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Il Centro Studi P.Calamandrei
presenta
da una idea di Gian Franco Berti
PAROLEPOTERE
un secolo e mezzo di storia di vinti
raccontato da
Chiara Caimmi
e dagli
Onafifetti Giovanni Filosa, Piergiorgio Memè e Mario Sardella
scenografia di
Ilaria Sebastianelli
drammaturgia e regia di
Simone Guerro

grafica di Francesca Tilio
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PAROLEPOTERE si avvale di un montaggio ruvido e in apparenza assurdo, immagini di benessere e di disperazione, di allegra cecità e nostalgica commiserazione. In scena due poli opposti: l'isolamento di una giovane donna e la patetica allegria di un gruppo di anziani.
Questo scontro è mediato dalle parole dei grandi "vinti" della storia della nostra nazione: Gramsci, Foa, Settembrini, i martiri della resistenza. Cosi come loro scrivevano dal carcere, la ragazza guarda il pubblico dalla reclusione nella sua stanza senza pareti, libera di una libertà che la uccide
Il Centro Studi Piero Calamandrei di Jesi ha introdotto da alcuni anni nella propria azione culturale il Teatro e i risultati, sostenuti inizialmente dal consenso dei concittadini e dal pubblico delle Marche, si stanno proiettano gradualmente sul territorio nazionale grazie ad una drammaturgia originale, centrata principalmente su temi di interesse sociale. La fiducia accordata dal presidente Gianfranco Berti a giovani di talento, la capacità di creare una rete fra teatri storici, ridanno vigore e speranza a tanti appassionati operatori di un settore che, in questi tempi di crisi, è particolarmente penalizzato dall'indifferenza e supponenza della politica.
GLI INTERPRETI
Chiara Caimmi è la giovane donna. Anconetana, sin dall'adolescenza si interessa di musical e teatro fisico. Dal 2005 prende parte ad incontri di training attoriale e contact improvisation organizzati dall’Associazione Teatro Terra di Nessuno di Ancona ed entra a far parte della compagnia come attrice e danzatrice interpretando Exabrupto, Frattali, Storie di sabbia e di rabbia, con la regia di Javier Cura. Si specializza nello studio della contact improvisation seguendo corsi e laboratori in particolare con Javier Cura e K.J. Holmes. E’ ammessa ad IFA-Inteatro Festival Academy 2008 e qui segue workshop di Nicola Humpel, Michele Abbondanza, Maria Donata D’Urso, Big Art Group e Benjamin Verdonk; prende parte all’Inteatro Festival 2008 nella sezione "Lavori Pubblici" creando la performance Cari(ll)on in collaborazione con Valeria Mastropasqua. E’ performer in Napoli. Primo passo nelle città di sotto della compagnia Muta Imago per il Napoli Teatro Festival Italia 2009.
Attualmente gestisce con l’Associazione Teatro Terra di Nessuno il centro artistico-culturale SopPalco di Castelfidardo. Collabora come interprete con le compagnie Muta Imago (Madeleine) e OHT (Delirious New York.
Gli Onafifetti interpretano i tre uomini anziani che "pascolano" in scena sull'erba sintetica. Il gruppo storico, fondato nel '68 da quattro scapestrati giovanissimi, Giovanni Filosa, Piergiorgio Memè e Mario Sardella ( Carlo Javarone è scomparso recentemente) rimane coeso e attivo fra teatri e cabaret fino ad oggi, sempre nel solco della satira sociale e politica. Sono gli stessi scapestrati di allora, non più giovanissimi ma carichi di esperienze meravigliose: dalle frequentazioni con Fabrizio De Andrè e i Gufi, alle esibizioni al Bagaglino di Roma, ai palcoscenici di tutta Italia e trasmettono via via al pubblico divertimento e riflessione ad ogni occasione d'incontro. Tanti gli spettacoli di canzoni politiche e di protesta, tra cui Per chi c'era e per chi non c'era, E adesso che ci siamo tutti. A cadenza triennale, dal '90 mettono in scena per il Pergolesi di Jesi Al Comune mezzo gaudio, Jesi ridens, Non si sa mai e Sotto a chi tocca. Tra agli spettacoli più recenti Enduring kabarett nel 2003 per l’ "Altstatdfest a Waiblingen in Germania dove ottengono uno straordinario successo di pubblico e critica. Nel 2008 festeggiano i 40 anni della loro storia con Si volta pagina. Negli ultimi tre anni partecipano alle celebrazioni per il 150° dell'Unità d'talia con spettacoli sulla resistenza. Al Memorial Galante Garrone presentano La festa grande di Aprile con repliche a Cuneo, Senigallia e Torino. Tanti i premi in carriera, tra cui Il Gufo d'oro, la Bombetta d'argento e tra i più prestigiosi, il premio Internazionale Federichino d'oro per il cabaret.
Per saperne di più: www .onafifetti.it
IL REGISTA
Simone Guerro è il regista. Ventiseienne, nato a Chiaravalle, subito dopo aver conseguito la maturità scientifica, sceglie senza esitazioni la strada del teatro. Frequenta i corsi di teatro all'Università La Sapienza di Roma, i laboratori permanenti sul metodo Strasberg al Duse, condotti da Francesca De Sapio e Vito Vinci. Si forma al mestiere di attore con Michail Znaniecki, Mauro Maggioni, Roberto Giannini e Pepe Robledo. Segue i laboratori Gaston Troian sulle Tecniche del Clown, frequenta i corsi estivi della compagnia Milon Mela, di Abani Biswas (danza Baul, Chow, danze marziali-Kalaripayattu, danza Gotipua), suona e compone musiche nel gruppo Rock-Progressive “Behind the Scenes” con il quale ha inciso il CD The Wizard Garden che ha ispirato la scrittura del testo teatrale Il giardino del mago di Serena Maffia.
Instancabile, in pochi anni consegue esperienze differenziate ma convergenti: da attore interpreta Metastasiana, Sogno di una notte di mezza estate, Borghese Gentiluomo e Mandragora (Festival delle Nazioni - Città di Castello) con la regia di Michail Znaniecki; Agave, regia di Daniele Boria; Musiche Per Un Treno a Vapore, regia di Roberto Recchia; Morfina Ultima Dea, regia di Serena Maffia; La Brocca Abbandonata, regia di Corrado Mangani; Una Storia Per Tutte Le Tasche, regia di Wanda di Maio; Enrico V, regia di Pippo Del Bono.
E' il mimo in Ape Musicale, regia di Michail Znaniecki; è il performer in Ascanio In Alba, sempre con la regia di Michail Znaniecki, in Arch Of Noah, realizzata da YEN a Yerevan (Armenia) e in Il lavoro Minorile Nella Pesca Murami, regia di Rossella Viti.
In qualità di autore scrive il soggetto de Il Giardino Del Mago ed è il regista dello spettacolo Come i Kamikaze di cui scrive anche soggetto e sceneggiatura. I suoi interessi professionali si orientano sempre più nel sociale e alla sensibilizzazione culturale nelle scuole. Ha svolto laboratori per le insegnanti di scuole materne per l’ETI a Roma ed è Operatore Teatrale della Rassegna Nazionale di Teatro Scuola organizzata dall’ ATG di SerraSanQuirico (AN).
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• www.centropierocalamandrei.it. •
parolepotere
" Noi tutto dobbiamo rifare, dalle case alle ferrovie, dai porti alle centrali elettriche, dall'industria ai campi di grano. Ma soprattutto, vedete, dobbiamo fare noi stessi. E' la premessa per tutto il resto".
Giacompo Ulivi, martire della Resistenza morto a 19 anni
Un montaggio ruvido e in apparenza assurdo di immagini di benessere e di disperazione, di allegra cecità e nostalgica commiserazione. In scena due poli opposti. L'isolamento di una ragazza giovane e la meschina allegria di un gruppo di anziani. Questo scontro è mediato dalle parole dei grandi "vinti" della storia della nostra nazione: Gramsci, Foa, Settembrini, i martiri della resistenza. Come loro scrivevano dal carcere, la giovane ragazza guarda il pubblico della reclusione nella sua stanza senza pareti, libera di una libertà che la uccide. I tre uomini, di due generazioni più grandi, pascolano tutt'intorno, in un prato di erba sintetica, cantando canzoni di protesta, celebrando sè stessi senza aver mai combattuto, ignorando la sofferenza che pur sta sotto i loro occhi.
Convivere senza parlarsi, ignorarsi nonostante l'imminenza del disastro.
A 150 anni dall'unità della nostra nazione, la vera unità è ancora da fare: quella delle persone



