sabato” di Beppe Fenoglio. Dal testo è tratto l’adattamento della pièce teatrale con lo stesso titolo, prodotta dal “Calamandrei”, che andrà in scena al Teatro Pergolesi il 28 marzo alle 21, in prima nazionale. “ E’ un’importante operazione culturale – spiega il presidente del Calamandrei Gian Franco Berti – che ha l’obiettivo di rendere confrontabile, per un vasto pubblico di studenti e cittadini, il prodotto finale teatrale con quello originale letterario da cui siamo partiti. Ed è anche un modo meno retorico di celebrare i 70 anni della lotta partigiana e della Resistenza”.
lo spettacolo andrà in un doppio anniversario: il settantesimo della lotta partigiana e apoca distanza dal cinquantennale della morte di Beppe Fenoglio. Un viaggio nella memoria, letterario e teatrale, alla scoperta di “La paga del sabato”, una delle primissime prove letterarie di Fenoglio. Scritto nel 1949.50 insiema ai “Venti giorni della città di Alba”, rimase inedito fino al 1969, per poi essere pubblicato da Einaudi. Giudicato severamente da Elio Vittorini che ne stigmatizzò il taglio cinematografico spingendo l’autore a sacrificarlo in favore di due racconti, il romanzo appare oggi rivalutato, tanto da essere definito da Alessandro Baricco “il vero gioiello” della narrativa fenogliana.
Rappresenta per certi versi il seguito delle vicende della guerra partigiana che Fenoglio aveva mirabilmente raccontato ne “ Il partigiano Johnny”………
Talita Frezzi

dal “Corriere Adriatico / Cultura e Spettacoli ” di giovedì 6.02.2014

ALESSANDRO VARRUCCIU
CURA ADATTAMENTO E REGIA
DELLO SPETTACOLO IN SCENA A JESI

“La paga del sabato” prodotto dal Centro studi Calamandrei di Jesi in riduzione teatrale andrà in scena in prima nazionale al Teatro Pergolesi il 28 marzo alle ore 21 nell’ambito della Stagione Teatrale 2013-2014 della Fondazione Pergolesi Spontini in collaborazione con l’Amat.
Alessandro Varrucciu cura l’adattamento e la regia dello spettacolo che lo vede in scena accanto a Francesca Uguzzoni, Silvia Uguzzoni e gli Onafifetti, i quali tornano a collaborare con il Calamandrei.
In occasione della prima, il Centro Studi Calamandrei – alla sua settima produzione teatrale – lancia assieme alla Casa Editrice Einaudi una iniziativa letteraria finalizzata all’approfondimento sia dell’opera di Fenoglio sia del tema proposto nelle pagine de “La paga del sabato”, quello appunto del reducismo e della lotta partigiana: a tutti gli spettatori della serata verrà consegnata una copia del libro, gratuitamente. Il libro sarà consegnato in omaggio agli spettatori al momento dell’acquisto del biglietto. Alla serata interverrà una massiccia rappresentanza di studenti delle quinte classi delle scuole superiori jesine – info 0731 202944

dal “Corriere Adriatico / Cultura e Spettacoli ” di giovedì 6.02.2014

“LA PAGA DEL SABATO” ENTRA, FUORI ABBONAMENTO,
NEL CARTELLONE DELLA STAGIONE DI PROSA
AL PERGOLESI DI JESI

IL CALAMANDREI
PORTA IN SCENA
IL “LIBRO PERFETTO”
DI BEPPE FENOGLIO
Margherita Teodori

 

A cinquantanni dalla prematura scomparsa di Beppe Fenoglio, il Centro Piero Calamandrei di Jesi produce e porta sulla scena in prima nazionale quella che Calvino definì la storia di una generazione: l’opera giovanile “La paga del sabato”. Al lavoro la compagnia toscana Diremare Teatro, che da quattro anni lavora su un autore per niente facile, per niente “piacione”, ma piuttosto introspettivo e complesso: Beppe Fenoglio. “ Il lavoro – afferma Alessandro Varrucciu – nasce dall’amore per le sue storie, ma anche da come lo scrittore seppe costruire le sue narrazioni in modo così efficace e complicato”.

