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Il Centro Studi Calamandrei
presenta
Teatroluce – Res Humanae
in
PROCESSO A MUSSOLINI
verbale del primo grande processo per criminali di guerra tenuto
a Londra nel 1944 o 1945
di Michael Foot
nell’adattamento per il palcoscenico di Alfio Bernabei
con Luca Cioccolanti, Michele Ceppi, Dante Ricci, Stefano Squadroni,
Claudio Belfiori, Simona Zavarella, Federica Bernardini Cirilli
e Maria Eugenia Bellagamba
regia di Paolo Pirani
| {flv}processomussolini{/flv} |
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Diego Mecenero
Il cancelliere della Corte: Benito Mussolini, cosa avete da dire? Vi dichiarate colpevole o innocente circa i crimini dichiarati nella accusa?
Gloria Fiorentini
Giovanni Filosa Jesi – Finalmente abbiamo visto “Processo a Mussolini”, presentato in prima nazionale al teatro Studio Valeria Moriconi di Jesi . Una piece che tutti aspettavamo. Uno spettacolo assordante per la mente, per i ricordi che navigano dentro ed assumono nuovi contorni e che, alla fine, sembra quasi dirci che i tempi che corrono ci costringono a cambiare, quotidianamente, parere sulla storia.
PROCESSO A MUSSOLINI |
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Il Centro Studi Piero Calamandrei di Jesi nasce nell'estate del 1987 per iniziativa di alcune persone che, pur con diverse esperienze di vita, si ritrovano per antica amicizia e forte necessità di operare nell'ambito dello sviluppo culturale della Comunità jesina.
I primi confronti sostenuti nell'ambito cittadino (interporto, arredo urbano, monumento a Federico II, ecc.) si scontrano con l'acquiescenza degli amministratori civici nei confronti della stagnazione culturale dei gruppi dominanti per cui non riescono a produrre risultati efficaci.
Ma il Centro Studi P.Calamandrei non si arrende anzi, nella sempre più larga partecipazione di cittadini che dimostrano nei suoi confronti un costante, ampio gradimento, allarga i propri orizzonti culturali e riesce a coinvolgere nella propria azione divulgativa eminenti personaggi a livello nazionale della cultura, della politica, dell'economia fornendo alla città di Jesi, ed anche, fuori di essa, una notevole quantità di acuti motivi di riflessione ed aggiornamento.
Negli ultimi anni l'attività culturale del Centro Studi P.Calamandrei si è arricchita, raggiungendo risultati molto alti, con la pubblicazione dei Quaderni di "Impresa e Società" prima ed "altrasocietà" adesso.
Il prof. Alessandro Galante Garrone, uno dei "Padri della Patria", ha accettato di rappresentare il Centro Studi P.Calamandrei assumendo l'incarico di Presidente Onorario fino alla sua morte. Anche la sua amica e compagna di lotta, Lucia Corti Ajmone Marsan, è stata illustre membro del Comitato dei Garanti fino al giorno della morte.
Dopo lunga vacanza, nel 2010 la Presidenza Onoraria è stata offerta al Sen. Carlo Azeglio Ciampi, Presidente Emerito della Repubblica, già Presidente del Consiglio, già Ministro del Tesoro, già Governatore della Banca d'Italia. Carica tenuta fino alla sua morte avvenuta nell'anno 2016
***
Al momento, gli organi direttivi del Centro Studi Piero Calamandrei di Jesi
sono i seguenti:
Presidente ad honorem
(vacante)
Comitato Esecutivo
Presidente: Gian Franco Berti
Vice Presidente: Valentina Conti
Segretario Generale: Sergio Cerioni -Tesoriere: Enrico Filonzi
Giovanni Bonafoni
Studi e Ricerche
Silvia Bertolotti - Francesca Chiarotto
Comunicazione ed Immagine
Francesca Tilio
Consiglio Direttivo
Gian Franco Berti - Valentina Conti - Sergio Cerioni - Giovanni Bonafoni
Enrico Filonzi - M.Cristina Casoni - Sissi Catalani - Laura Cavasassi
Serena Gambelli - Federico Pace - Giuseppe Piccini - Sabrina Valentini
Comitato Tecnico Garanti Attività Culturali
Paola Agosti - Cesare Annibaldi - Patrizia Antonicelli - Alfio Bernabei
Paolo Borgna - Silvia Calamandrei - Valentina Conti (presidente)
Italo De Curtis - Paolo Fedeli
Maria Teresa Pandolfi - Alberto Sinigaglia
Comitato Sostenitori
Maria Graziosi - Augusto Melappioni - Osvaldo Pirani
Lamberto Santini - Ennio Sensoli
la lettera del sen. Carlo Azeglio Ciampi al dott. Berti
Roma, 23 aprile 2010
Caro Berti,
desidero innanzitutto ringraziare Lei personalmente e per il Suo tramite il Centro Calamandrei di Jesi, dal quale mi è giunta la gradita proposta di assumerne la presidenza onoraria. Proposta che accolgo con grandissimo piacere e altrettanta emozione. Commosso e onorato di succedere a Sandro Galante Garrone: figura esemplare di militante civile di cui,come molti, avverto con intensità l'assenza; amico caro del quale mi mancano il calore, la saggezza, ma anche lo spirito indomito delle battaglie giovanili che fino all'ultimo giorno lo ha animato.