foto di Adriana Argalia
da "Primapagina"
PAROLEPOTERE, L’ITALIA STRANIERA IN PATRIA
L’Italia ha festeggiato i centocinquant’anni della propria Unità o della propria Fondazione? Perché per essere davvero nazione occorre essere soprattutto popolo, non solo terra o confini, espressione geografica, diplomazia. L’Italia che divenne una nel 1861 dovette attendere ancora prima di avere una capitale degna del proprio passato e, soprattutto, un popolo degno degli ideali nel Risorgimento. L’hanno chiamata sulla scena mondiale patrioti lombardi, veneti, emiliani, poi l’hanno lasciata lì, al caso del primo offerente demagogo: poco più di un feudo governato da una dinastia franco-piemontese. Cosa ne era della bella idea di Mazzini? Della vagheggiata Giovine Italia, della repubblicana, libera, affratellata, nazione? Poco meno che niente. Parolepotere ha disegnato questa figura en attendant, l’ha immaginata coi suo colori e i suoi dolori. Ha vestito Chiara Caimmi, l’attrice protagonista, di bianco rosso e verde. Sembrava di vedere un ritratto ottocentesco di giovane popolana danzare in scena come una debuttante al ballo. Un dipinto rubato di Hayez. Nata a Reggio Emilia, issata a Milano, poco certa di sé ma ardente di vestire tutti gli italiani: dalla terra dei Vespri a Trento e Trieste. La ‘bella popolana’ non sa però dove si trova. L’hanno messa su un piedistallo, sopra un palcoscenico/trono, da lì palesa tutta la sua paura e la curiosità delle vergine. E’ libera ma stranamente sola. Il popolo che la chiamava a gran voce... Dov’è? Dove sono finiti tutti? Ha voglia di dimenticare chi l’ha presa con la forza, quegli uomini lontani con facce straniere, elmi, spade, idee altrui. E’ libera. Libera, finalmente. “Mantenete le promesse, italiani: dateci la vera libertà, la democrazia, il lavoro, la speranza in un futuro migliore”. Ma gli italiani, si sa, latinano. Mancano come il respiro al vento del deserto. L’Italia nel suo primo secolo di vita trova accanto a sé solo la desolazione. Le canzoni che la accompagnano sono cantate da strani e curiosi esseri, improbabili. Gli Onafifetti. Cabarettisti. Comprimari sparsi in parole e musica che in scena dipingono con grande maestria schizzi di personaggi strampalati. L’Italia è derubata degli ideali. Viene sorseggiata, doveva essere amata. Sono occorse tre guerre d’indipendenza per distinguere il Chianti dal Barbaresco? Gli italiani delle Cinque Giornate si stanno ritrovando a Rimini per sciogliersi al sole? Non issano più bandiere ma ombrelloni? Non ascoltano più Verdi ma Al Bano. Due schieramenti senza arte né parte si scambiano battute di tennis appoggiati sulle quinte, probabilmente non saprebbero che fare altrimenti. Eppure provano. Provano. Gran brutta cosa, la noia? L’Italia è nel mezzo: la colpiscono. Lei tenta di difendersi. La colpiscono di nuovo. Non se ne accorge più, è abituata. Tristezze di tutti i giorni, di tutti i secoli. La dittatura, l’asservimento, un nuovo potere ha ripreso a logorarla. Il perpetuarsi della tirannia. Non sono più austriaci anche se hanno anche loro aquile negli stemmi. Ecco le nuove voci, allora. Nuovi oppressi sorgono, riprendono a urlare. Si riprende a combattere. “Dobbiamo debellare gli asservitori di idee, chi vuole costringere al silenzio. Siamo vinti in una terra di perdenti, Non arrendiamoci mai”. Scrivono per liberarsi i polsi. Mordono le assi del carcere per soddisfare la fame di libertà. Luigi Settembrini, Antonio Gramsci, Vittorio Foa, Alcide De Gasperi: come suona strano, oggi, che questi uomini siano stati prigionieri. Che siano stati costretti a pronunciare parole potenti quando il potere li opprimeva. Sono stati pure in punto di morte. Le parole lacerano il buio, nel Pergolesi, sono scandite come anni su uno schermo cinematografico. Capiamo che le nostre sedie traballano nel buio. Simone Guerro, il regista, ci fa sentire come nel parlatorio di un carcere. I detenuti si confessano. Noi ascoltiamo con levità, sono parole di morti, dopotutto. Non possono far così male.“Siamo un popolo fortunato, in fondo.”, ci sorprendiamo a pensare. Quelle urla non le sentiremo più. Ci è bastato impararle dai nostri padri. Che, con l’affanno dei loro anni, ci fanno sperare che l’epoca delle barbarie, quando il pensiero non era, non tornerà.
Stefano Cerioni *
(*) L'autore, milanese di ascendenze jesine, lavora nell’Università di Bologna ed è autore televisivo Mediaset
L'Italia si commuove davanti alla televisione guardando la fiction di Borsellino e poi continua ad insultare i magistrati. L'Italia ha il coraggio di rimpiangere persino Mussolini. L'Italia vive ancora sulla fama degli antichi romani. La "parte adulta e intellettuale" del popolo italiano (gli uomini e le donne che dovrebbero essere di esempio, i cinquantenni e sessantenni, gli unici che in Italia hanno incarichi decisionali all'interno di aziende e istituzioni) è fermo, emotivamente e fisicamente. Lo tiene in vita una malattia: la nostalgia. Un indefinito stato psicologico di tristezza e rimpianto per quello che (forse) era una volta. (Oltre, ovviamente, all'opportunismo)Anche il modo di vedere il futuro è nostalgico: meglio non cambiare niente, meglio non perdere niente. Una nostalgia che non è motore per ritrovare qualcosa di importante che si è perso, ma un sedativo romantico, lacrimevole e maledettamente falso dietro cui si nasconde la pigrizia di un popolo che ha ancora sviluppato neanche la minima consapevolezza di sè. Ecco perché i tre vecchi sul palco vanno al mare recitando parole di Settembrini. Sono convinti che tutto sia già stato combattuto che non siano chiamati più ad alcuna responsabilità. Una volta che, sotto il sole, coperti da ombrellone e occhiali, hanno ricordato qualche parola lontana (attività prediletta da assessori, ministri e presidenti) continuano a non far niente, nonostante l'imminenza del disastro sia palese a tutti (l'altra attrice sul palco). E' a questo punto che ascoltano Nostalgia Canaglia: per esorcizzare i loro sensi di colpa e confermare ulteriormente la legittimità del loro non agire-sentire-vivere.