Fenoglio, che si unì alle prime formazioni partigiane ne gennaio del ’44, dedica gran parte della sua produzione artistico-letteraria ai temi della resistenza, del reducismo, svuota i suoi testi da intenti propagandistici e riserva spazio d’ampio respiro alla figura del partigiano incapace di reinserirsi in una società in cui non si riconosce più.
La compagnia fiorentina attenta in maniera quasi maniacale ai complessi testi dello scrittore, sceglie di operare su quello che Baricco definisce il vero gioiello della narrativa fenogliana: “La paga del sabato”:
L’opera, pubblicata postuma, racconta la storia di Ettore, un ex partigiano che fatica a rientrare nella quotidianità della vita del dopoguerra, incapace di adattarsi all’attività lavorativa che si contrappone significativamente all’ideale della lotta partigiana. Deciso a consentire una vita economicamente dignitosa alla fidanzata Vanda, Ettore collabora con Bianco, ex partigiano anch’egli, dedito a traffici illegali. I due diventano in tal modo dei veri e proprio gangster, si macchiano di delitti vari e la trama torna a ricordare i film noir il cui svolgimento presenta un ritmo sostenuto e senza intralci di sorta.
Ma “La paga del sabato” è anche una storia d’amore, quella tra Ettore e Vanda, dove il sesso e la sensualità trovano una loro dimensione chiara e preponderante.
L’adattamento teatrale interviene direttamente sulla struttura del romanzo originale, crea due percorsi distinti della storia del protagonista Ettore, quasi fossero due romanzi a se stanti, il Romanzo del reduce, e il Romanzo di Vanda, e solo nelle ultimissime battute, si ricongiungono per arrivare all’epilogo.
Lo spettacolo, così diviso in due sezioni, vede allora, da una parte, proprio la vicenda umana legata all’insoddisfazione del giovane protagonista Ettore, che preferisce trovare scorciatoie di comodo, illegali, ma di probabile, lusinghiero ed effimero successo, che non l’assoggettarsi alla “servile” routine di un lavoro regolare; dall’altra parte la storia di un amore più passionale che romantica e sentimentale con Vanda, presentato in modo diretto e realistico, concreto sin troppo, vista l’epoca di concepimento del romanzo.
La resistenza all’occupazione tedesca si è conclusa, ma la Liberazione non ha portato i benefici tanto attesi e sperati. Per la società italiana si apre un periodo di sconvolgimenti sociali che vedrà l’affermarsi di una nuova civiltà industriale, con il suo appariscente e contraddittorio progresso.
Due soli atti che riassumono le due più importanti espressioni di disadattamento sociale di Ettore, uomo di ieri e di oggi: il lavoro e l’amore. Tre soli attori, non senza mostrare una certa maestria, interpretano i cinque personaggi principali dell’opera. Ettore, giovane di poco più di vent’anni, da poco tornato dalla guerra e totalmente alieno ai costumi e ai modi di una società che sente aliena e fasulla, comunque diversa da ciò che lui è diventato. La madre di Ettore, incapace di comprendere le motivazioni del figlio e legata ad una mentalità pratica a lui inconcepibile. Bianco, compagno di Ettore, impegnato a “perdonare a rate” i comportamenti degli ex fascisti. Palmo, giovane al servizio di un Bianco, a cui la vita ha riservato le stesse esperienze avute da Ettore, ma la cui semplicità ed ignoranza sono allo stesso tempo croce e salvezza, da una verità che forse è meglio non comprendere. E infine Vanda, amante di Ettore, anch’essa in contrasto con le imposizioni della società in cui vive, sebbene per motivi diversi da quelli dell’uomo che ama.
La musica dello spumeggiante trio degli Onafifetti – così definita da Federico Bozzo – fungono da spartiacque tra le diverse parti recitate dove  uno stile da canzone  popolare narra l’impegno della lotta partigiana nel vivo dell’azione, ricordando continuamente allo spettatore ciò che altrettanto frequentemente si riaffaccia alla mente del protagonista.
La performance, portata in scena in anteprima sabato 10 agosto al Cortesi di Sirolo, ha riscosso un successo inaspettato, tanto che lo spettacolo è stato inserito nel cartellone della prosa 2013-2014 del Teatro Pergolesi di Jesi.
Il riuscitissimo evento è stato recensito da Francesco Dorello, musicologo e studioso d’arte che afferma: “ La decisione di trasferire sul palco un testo come La paga del sabato potrà sembrare un azzardo; come molto spesso avviene in tali frangenti, ma la genialità registica e le indubbie capacità di chi ha partorito questo adattamento hanno saputo trasformare l’azzardo in un’occasione non mancata per valorizzare quegli aspetti teatrali e, a tratti cinematografici che proprio Vittorini aveva allora evidenziato, anche se in senso critico e negativo”.
Lo stesso Francesco Romano, Professore del Liceo Classico di Rovereto, manifesta la sua ammirazione per la coraggiosa regia, la bravura dei tre interpreti, la scenografia limitata all’essenziale e la parola come universale comunicazione
“Una rappresentazione teatrale degna della grandezza dell’omonimo romanzo, e degna soprattutto dello spessore di uno dei maggiori scrittori della nostra letteratura del secondo ‘900 “ afferma l’ex Presidente della repubblica e onorario del Centro Calamandrei di Jesi, Carlo Azeglio Ciampi.
L’aggancio con il presente è evidente. “La paga del sabato” è infatti uno spaccato del reducismo post bellico e delle difficoltà del reinserimento nella società da parte dei partigiani. I disagi vissuti dagli ex combattenti, incapaci di chiudere quella esperienza e di tornare nella vita normale, “ si rispecchiano nei problemi dei giovani di oggi che si trovano di fronte al bivio di scene cruciali sul lavoro e il futuro, nodi – spiegano gli organizzatori – che mettono a nudo la precarietà dell’animo umano. E oggi più che mai è grande la tentazione di ricorrere a scorciatoie per arrivare subito ai facili guadagni”.
Un testo dunque, di grande introspezione psicologica, che si regge sull’inesauribile potere della parola, e lascia allo spettatore numerosi spunti di riflessione, trasferendo il dramma di un tempo andato, alla difficile situazione contemporanea.
Margherita Teodori

dalla “Voce della Vallesina” del 03.10.2013

Redazione

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