Sono onorato di assumere questo incarico pur consapevole che, data l'età e le limitazioni che essa m'impone, il mio contributo attivo al Centro Calamandrei sarà più che modesto. Grande, invece, è sin da ora la partecipazione ideale, la vicinanza spirituale. E' l'affinità che nasce da una comunanza di sentimenti, di aspirazioni, lungo una linea che si dipana dal primo al secondo Risorgimento e, giù, giù fino a un moto dell'anima, a una sete di conoscenza della nostra storia. Lo stesso impulso che spinge numerosi i giovani a partecipare alle iniziative del "Calamandrei"; desiderosi di apprendere storie e vicende di uomini e di donne molto diversi tra loro, ma accomunati da uno stesso ideale: una Italia unita; una Italia libera dall'oppressione della dittatura e dell'invasore; una Italia democratica e repubblicana.
Quest'anno saranno sessantacinque gli anni trascorsi da quella luminosa giornata che sancì la ritrovata libertà dell'Italia, finalmente riunita. Riflettiamo insieme sul significato pieno di questa data, sulla portata degli eventi che essa ricorda: in quella giornata gli Italiani sottoscrissero anche la scelta in favore dell'unità della Nazione; fu quasi un rinnovare tacito della volontà che altri italiani avevano espresso al termine delle lotte del Risorgimento. Per un anno l'Italia era stata spaccata in due parti; se tale condizione fosse stata condivisa dal sentimento popolare, era quella l'occasione per sancirla definitivamente. Così non fu.
Quella "festa grande di aprile" celebrava, celebra, un' Italia che si ritrovava libera e intera, dalle Alpi al Mediterraneo: è bello e giusto che oggi insieme, giovani e meno giovani, siate riuniti per ricordare, per riflettere, per guardare avanti.
Mi piace pensare che il teatro dove questa sera va in scena Festa grande sia gremito, proprio come si prefigurava Franco Antonicelli, di "un pubblico popolare; cioè un pubblico al quale le cose che rievoco stanno a cuore ".
Franco Antonicelli seppe trattare, come pochi, le cose "che stavano a cuore" agli uomini e alle donne ai quali si rivolgeva; come pochi seppe trovare le parole giuste; giuste, prima di tutto, perché sincere, sentite,vissute.
In proposito, conservo il ricordo di un discorso che Antonicelli tenne a Livorno nel 1967, per l'inaugurazione della Biblioteca dei Portuali. Più che del contenuto ho viva la memoria dell'immediatezza, della sincerità con le quali si rivolse al suo pubblico; del suo rispetto per i lavoratori, non attenzione opportunistica, ancor meno benevolenza annoiata dell'intellettuale dispensatore di "verità". Antonicelli quel giorno trovò argomenti e accenti che stavano realmente a cuore a quegli uomini e lo fece parlando di libri; chiedendosi e chiedendo "che cosa può avere nella sua biblioteca una categoria di lavoratori del porto che deve diventare come ogni altro cittadino una possibile categoria dirigente? Cosa deve leggere un portuale che non vuol leggere soltanto così per diventare un pochino più colto?... Faccio solo degli esempi; e vi consiglio un libro semplicemente per una ragione: perché l'Italia è un paese dove il maggior pericolo , il maggior danno sempre presente è il conformismo".