foto di Adriana Argalia
da "La Voce della Vallesina" del 5 febbraio 2012
LE PAROLE COME SCULTURE:
IL DRAMMA DEI VINTI AL PERGOLESI
Sabato 14 gennaio, davanti a un Pergolesi gremito in ogni ordine di posti, è andato in scena ParolePotere. Lo spettacolo, diciamolo subito, ci è piaciuto ed è piaciuto al pubblico. Nonostante non si possa parlare di piacevolezza, dato il tema affrontato e la sofferenza raccontata. Le parole spesso sono povere, ma mai come stavolta diventano ricche se a pronunciarle sono le anime dei vinti. Non vinti qualunque. Vinti che il passare del tempo ha reso vincitori. Uomini che hanno scritto la storia nel momento in cui la storia li stava sconfiggendo. Le parole di Giovanni Verga, lette all’inizio dal regista Simone Guerro, le hanno preannunciate: sono le asserzioni, le urla nel silenzio di prigionieri politici come Luigi Settembrini, Antonio Gramsci, Vittorio Foa, Alcide De Gasperi. Uomini che sono vissuti al tempo del pensiero unico, quando a esprimersi erano le bottiglie di olio o la semplice protervia del potere che non lasciava speranza a chi vi si contrapponeva. Le parole sono forti, decise: recano la sventura dei tempi e preannunciano tempesta. Più ancora suggestiva, però, è la cornice del quadro: tre piccoli uomini vestiti di nero che cantano, nel frattempo, le indecisioni degli italiani, il loro bearsi nel nulla, l’agiato trascorrere di ore oziose davanti a un bicchiere di vino di troppo, a ricordi dimenticati, a partire a tennis scambiate da quinta a quinta. La persona che vi trova in mezzo, però, non è il pubblico. Protagonista indiscussa è l’Italia. La giovane attrice Chiara Caimmi è vestita di bianco, rosso e verde. Rappresenta l’Italia, la stessa che probabilmente desideravano i poeti risorgimentali e per cui i patrioti sono caduti. E’ bella, desiderosa di vivere. Perennemente alla ricerca di chi la renda veramente libera. Manca ancora qualche dettaglio, al completamento del quadro. Gli italiani hanno il lavoro da conquistare, la democrazia non è compiuta. Monarchia prima e ancor più il fascismo dopo l’hanno relegata a un ruolo marginale, quasi fosse un confetto venduto a un matrimonio di comodo. Eppure la libertà è la meta cui aspiravano i combattenti dell’Ottocento. La libertà sola dà la felicità, o la possibilità di realizzarla. Come si può cantare rinchiusi in una gabbia, avvolti da un velo grigio, impossibilitati a esprimere qualcosa di più di un sempre uguale e monotono cinguettio? La gente in platea e nei palchi ascolta e guarda attenta lo svolgersi dei temi, che assumono maggiore rilevanza sullo sfondo delle canzoni. La leggera e ironica allegria degli italiani non riesce però a fare da contrappeso alle espressioni dure dei prigionieri. Sembrano voci urlate dallo stomaco della terra, che giungono in superficie solo quando tacciono i refrain. Ricordiamo ai nostri nipoti che sono esistiti grandi uomini che sono stati privati della facoltà di parlare. Che quanto più è grande e appassionante l’idea che si esprime, tanto più è feroce e brutale chi la vorrebbe reprimere. Noi non vivremo le segrete di Ventotene, il carcere o l’esilio in terre straniera. La nostra Italia ora è finalmente libera. La scommessa, però, sta dalla parte dei giovani: dovranno ricordare che per lasciar parlare noi, molte libertà hanno dovuto piangere silenziosamente.
Stefano Cerioni
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ci hanno segnalato:
A. Galante Garrone
Calamandrei
Effepi Libri
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Piero Calamandrei
L'Avvocato
ed il Segretario di
Francesco Sansovino
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Il coraggio
dei giorni grigi
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La Resistenza perfetta
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Roma - Camera dei Deputati -17 luglio 2000
Il Presidente Emerito Carlo Azeglio Ciampi con la sig.ra Silvia Calamandrei
nell'occasione della presentazione del volume
"La Costituzione e le leggi per attuarla" di Piero Calamandrei

Caro Berti,
con particolare soddisfazione ho preso visione del ricco, articolato programma di attività del "Calamandrei" per l'anno sociale in corso.
Una azione, quella del Centro da Lei presieduto, ispirata fin dalle origini a un progetto di pedagogia civile, in ossequio alla lezione sempre attuale del nostro Nume tutelare. Azione fortemente orientata a spargere - soprattutto nelle giovani coscienze - semi di libertà, di democrazia, di partecipazione attiva alla vita della comunità; impegno costantemente, tenacemente volto a dissodare il terreno per renderlo più ricettivo.
Lo sforzo sotteso all'attività del "Calamandrei" si compendia in una parola: Cultura. Il programma di questa stagione ne offre ancora una volta testimonianza.
Noi viviamo tempi difficili. Difficili perché una crisi economica di estrema gravità, per ampiezza e durata, mette in discussione modelli economici e stili di vita ritenuti acquisiti e irreversibili; difficili, perché eventi di dimensioni straordinariamente vaste ci pongono di fronte a realtà altrettanto drammatiche. Difficili, infine, perché la crisi di questi anni travalica i confini dell'economia.
La complessità dell'ora presente genera disorientamento e confusione; ecco allora che trovano spazio pulsioni e sentimenti, convinzioni e orientamenti che credevamo per sempre sanzionati dalla Storia.
Di fronte ai rischi di una regressione nei valori che connotano la nostra civiltà, quale si è andata configurando nella sua vicenda millenaria, occorre rafforzare le difese, stimolando la produzione degli anticorpi necessari a debellare un morbo che potrebbe rivelarsi fatale.
Conoscenza e memoria; confronto e riflessione; apertura e dialogo - sono questi gli anticorpi per contrastare il male insidioso dei pregiudizi, dei nazionalismi, delle discriminazioni, dei fondamentalismi di varia matrice. Non è appellandosi ai buoni sentimenti che si affrontano realtà di enorme complessità e in gran parte del tutto nuove. Occorre richiamarsi alla ragione e al discernimento, al coraggio delle idee e alla moderazione delle azioni; in breve a tutto ciò che si è sedimentato nella coscienza occidentale attraverso la Cultura in ogni sua declinazione.
Questo è l'invito che il "Calamandrei" rivolge soprattutto ai giovani: un invito "a prendere una coscienza più profonda della crisi e del suo significato allo scopo di suscitare le forze capaci di superarla".
Così si legge nel preambolo dello statuto della Società europea di cultura, costituita nel 1950 per iniziativa di un gruppo di intellettuali europei che "uscendo dalle tenebre di una lunga notte e avendo intravisto con la liberazione le prime luci di un giorno nuovo, non potevano accettare la divisione del mondo in due blocchi contrapposti e la minaccia che ne derivava di una nuova catastrofe" (N. Bobbio).
Dell'alba di quel "giorno nuovo" che settant'anni fa suscitava in milioni di uomini e di donne la speranza in un mondo più sicuro e in Europa accendeva la scintilla dell'unità dei suoi popoli, non resti solo il bel ricordo da celebrare - sempre più distrattamente, con tono occasionale - nelle date canoniche. Piuttosto, si guardi a essa come alla consegna di una eredità di inestimabile valore, da amministrare con oculata intraprendenza, con la diligenza del buon padre di famiglia che avverte su di sé la responsabilità di conservare integra quella ricchezza, conquistata a così caro prezzo, per le generazioni che verranno.
Con il pensiero affettuosamente rivolto a tutti i giovani che partecipano alle iniziative del "Calamandrei" e un augurio particolare per quanti di loro affronteranno tra poco l'esame di maturità, rinnovo a Lei, caro Berti, l'espressione del mio apprezzamento e della mia stima.
Cordiali saluti
Carlo Azeglio Ciampi
Palazzo Giustiniani, 4 maggio 2016

Roma - Camera dei Deputati -17 luglio 2000
Il Presidente Emerito Carlo Azeglio Ciampi con l'on Violante
nell'occasione della presentazione del volume
"La Costituzione e le leggi per attuarla" di Piero Calamandrei





"Caro Berti,
nella quiete dolomitica, ristoratrice innanzitutto dello spirito, mi raggiunge, assai gradita, la comunicazione dell'iniziativa programmata dal "Calamandrei" per questa estate 2013.
La riduzione teatrale de La paga del sabato è scelta eccellente per ricordare uno tra i maggiori scrittori della nostra letteratura del secondo Novecento: un "grande", ché tale, critica e pubblico lo hanno ormai riconosciuto.
Nel cinquantennale della morte di Beppe Fenoglio l'evento promosso dal "Calamandrei" ben si inserisce nel novero delle manifestazioni celebrative, che oltre ad assolvere un compito di elevato valore culturale consacrano definitivamente un autore al quale la prematura scomparsa sottrasse la possibilità di "gustare" i frutti della sua arte.
Mi piace pensare che alla scelta del "Calamandrei"non sia stato del tutto estraneo, ancorché inconsapevole, il desiderio di dare un proprio contributo nel "rendere giustizia" al talento letterario di Beppe Fenoglio. D'altra parte, in ragione del suo stesso nome - il nome dell'uomo ai cui ideali e ai cui valori il Centro da Lei presieduto, caro Berti, ispira la propria attività - esso non può che recare iscritto nei propri geni il senso profondo della giustizia.
Ma queste sono solo divagazioni estemporanee, suggeritemi da una disposizione d'animo sempre più incline a riannodare i tanti dispersi fili che portano a volti, a storie, a esperienze, a significati lontani, appartenenti a un altro tempo, ma "conficcati" nella memoria e nei sentimenti.
Con la rappresentazione dell'opera di Fenoglio, ancora una volta il "Calamandrei" sceglie di volgere lo sguardo a quella fase della storia che ha avuto per la Nazione italiana un valore fondante, e che tale resta, al netto di ogni retorica celebrativa, come di ogni strumentale revisionismo.
La poetica di Fenoglio - tutta percorsa e ispirata dal dramma della violenza cieca, della guerra, dell'odio - esprime in forma sublime il sentimento che ha accomunato tanti giovani della mia generazione. Giovani che si affacciavano alla vita; che andavano scoprendo l'amore e, insieme, vagheggiavano un futuro: sogni brutalmente interrotti, dapprima da una guerra insensata; in seguito dall'esperienza tragica di una lotta fratricida. Per alcuni, come capita a certi personaggi di Fenoglio, la partita della vita si concluse li, senza tempi supplementari; altri, più fortunati, ripresero a "giocare", ma il peso del passato impedì a molti di loro - e Fenoglio ne scandaglia in profondità il dramma - di ritrovare il senso del vivere. Per una intera generazione una tragedia senza rimedio.
Molte, forse persino troppe, sono state le occasioni in cui in passato ho affermato che l'Europa unita non è un ideale astratto, coltivato da qualche intellettuale visionario. L'Europa unita è un no alla guerra; un no forte, deciso, irrevocabile; un no gridato da quelli che come me ne hanno conosciuto gli orrori, gridato nel nome di tutti i "giocatori" lasciati sul campo.
Oggi l'Europa è in affanno; sembra stanca, sgomenta di fronte alle difficoltà del vivere quotidiano, delusa della sua stessa storia. Bisogna in tutti i modi vincere la tentazione di rinchiudersi nei propri recinti nazionali: non è questa la chiave che apre la porta di un futuro meno incerto. Le difficoltà si affrontano e si superano solo se si hanno vista lunga e realistico discernimento: la prima per guardare oltre il cortile di casa; il secondo per valutare con lucidità la posta in gioco.
Sono certo che anche uno spettacolo teatrale, ben scelto, realizzato con passione per essere offerto a un pubblico che non cerca solo evasione estiva, contribuisca ad affinare lo sguardo e a mettere a fuoco gli obiettivi veri.
Per questo, ancora una volta grazie caro Berti, a Lei e a tutti quelli che hanno lavorato e lavoreranno per la buona riuscita della serata di Sirolo. Il resto, lo affidiamo alle stelle cadenti ...........
Un cordiale, affettuoso saluto
Carlo Azeglio Ciampi
Roma, Palazzo Giustiniani 5 luglio 2013"

Roma, 15 aprile 2013
Carissimo Berti,
ancora una volta trovo motivo per compiacermi e per ringraziare di avermi voluto affidare la presidenza onoraria del "Calamandrei" di Jesi. L'occasione me la offre l'iniziativa con la quale celebrate quest'anno l'anniversario della Liberazione.
Con la rappresentazione de L'estate di San Martino del 1914, si completa il ciclo significativamente intitolato "esalogia della memoria": un itinerario circolare che movendo dall'epilogo - il Processo a Mussolini - ci riporta quest'anno all'antefatto.
Nel mezzo abbiamo visto consumarsi il dramma di due guerre mondiali, di un regime che per oltre venti anni ha privato il Paese della libertà e gli ha fatto conoscere la vergogna di leggi razziali; di una occupazione nemica di inaudita ferocia, fino alla tragedia finale di una lotta fratricida, le cui ferite dopo settant'anni stentano a rimarginarsi.
In mezzo a tanta distruzione, a tanto dolore, a tanta barbarie è tuttavia rifiorita la libertà. Dapprima un piccolo germoglio; via via una pianta sempre più robusta, poiché le radici affondavano nella storia, nella cultura, nella tradizione di civiltà del nostro popolo. Un terreno fertile, dissodato nel Risorgimento dai nostri Padri, per impiantarvi l'ideale di Nazione; di un' Italia finalmente unita e libera dal dominio straniero.
"Una d'arme, di lingua, d'altare, di memorie, di sangue, di cor" cantava Manzoni dopo i primi moti carbonari; ma sono certo che in versi o in prosa lo stesso sentimento ha ispirato il nostro popolo, quando dopo l'ignominia dell'8 settembre cercò con determinazione la via del riscatto, della riconquista della dignità.
Tutto ciò è iscritto nella nostra memoria collettiva; fa parte del nostro patrimonio. Perché l'azione inesorabile del tempo non eroda questa ricchezza è indispensabile che essa sia trasmessa da una generazione all'altra; ancora più indispensabile è accrescere questa eredità , vivificandola, "attualizzandola" con l'impegno, con la partecipazione consapevole e disinteressata alla vita pubblica.
Risulta allora evidente quanto sia meritoria l'azione del "Calamandrei", che ha eletto i giovani destinatari privilegiati delle proprie iniziative .
Per questo, per la consonanza di sentimenti che spinge anche me a rivolgere soprattutto ai giovani il mio interesse, la mia attenzione e, per quel che posso, le mie cure, desidero, caro Berti, ringraziarLa ancora una volta .
Con Lei ringrazio anche coloro che a vario titolo contribuiscono all'attività del "Calamandrei"; a tutti invio il mio cordiale e affettuoso saluto
Carlo Azeglio Ciampi