Carissimi amici del "Calamandrei" se quel pericolo è realmente sempre presente, e personalmente credo lo sia, è indispensabile esercitare costantemente il discernimento; il senso critico: facoltà da educare, da coltivare ad ogni età, in ogni stagione della vita, con lo studio, le letture, la partecipazione, il confronto . In breve, con la cultura, se siamo convinti, con Herman Hesse - è lo stesso Antonicelli a segnalarcelo - che "la cultura ..presuppone qualcosa da coltivare: cioè un carattere, una personalità; il suo scopo, infatti, non è lo sviluppo di singole facoltà o rendimenti, ma essa ci aiuta a dare un senso alla nostra vita, a interpretare il passato, ad aprirci al futuro con coraggiosa prontezza".
Facciamo intimamente nostra questa proposizione; come la fecero loro "i nostri maggiori": Piero Calamandrei e Sandro Galante Garrone.
Grazie ancora e un abbraccio affettuoso a tutti.
Carlo Azeglio Ciampi
Contributi di natura pubblica ricevuti dal
"Centro Studi Piero Calamandrei" di Jesi :
1° - Comune di Jesi - € 1.000,00 - 13.07.2018 - contributo, per spettacolo teatrale
2° - Mibac - € 9.067,34 - 07.11.2018 -2 x 1000 associazioni culturali
Il sottoscritto Gian Franco Berti, presidente del "Centro Studi Piero Calamandrei" di Jesi , consapevole che la Legge 124 del 2017 richiede agli enti non profit la pubblicazione delle informazioni relative a sovvenzioni, incarichi, retribuzioni e comunque a vantaggi economici di qualunque genere ricevuti da enti e società pubbliche, dichiara che i dati sopra riportati relativi alle suddette risorse incassate nell'anno 2018 sono complete e rispondenti alla verità.
Jesi,26 febbraio 2019
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(Firenze 1889 - 1956)
Si laureò in legge a Pisa nel 1912. Insegnò nelle Università di Messina, Modena, Siena e, dal 1924 Firenze. Partecipò alla Grande Guerra come ufficiale, si congedò con il grado di capitano; successivamente fu promosso tenente colonnello.
Subito dopo l’avvento del fascismo fece parte del direttivo della Unione Nazionale fondata da Giovanni Amendola, impegnandosi attivamente nel movimento antifascista. Fondò con Gaetano Salvemini, i fratelli Rosselli ed Ernesto Rossi il Circolo della Cultura.
Durante il ventennio fu uno dei pochi professori universitari che non chiese la tessera del PNF.
Con Francesco Carnelutti ed Enrico Redenti fu tra i principali ispiratori del Codice di Procedura Civile del 1940 dove trovarono applicazione gli insegnamenti fondamentali della scuola di Chiovenda.
Si dimise dall’incarico di professore dell’università per non sottoscrivere una lettera di sottomissione al “duce” richiestagli dal Rettore. Collaborò alla rivista clandestina Non Mollare, nel 1941 aderì al movimento Giustizia e Libertà e nel 1942 fu tra i fondatori del Partito d’Azione.
Nominato nel 1943 Rettore dell’Università di Firenze fu colpito, dopo l’8 settembre, da un mandato di cattura per cui iniziò il suo incarico solo nel 1944, ad avvenuta liberazione di Firenze. Nel 1945 fondò la rivista politico-letteraria II Ponte.
Presidente del Consiglio Nazionale Forense dal 1946, fece parte dell’Assemblea Costituente in rappresentanza del Partito d’Azione. I suoi interventi nei dibattiti ebbero larga risonanza.
Nel 1948 fu deputato per Unità Socialista; nel 1953 partecipò alla fondazione del movimento Unità Popolare insieme a Ferruccio Parri, Tristano Codignola ed altri. Si battè, in Parlamento e fuori, per l’attuazione della Costituzione, per la distensione e l’unità europea.
Fu accademico dei lincei, direttore della Rivista di diritto processuale, della rivista Il foro toscano e del Commentario sistematico della Costituzione Italiana.