Roma, Palazzo Giustiniani, 19 maggio 2012
Caro Berti.
seguo con attenzione e interesse le diverse attività svolte dal Centro Piero Calamandrei, del quale mi sento molto più che un presidente onorario "virtuale". Certamente, la mia presenza alle iniziative del Centro non è quella che avrei voluto, ma la mia ideale partecipazione, Le assicuro, è assidua quanto intensa.
Da ultimo, ho rilevato che l'ormai nutrito "cartellone" teatrale è stato felicemente battezzato "esalogia della memoria", suggestiva denominazione di un percorso a tappe attraverso diverse, significative stagioni della nostra storia unitaria.
L'adattamento teatrale del libro Assoluzione di un amore di Jean Coti mi è parsa un'ottima iniziativa per avvicinare un pubblico se non più vasto, certamente diversificato rispetto a quello dei lettori a temi tuttora rappresentanti una ferita dolente del nostro corpo sociale, che recenti, inquietanti episodi concorrono a riacutizzare. Una iniziativa, dunque, benemerita come occasione per trarre dai fantasmi del passato un monito per il presente.
L'aspetto che desidero sottolineare con forza, come quello maggiormente degno di considerazione e di plauso incondizionato, è però l'aver deciso di dedicare l'iniziativa alla memoria di Carlo Casalegno.
Carlo Casalegno vuol dire Torino e "La Stampa". Sappiamo che cosa Torino rappresenti nella storia d'Italia, dal Risorgimento alla Resistenza, al dopoguerra del nostro "miracolo economico". Torino, città dei Gobetti, dei Venturi, dei Galante Garrone, dei Foa, per ricordarne solo alcuni, mentre nel menzionarli già avverto il disagio di omissioni imposte dallo spazio, ma non da volontà immemore. "La Stampa", palestra di virtù civili degli Einaudi, dei Frassati, dei Bobbio.
Ho avuto Arrigo Levi, già direttore della Stampa, come stretto collaboratore, oltre che amico, nei miei anni al Quirinale e non poche sono state le occasioni in cui egli ricordava con rimpianto la figura umana e professionale di Carlo Casalegno e con angoscia l'attentato e i giorni drammatici che seguirono.
Di Casalegno tornammo a parlare a lungo all'approssimarsi del venticinquennale della morte. Non avevo conosciuto personalmente Casalegno, ma di quel parlarne con Levi ricavai, mi rimase dentro, una immagine precisa e viva, che cercai di tradurre in poche, sentite parole nel messaggio da me inviato nel novembre del 2002, in occasione della commemorazione del giornalista.
E' con quelle stesse parole che vorrei lo ricordassimo insieme oggi.
"La sua volontà di comprensione ispirò il suo impegno quotidiano in difesa della legalità e della democrazia. E' stato avversario irriducibile e temuto del terrorismo, che scelse di colpirlo come simbolo di un giornalismo alto, rigoroso, coerente".
Ancora grazie, Presidente Berti, per il Suo impegno nel Centro Calamandrei; grazie, soprattutto, a coloro che hanno a vario titolo collaborato per onorare la memoria di Carlo Casalegno.
A tutti, il mio saluto affettuoso.
Carlo Azeglio Ciampi

Roma, 13 gennaio 2012
Carissimo Berti,
in qualità di presidente onorario del Centro Calamandrei non posso che compiacermi per la felice scelta di avviare l' attività del 2012 con una rappresentazione teatrale che coniugando passato e presente propone di rileggere centocinquant'anni di storia italiana dalla parte dei "vinti": uomini e donne sopraffatti fisicamente dalla forza delle armi e dalla brutale violenza liberticida, ma dallo spirito indomito, non soccombente nell'affermare gli ideali di libertà, di uguaglianza, di solidarietà.
La Sua "idea", caro Presidente, di proporre siffatta rilettura è, ancora una volta, esercizio di pedagogia civile, che è poi il segno distintivo delle attività del Centro.
Una idea che muove dalla volontà di mettere al centro della riflessione collettiva valori quali la dignità e il rispetto della persona umana; valori che in momenti drammatici dei nostri centocinquant'anni di storia unitaria hanno trovato uomini e donne capaci di difenderli con indefettibile coraggio anche a rischio della vita.
Il filo che idealmente lega personaggi ed episodi molto diversi tra loro ci suggerisce che forse quei valori sono iscritti nell'animo stesso degli uomini, pur se "storicamente" la presa di quei valori sul singolo può talora apparire meno vigorosa e appannata la loro presenza nella società.
Apprendo con molta soddisfazione che i giovani sono in vario modo ampiamente coinvolti in questa iniziativa culturale e civile del Calamandrei. A loro vorrei dedicare il passaggio sottostante, riproponendo un episodio che Vittorio Foa riferiva in un bel libro di qualche anno fa.
"Mi sento chiedere, anche da ragazzi o ragazze, che cosa penso dei giovanissimi di oggi che non avrebbero gli ideali affermati dalla mia generazione eccetera eccetera. E' una domanda imbarazzante anche perché fra me e quei ragazzi ci sono parecchie generazioni,ognuna con la sua storia . Rispondo con qualche balbettio, poi ho trovato la risposta e l'ho data a una studentessa in un dibattito ... : " Questa storia della mancanza di ideali non è vera, ci ripensi". La ragazza mi guardò un po' stupita ma con un lampo di riconoscenza. Di quella mia negazione vi sono diverse letture: che gli ideali ci sono sempre, ma hanno cambiato forma, che non ci sono più ma ve ne sono degli altri, che quelli erano falsi ideali ed è bene essercene liberati. E' possibile che tutte e tre le ipotesi siano almeno parzialmente vere".
Poiché condivido, nel profondo, il sentimento che ha ispirato la risposta di Vittorio Foa a quella studentessa, guardo ai giovani - a coloro che sono giovani oggi in una stagione molto difficile per il nostro Paese e per le sue generazioni più giovani in particolare - con fiducia e speranza. Dai numerosi contatti avuti con loro mi sono persuaso che questi nostri giovani sono animati da una forza morale che li metterà in grado di affrontare con volontà e determinazione il difficile passaggio di questa fase storica: so che ce la faranno, impegnandosi per assicurare a se stessi e alla comunità, nazionale ed europea l'auspicato progresso, innanzitutto culturale e civile; così come hanno fatto i loro "maggiori" nel corso dei passati centocinquant'anni.
Con siffatti sentimenti desidero esprimere, per il Suo cortese tramite, il mio più affettuoso saluto a tutti coloro che partecipano e seguono le attività del Centro Piero Calamandrei.
A Lei, caro Presidente, ancora un ringraziamento e molti cordiali saluti
Carlo Azeglio Ciampi

Roma, 2 dicembre 2011
Caro Berti,
eccomi al vostro annuale appuntamento di fine anno.
Per quel che mi riguarda, purtroppo, ancora una volta, presente solo con un saluto, affettuosissimo, ma pur sempre a distanza.
Il tema che quest’anno portate all’ attenzione del pubblico è tra i più delicati e carichi di implicazioni per la “salute” delle istituzioni democratiche.
Il dare al tema un respiro storico è una scelta di profonda sensibilità culturale: la presenza di storici e di giuristi di vaglia dà certezza di qualità e di risultati.
D’altra parte, le iniziative del “Calamandrei “ di Jesi, che ho l’onore di presiedere, si distinguono proprio in ragione dell’alto profilo culturale e scientifico; si collocano da sempre nel solco di una tradizione di impegno civile, di cui Calamandrei resta insuperato Maestro.
Il Centro di cui Lei, caro Berti, è infaticabile animatore, mantiene viva quella tradizione; rende onore al pensiero e all’opera di Piero; seguendone l’alta lezione e fedele al Suo insegnamento svolge compiti di preziosa pedagogia civile, di cui il nostro Paese ha più che mai bisogno.
Ai giovani, che seguono con attenzione e passione l’attività del “Calamandrei”, desidero rivolgere un particolare saluto nello scorcio di questo 2011 in cui abbiamo celebrato l’anniversario dell’unità della Nazione, nell’auspicio che il ritrovato fervore unitario non sia sentimento effimero.
Nel formulare i migliori auguri per la riuscita della manifestazione, Le rinnovo, caro Berti, l’espressione della mia stima e La saluto molto cordialmente
Carlo Azeglio Ciampi

Roma, 20 aprile 2011
Caro Professor De Luna,
desidero innanzitutto esprimere il mio vivo ringraziamento per aver voluto riservare una sessione dei "Cantieri dell'azionismo" alla presentazione dei miei libri.
Se l'età mi tiranneggiasse di meno, avrei con piacere e soprattutto con molto interesse seguito i lavori in programma: un programma denso e così riccamente articolato da meritare grande apprezzamento per la sensibilità storica, civile, culturale che ha ispirato gli ideatori.
Queste giornate dedicate all'"azionismo" hanno un valore e un significato che travalicano l'interesse storico; in un tempo segnato da un senso di profondo smarrimento, il vostro non è solo un appuntamento culturale. E', piuttosto, un ripercorrere, insieme con alcuni dei protagonisti di una stagione e di un progetto politico di grandi ambizioni democratiche e civili, un cammino lungo il quale possiamo rinvenire "oggetti" se non smarriti, certamente da ultimo alquanto trascurati nell'uso: etica dei comportamenti, pubblici e privati, rispetto delle istituzioni, civiltà della dialettica politica, del dibattito pubblico, dell'informazione. Sono oggetti da recuperare al più presto: sono utensili indispensabili nell'"officina" di una autentica e compiuta democrazia.
In qualità di Presidente onorario del Centro Piero Calamandrei di Jesi mi permetta di manifestarLe la mia soddisfazione nel prendere atto che nel programma dei "Cantieri" abbia trovato spazio la rappresentazione di Festa grande di aprile, la pièce teatrale di Franco Antonicelli accolta con tanto favore lo scorso anno a Jesi. Sono certo che Torino riserverà a questo lavoro del suo indimenticato concittadino la stessa calorosa accoglienza: lo meritano l'impegno e la determinazione di Gianfranco Berti, Presidente del Calamandrei di Jesi, lo merita, soprattutto, la passione civile che ha animato e ispirato la vita e l'opera di Franco Antonicelli.
Nel rinnovarLe il mio ringraziamento, formulo vivissimi auguri per il successo dei "Cantieri"e a tutti invio il mio saluto più cordiale.
Carlo Azeglio Ciampi

Roma 23 dicembre 2010
Caro Berti ,
desidero innanzitutto ringraziarLa per le affettuose espressioni augurali con cui ha voluto ricordare il mio novantesimo anno.
Quale Presidente onorario, a conclusione dell'anno di lavoro del "Calamandrei", voglio manifestarLe tutta la mia soddisfazione per l'attività svolta. In particolare ho molto apprezzato il vostro impegno nell'avvicinare i giovani alla nostra storia più recente: antifascismo, Resistenza, nascita della Repubblica. Mi è stato di grande conforto apprendere con quanto interesse e con quanta partecipazione i ragazzi jesini abbiano assistito alle tre rappresentazioni teatrali dedicate a questi temi. Per questo mi chiedo - e Le chiedo - se non possa prendersi in considerazione la possibilità di offrire a una più vasta platea di giovani, e non solo ai vostri concittadini, la stessa possibilità di "incontrarsi" con vicende e personaggi che permettano loro di accostarsi in modo "vivo" a ciò che apprendono dai libri di storia. Potrebbe essere anche l'occasione per riannodare i tanti fili della memoria che ci portano, oggi, a celebrare in modo non convenzionale, ma "costruttivo" il centocinquantenario dell'unità d'Italia.
Nel rinnovarLe i mie ringraziamenti, per il Suo cortese tramite, desidero inviare a tutti gli amici del "Calamandrei" e a tutti i suoi collaboratori, i migliori auguri per le festività di fine anno.
Carlo Azeglio Ciampi