F i d u c i a
di Piero Calamandrei
[A ridosso del 25 aprile ripubblichiamo questo editoriale (apparso su «Il Ponte» del luglio 1945 a firma Il Pontema di Piero Calamandrei) in cui di fronte al disastro dell’Italia uscita dalla guerra si staglia l’azione di un uomo, Ferruccio Parri, che fu «qualcosa di più di un eroe: un uomo onesto».
Nella crisi odierna in cui «ci sarebbe da disperare cento volte», c’è ancora un uomo che sia qualcosa di più di un eroe?]
Salutiamo con animo consolato l’arrivo del “partigiano qualunque”, che senza iattanza e senza adorna eloquenza, ha riportato l’Italia sulla sua strada maestra.
Qualcuno, guardando alle apparenze, potrebbe credere che le cose non siano cambiate: c’è ancora, imposta dal di fuori, la “tregua istituzionale”; c’è ancora l’incarico conferito dal luogotenente; e intorno ai seggi ministeriali le stesse antiche risse di appetiti. Ma chi guarda alla sostanza, ha motivo di sentirsi confortato. La scelta è stata fatta ed imposta dal comitato di liberazione, cioè dal popolo: e quando Ferruccio Parri è salito dal luogotenente, all’apparente scopo di ricever da lui l’incarico, in realtà è andato a comunicargli che, per volontà degli Alleati, gli si consentiva di rimanere in carica ancora per l’ultima tappa del viaggio: alla fine del quale gli ha rispettosamente indicato, già ben visibile in fondo alla strada, l’arco della Costituente, e subito al di là di esso, necessaria premessa di giustizia sociale, la repubblica già nata.
Speriamo che il luogotenente abbia capito. Ma soprattutto è sperabile che abbiano capito gli Alleati: i quali, come hanno saputo apprezzare la prova di dignità civile data dal popolo italiano colla decisiva partecipazione dell’esercito partigiano alla guerra di liberazione, così dovranno valutare la prova di maturità politica data oggi dallo stesso popolo, che ha saputo così, senza bisogno di nuovo sangue, inserire negli sconvolti congegni costituzionali le forze rinnovatrici della sua rivoluzione democratica.
Qualche settimana fa Gaetano Salvemini ha pubblicato su un giornale americano un articolo per sfatare, al lume della storia, il diffuso pregiudizio che il popolo italiano non sia maturo per governarsi da sé coi congegni costituzionali della democrazia. Ma gli eventi di queste ultime settimane hanno dimostrato qualcosa di più: che il popolo italiano conserva tali forze morali da riuscire, anche quando questi congegni gli mancano, a trovare da sé, col suo equilibrio e la sua saggezza, una soluzione democratica della crisi più tragica della sua storia. I popoli che non hanno mai cessato di avere in piena efficienza i meccanismi parlamentari, che ad ogni occorrenza permettono alle forze politiche di contarsi e alla volontà della maggioranza di manifestarsi, non devono misurare il popolo italiano al loro metro: ma devono domandarsi quale altro popolo, coi soli mezzi costituzionali che ha attualmente l’Italia, colla rovina anche giuridica che l’ha devastata, avrebbe saputo fare di più. Il confronto con quel che avviene in altri stati europei, considerati finora politicamente più maturi del nostro, dà la risposta.
Bisogna rendersi conto, prima di giudicare, dell’immensità del nostro disastro politico.