INTERVENTO TENUTO ALL'UNIVERSITA BOCCONI DI MILANO
IN OCCASIONE DELLA COMMEMORAZIONE
di TOMMASO PADOA SCHIOPPA
Per Tommaso
Ho accolto senza esitare la richiesta di Mario Monti di intervenire, fosse pure "a distanza", a questa giornata in memoria di Tommaso Padoa-Schioppa .
Volevo esserci nel giorno del ricordo che la sua Università, con un sentimento di profondo, affettuoso rimpianto, gli dedica a poco più di un mese dalla scomparsa. La drammaticità di quella giornata reca impresso in me il segno dello sconvolgente coincidere con il nostro scambio epistolare; una pratica inusuale tra noi, tale da apparirmi presagio e suggello del congedo. Oggi voglio essere con voi nonostante gli impedimenti dell'età, la quale rende difficili molte cose, non ultimo il controllo delle emozioni. Mi affido alla pagina scritta, dunque, come a un bastone che mi sostenga nel mio incerto procedere nella piena dei sentimenti che mi assalgono nell'accingermi a dare conto della presenza di Tommaso in Banca d'Italia. Non intendo illustrarne il cursus honorum, ma solo dare testimonianza dello spirito che ha improntato e cementato il nostro rapporto in quella Istituzione per quasi un quarto di secolo.
Tommaso arrivò al Servizio Studi nel momento in cui ne assumevo la direzione: era il 1970. Ci separavano vent'anni; quasi una generazione. Avevamo avuto una diversa formazione universitaria: lui aveva studiato economia alla Bocconi, io lettere classiche alla "Normale"; Tommaso aveva appena concluso un periodo di studio al MIT, con Franco Modigliani, io avevo soggiornato a Lipsia all'inizio della guerra per seguire corsi di filologia classica. Quello che sarebbe stato il nostro "viaggio" attraverso le Istituzioni per entrambi era cominciato da una Filiale della Banca d'Italia.
Tommaso fu assegnato all'Ufficio Mercato monetario. Con l'ingresso di altri giovani economisti, che come lui avevano perfezionato i loro studi di economia nelle università più prestigiose del Regno Unito e degli Stati Uniti, il Servizio Studi andava assumendo in quel torno di tempo una fisionomia nuova. Non solo per il ricambio generazionale di cui taluni provvedimenti di legge acceleravano il ritmo naturale, ma una trasformazione profonda. Era un modo radicalmente diverso di intendere il ruolo del Servizio Studi quello che Guido Carli prefigurava fin dal suo arrivo in Banca.
Un Servizio che doveva essere luogo di attrazione delle migliori energie intellettuali che l'Università italiana esprimeva; un "laboratorio" per la ricerca economica attrezzato con dovizia di mezzi: dalla tecnologia più avanzata alla disponibilità della letteratura economica più aggiornata. Un centro che mettesse a disposizione di studiosi, istituzioni, Governo, oltre a una informazione statistica ampia e rigorosa, strumenti sofisticati di analisi per interpretare l’economia nei suoi elementi strutturali e congiunturali.
Del Servizio Studi Tommaso divenne molto presto uno degli elementi di punta; riferimento autorevole di colleghi e superiori.
La scelta di assegnare Tommaso all'ufficio Mercato monetario si rivelò felice; le competenze di allora di quella unità - la politica monetaria e il sistema bancario, "cuore" dell’attività delle Banche centrali - corrispondevano ai suoi interessi scientifici, assecondavano le sue caratteristiche intellettuali e personali.
La sua vivacità d’ingegno, associata a un interesse genuino a investigare, ben oltre l'ambito delle proprie competenze professionali, le ragioni dei mutamenti sociali ed economici che caratterizzavano quegli anni, non tardò a trovare occasioni per manifestarsi. Attitudini colte dal Direttorio della Banca, che riteneva utile per l'Istituto e profittevole per i più versatili dei neo-assunti, integrare l’attività ordinariamente svolta con incarichi e compiti particolari. Con tali finalità, nel 1972, Tommaso fu inviato in Giappone per osservare sul campo un sistema economico che con gli straordinari risultati conseguiti contendeva ormai in non pochi settori il primato di quello americano.
E' sostanzialmente la stessa motivazione a ispirare, qualche anno dopo, la scelta della Banca di affidargli, insieme con Mario Monti, il coordinamento della ricerca sul sistema creditizio italiano, promossa dall’Ente Einaudi e condotta da un gruppo di giovani studiosi della Banca d'Italia e della Bocconi.
Quel "gruppo di studiosi - sono parole di Guido Carli, nel frattempo divenuto presidente dell'Ente Einaudi - è stato animato dalla convinzione, che si è andata diffondendo, che l'economia italiana necessiti di correzioni più profonde di quelle realizzabili con manovre congiunturali".
Una convinzione, questa, così radicata in Tommaso che fu quasi scontata la scelta della Banca di fare il suo nome per la collaborazione richiesta dall'allora Ministro del Tesoro, Filippo Maria Pandolfi, per l'approntamento del Programma per lo sviluppo, una scelta per l’Europa, documento preparatorio dell’ingresso dell’Italia nello SME. L’apprezzamento riscosso avrebbe di lì a poco indotto lo stesso Ministro a impegnarsi per la nomina di Tommaso a Direttore generale della DG II della Commissione europea, superando l’iniziale contrarietà di Ortoli.
L'attività del Servizio Studi, alla cui direzione mi era succeduto Antonio Fazio, fu nei difficili anni settanta - segnati dall’inflazione, dagli shock petroliferi, da numerosi aggiustamenti dei cambi - massicciamente assorbita dallo sforzo, intellettuale e operativo, di adattare gli strumenti della politica economica a un contesto esterno molto mutato e rispetto al quale la stessa politica monetaria rischiava di essere "un'arma spuntata". Tommaso, ormai alla guida dell’ufficio Mercato monetario con un impegno cresciuto a misura delle sue competenze, si dedicò a realizzare l'ammodernamento di procedure e schemi concettuali che rendessero più efficace l’azione della Banca.
Valga per tutti la riforma del metodo di emissione dei Bot, che l’elevatezza del tasso di inflazione di quegli anni faceva considerare un intervento ormai improcrastinabile. Una misura il cui contenuto lo vide - ricorro alle parole con le quali ricordava l'episodio - "ingaggiare un serrato contraddittorio, con il Direttore generale, Paolo Baffi", che, tuttavia, nel corso di un incontro alla presenza dell'intero Direttorio, lo informava "che aveva riflettuto, la notte, alla discussione del giorno prima e che era rimasto convinto dall'argomentazione contraria alla sua".
Sono episodi, questi, che ho voluto richiamare come una sorta di incipit in grado di rendere quasi "plasticamente" conto del ruolo che Tommaso avrebbe poi svolto in Banca e per la Banca.
Dei primi incontri conservo vivo il ricordo di una personalità forte, complessa, che ne valorizzava le conoscenze e le competenze professionali. Come Capo del Servizio, mi impressionò favorevolmente la sua autonomia di giudizio, manifestata con grande fermezza e altrettanta educazione. La consapevolezza di sé, che si accompagnava a una limpidezza e a una pulizia morale di fondo, lo portava a non dissimulare le ambizioni legittimamente coltivate. Un tratto che lasciava intuire in lui le potenzialità del civil servant di razza, se non del grand commis degli anni della maturità.
Tommaso era, da questo punto di vista, esemplarmente espressione di quella borghesia colta, illuminata, laboriosa, consapevole delle proprie responsabilità sociali e per questo capace di una visione non angusta del proprio ruolo. In breve, erede diretto di quella classe dirigente che aspirava e seppe operare per fare dell'Italia, fin dalla sua unificazione politica, un Paese economicamente sviluppato e socialmente progredito, a pieno titolo incluso nel novero delle Nazioni più avanzate. Una classe dirigente che professava la sobrietà come religione civile; osservante di una etica severa.
Ugualmente, da subito rilevai tra noi un'affinità che avrebbe segnato il nostro rapporto. Apprezzavo il suo non essere "uomo a una dimensione", l'economista ben provvisto di dottrina, allievo di Modigliani. Nutrivamo entrambi, ed entrambi con fermezza praticammo, la convinzione che il Servizio Studi dovesse interagire con il resto dell'Istituto, in un processo che oggi si direbbe di feconda contaminazione.
Condividevamo l’idea che strutture complesse, come la Banca d’Italia, dovessero investire energie intellettuali e risorse materiali che ne rendessero sempre più efficiente l’organizzazione, non solo per agevolare il conseguimento dei fini istituzionali, ma anche per fornire alla collettività servizi di qualità elevata.
L' attitudine a misurarsi con il dato di realtà, che in lui rispondeva a una istanza etica non meno che alla inclinazione naturale, lo costringeva a dibattersi - ricorro alle parole da lui spese per Paolo Baffi - "nel grande dilemma ...fra dedicarsi a capire il mondo e dedicarsi a cercare di cambiarlo".
Credo che Tommaso avesse deciso fin da giovane di non scegliere una volta per tutte il campo in cui esercitarsi. Di certo, lasciando prevalere ora uno ora l'altro, si è trovato sovente a camminare su un difficile crinale, cosciente dei rischi e delle difficoltà di tale posizione. Poiché sapeva guardare lontano, ha potuto farlo.
Menziono - emblematica in proposito - la determinazione con cui nella seconda metà degli anni ottanta si accinse a riesaminare il funzionamento del sistema italiano dei pagamenti. Costituì un gruppo di lavoro che, in breve, sotto la sua “sferza”, produsse un "Libro Bianco". Da quel documento si è fatta molta strada, ed è grazie a quella lontana iniziativa di Tommaso, non subito compresa in tutta la sua rilevanza, che l’Italia si è dotata di un sistema dei pagamenti efficiente, affidabile e sicuro, tale che l’Eurosistema ha attribuito alla Banca d’Italia, insieme con le banche centrali di Francia e Germania, la responsabilità di realizzare la piattaforma unica del sistema dei pagamenti europeo.
Poco dopo il suo rientro da Bruxelles, avvenuto nel 1983, lo designai per l’ingresso nel Direttorio. Ricordo ancora che nel dargliene notizia, aggiunsi subito: “In misura largamente prevalente, dovrai occuparti degli aspetti organizzativi e gestionali della Banca”. Era ormai tempo di porre mano alle strutture interne per rendere più efficiente l’attività, più razionale la ripartizione dei compiti, più produttivo l’impiego del personale.
E veniamo agli anni dell'Europa. L'Europa, l'ideale più forte, il motore potente dell’agire di Tommaso, ma direi la sua cifra esistenziale. L'ideale federalista, coltivato sui banchi del liceo, che si era nutrito della grande cultura europea, in un certo momento della sua vita incrocia, imprevista, la possibilità di un più concreto adoperarsi, guidando la Direzione affari economici della Commissione. E’ un tornante decisivo nel percorso professionale e umano di Tommaso: non era solo un riconoscimento delle sue capacità, era il segnale del ruolo che l'Europa comunitaria riconosceva all'Italia .
La distanza tra via Nazionale e Rue de la Loi non si frappose al proseguimento della nostra collaborazione che trovò altri modi di realizzarsi. L'appuntamento per scambiarsi opinioni, punti di vista, valutazioni, prevalentemente, ma non solo, sull'economia italiana, era fissato per il secondo lunedì di ogni mese allo Schweizerhof di Basilea, l'albergo dove scendevo in occasione delle riunioni della BRI. Tommaso mi raggiungeva dopo cena e si andava avanti a discutere almeno per un paio d'ore.
I contatti si intensificavano all'approssimarsi della stesura delle Considerazioni finali, quando agli incontri basilesi si aggiungeva un fitto scambio di note e di appunti. Non poche pagine delle mie Considerazioni finali sono frutto di un confronto serrato; di valutazioni e di elaborazioni in comune.
Il suo rientro da Bruxelles coincide con l’intensificarsi del processo di costruzione europea. Si fa più assiduo il nostro rapporto di lavoro: nelle diverse e alterne fasi dello SME, prima; successivamente e, soprattutto, con la costituzione del Comitato Delors, di cui Tommaso fu co-segretario. Un rapporto cementato oltre che dalla stima e dalla fiducia reciproche, dalla condivisione appassionata del disegno di unificazione monetaria, tenacemente da entrambi voluta; passaggio cruciale per il più ambizioso traguardo di unificazione politica.
Quel comune sentire che tanta parte ha avuto nell’accompagnare la nostra vicenda in Banca d’Italia è tornato a ispirare l’azione che, in tempi diversi, ci è toccato in sorte di sviluppare al di fuori da quella Istituzione. Mi riferisco a quando, pur se con responsabilità differenti, ci trovammo a dover dare concretezza al convincimento profondo della necessità, un dovere morale, di risanare i conti pubblici. Non ci siamo limitati a riflettere, ad ammonire; abbiamo agito, convinti che una finanza pubblica sana sia la condizione obbligata per una crescita economica robusta e durevole.
Sedendo alla scrivania di Quintino Sella abbiamo entrambi avvertito il vigore etico dell’azione dell’antico predecessore; quasi un imperativo a non tradirne l’alta lezione, per assicurare agli uomini e alle donne di oggi e consegnare alle generazioni a venire una Italia più giusta, capace di offrire a tutti i suoi cittadini nuove opportunità di iniziative e di lavoro.
Mi piace concludere questo ricordo di Tommaso con le stesse parole con cui egli commemorò Quintino Sella “la crescita non è solo un fatto economico, deve anche rappresentare il risveglio morale e civile degli italiani e io credo fermamente che, con le giuste premesse, l’Italia “potrà” vincere le sfide del suo tempo anche questa volta”.
Carlo A. Ciampi