Un popolo ridotto senza leggi, incatenato per forza, dalle necessità della guerra, al cadavere putrefatto delle istituzioni cadute, costretto a vivere, in questo troppo lungo periodo transitorio, tra lo schifo del passato e la irrequieta aspettazione di un avvenire ancora imprecisato ed incerto. In questa forzata inerzia, squilibri e contrasti, ognuno dei quali, in tempi normali, sarebbe parso insolubile: tra una tradizione accentratrice che non vuol rinunciare al suo dominio, e una febbre autonomistica che rischia di esasperarsi in separatismi; tra aspirazioni giovanili che sentono la necessità di un rinnovamento integrale, ma non sanno esattamente in che possa consistere, e vecchie resistenze conservatrici che risognano nello statuto albertino la salvaguardia dei loro privilegi; tra regioni dove il diverso indugiarsi della guerra clandestina ha prodotto un diverso grado di fusione rivoluzionaria, che rende estremamente arduo legare in un unico crogiuolo il metallo fuso e le scorie; tra un’epurazione di classe, che si è ridotta a togliere il pane a chi ha vissuto di lavoro, e l’impunità garantita a coloro che non si epurano perché vivono di rendita, ed a coloro, i più alti, che, essendo i veri responsabili, rimangono irresponsabili per definizione…
E poi umiliazioni esterne: lo sconforto di doverle accettare senza protestare, e di sentirle, ahimè, per gran parte meritate; non sapere ancora quale sarà la nostra sorte di vinti, non, sapere quali saranno i nostri confini. Sentirci da ogni parte incalzati dagli appetiti altrui, sentirci guardati con diffidenza, o tutt’al più, dagli amici, con pietà; e da consessi dove si discute di giustizia e di diritto, noi, che pure abbiamo dato al mondo l’idea del diritto, inesorabilmente messi al bando…
E poi, ancora, la rovina economica e morale: ogni famiglia una tragedia; la tubercolosi, la prostituzione, la fame. E lo scoramento, e la riluttanza a riabilitarsi al lavoro, e il malcostume fascista perpetuato sotto parvenze di antifascismo; e la corruzione dilagante, e l’indifferenza; e l’abitudine alla violenza, e insieme l’oblio, così pronto e incosciente, degli strazi, delle torture, delle deportazioni, delle “camere dei gas”. Come se nulla fosse avvenuto. E questa fiumana di gente sconsolata e tarata che torna senza capire; e il lugubre gracchiare dei corvi: «Vedete, si stava meglio prima».
Ci sarebbe da disperare cento volte. E invece, vedete, non si dispera. Parri non ha disperato: è arrivato a Roma colla sua semplicità, colla stessa naturalezza con cui un onesto impiegato va la mattina in ufficio, puntuale all’orario: per lavorare. Sei mesi fa un grande statista inglese (ma forse, come ha detto il Beveridge, in quel momento non era il “grande Churchill” che, parlava) descriveva i partigiani del nord come “uomini facinorosi decisi a tutto”: ecco, la guerra è finita, e il capo di questi partigiani assume il governo d’Italia. Anche Churchill si convincerà ora che quei partigiani non erano dei facinorosi: ma decisi a tutto sì, cioè decisi a servire l’Italia. Per questo Parri è arrivato a Roma a portarvi non parole, ma la luce del suo esempio: farà quel che potrà. Egli per vent’anni ha fatto ogni giorno, puntualmente, quel che poteva: per vent’anni, nella prigionia o nell’esilio sul mare con Rosselli o sulle montagne coi partigiani, egli è stato pronto ogni giorno a sacrificare, per il suo ideale, la vita. Qualcosa di più di un eroe: un uomo onesto.
È bastata la presenza di quest’uomo onesto, luminosa e chiara, a dissipare le nebbie: di fronte al suo esempio tutte le retoriche e tutte le accortezze dei rinascenti parlamentarismi hanno, alla fine, dovuto tacere. Troppo lunga una crisi durata due mesi? Ma due mesi non sono stati troppi se sono bastati, senza nuovi scontri, a darci la certezza della repubblica. Tutti i fumi asfissianti si sono dileguati, come avviene per certi congegni a base di ozono, che misteriosamente, appena messi in una stanza, rendono l’aria respirabile e pura.
Per nostra fortuna il fascismo non è riuscito ad ucciderli tutti, gli uomini come Parri. Da uno che ne hanno assassinato, ne sono nati cento. E basteranno quelli che sono rimasti a rinnovare l’Italia. Ognuno nella sua cerchia, anche modesta: alla testa del governo o alla testa di un’officina; su una cattedra o in oscuro impiego. Questo è l’essenziale: la buona fede, la serietà, l’impegno morale; la coerenza nelle piccole cose e nelle grandi tra il pensiero e l’azione.
Ma questa non è una novità. Lo insegnava Giuseppe Mazzini: che, come tutti dovrebbero sapere, non ha mai disperato degli italiani.
da "Il Ponte" del 3 maggio 2018