Roma, 2 novembre 2010
Caro Berti,
ricevo il cortese invito alla rappresentazione , in prima assoluta, de Il sarto
in fondo al mare, il lavoro che Alfio Bernabei ha dedicato a un episodio
drammatico e pressoché sconosciuto della seconda guerra mondiale.
Mi rincresce molto di non potervi assistere, come sarebbe stato mio vivo
desiderio. D'altra parte, l'età ancora una volta mi consiglia di "rivedere la
mia scala di preferenze". Il rammarico per la rinuncia trova compenso nel
sentimento di soddisfazione per questa ulteriore iniziativa del Centro
Calamandrei.
Come le precedenti, essa si inscrive in un progetto culturale di respiro ampio;
un progetto - e del resto tutta l'attività del Centro - che trae ispirazione da
forti motivazioni civili ed etiche. E non potrebbe essere diversamente data
l'impegnativa scelta di richiamarsi ai valori e agli ideali di Piero Calamandrei.
Seppure da lontano, seguo con attenzione e con intensa partecipazione
ogni vostra manifestazione, ogni iniziativa. Per esse auspico fervidamente
la più ampia presenza di cittadini; in particolare, il più ampio coinvolgimento
dei giovani. Questi ultimi, come ben sa, caro Berti, occupano un posto
speciale nei miei pensieri, nelle mie preoccupazioni, nelle mie speranze.
Quale presidente onorario, desidero rinnovarLe l'espressione del mio
apprezzamento per l'impegno e la passione con i quali il Centro Calamandrei
è presente nella vita culturale della comunità jesina.
Colgo con piacere l'occasione per inviarLe molti cordiali saluti
Carlo Azeglio Ciampi

Roma, 14 settembre 2010
Caro Berti,
quale presidente onorario del "Centro Calamandrei" di Jesi, non posso non salutare con soddisfazione la partecipazione del Centro alla IX edizione della Carovana della pace che, movendo da Cuneo, arriverà a Boves per ricordare l'eccidio del 19 settembre del 1943 e il sacrificio di tante vittime innocenti, spesso colpevoli solo di un gesto di altruismo e di solidarietà con i perseguitati dalla spietatezza dei nazi - fascisti.
Portare "Festa grande di aprile" nei luoghi dove Franco Antonicelli visse, dove si formò la sua coscienza di militante per la causa della libertà e della democrazia, assume un valore particolare, che ne rafforza la suggestione, il potere evocativo. Sono certo che si rinnoveranno il calore e la partecipazione con cui il pubblico ha accolto la rappresentazione a Jesi lo scorso aprile.
La "Carovana della pace" è divenuta ormai una importante e significativa consuetudine. Di questo appuntamento nella "provincia granda" che fa memoria di uomini e di vicende che segnarono la rinascita del nostro popolo e la ritrovata dignità di una Nazione dobbiamo rendere merito e manifestare profonda, non convenzionale gratitudine a don Aldo Benevelli, da oltre sessant'anni valoroso e infaticabile "operatore di pace".
A Lui, caro Berti, La prego di trasmettere il mio saluto più cordiale insieme con l'espressione del mio apprezzamento e della mia profonda stima per l'azione instancabile e generosa svolta per il riscatto e la promozione della persona umana, dovunque essa sia umiliata e oltraggiata dalla miseria, dalla sopraffazione, dalla violenza. Una azione in cui s'incarnano e prendono forma valori e ideali autenticamente cristiani.
Ai partecipanti alla Carovana della pace e alle altre manifestazioni programmate invio il mio saluto più affettuoso.
Carlo Azeglio Ciampi

Roma 10 giugno 2010
Carissimi amici del Centro Calamandrei,
l'essere presidente onorario del Centro mi rende orgoglioso del ricco, articolato programma di iniziative con le quali oggi ricordiamo il settantesimo anniversario dell'entrata in guerra dell'Italia; evento doloroso che tanto ha pesato nella storia della nostra Patria.
L'età insieme con questo improvviso inizio dell'estate mi precludono il piacere di essere tra voi non solo idealmente.
In questa circostanza, tuttavia, la senectus consente al vostro Presidente onorario di portarvi una testimonianza diretta, una pagina di vita vissuta quel 10 giugno 1940. Ascoltai l'annuncio alla radio, a Livorno, nella casa paterna. E' superfluo, forse, aggiungere che i sentimenti provati quel giorno, all'annuncio dell'entrata in guerra, sono scolpiti nella memoria; il tempo e le vicende di una intera vita non li hanno scalfiti.
Certo quell'annuncio non giunse inaspettato; le speranze di una prosecuzione della "non belligeranza" dell'Italia si erano andate rarefacendo; questo non attenuò l'angosciante brivido di un salto nel vuoto. Anzi, proprio la sensazione di piombare nell'ignoto fu quella che accomunò la più gran parte di noi; è anche quella di cui avverto ancora fisicamente la morsa.
Finita la drôle de guerre, l'Europa entrava nel pieno della tragedia. Da parte nostra, mille interrogativi ci assalivano. Non ci era ignota, infatti, nonostante la roboante propaganda, l'inadeguatezza, sotto molti aspetti, del nostro Paese; la consapevolezza della sproporzione nel rapporto di forza con l'alleato tedesco accresceva l' inquietudine.
Il senso del dovere, l'attaccamento alla Patria prevalsero, nonostante tutto, in chi fu chiamato alle armi. Sappiamo quel che accadde: tre anni durissimi di guerra sui vari fronti; poi, la tragedia dell'8 settembre.
Non posso impedirmi, ancora una volta, di ribadire la mia ferma e profonda convinzione che quel giorno - il giorno del disonore - segnò anche l'inizio del riscatto, del soprassalto di dignità del popolo italiano. Per questo, ripeto, l'8 settembre non è la data della morte della Patria.
So che il Centro Calamandrei, con le sue iniziative, costituisce un polo d'attrazione per molti giovani. Di loro, soprattutto, abbiate cura; aiutateli a conoscere e ad amare la nostra storia; anche nelle sue pagine più dolorose.
Le celebrazioni odierne sono una straordinaria occasione per riannodare i fili della memoria, perché nulla del nostro patrimonio di sacrifici, di eroismi e di scelte coraggiose, ma anche di errori, di compromessi, di viltà grandi e piccole, vada perduto.
Ma non si esaurisce qui l'azione formativa svolta dal "Calamandrei". Il premio che oggi viene assegnato va a due personalità esemplari per ideali, valori e virtù civiche; espressione di un'Italia consapevole di sé, della sua storia, della sua cultura, delle sue tradizioni. Quell'Italia che Calamandrei amò profondamente; che onorò con il suo impegno di studioso, di militante, di uomo. Franzo Grande Stevens e Giorgio Ruffolo onorano, a loro volta, il nome di Piero Calamandrei.
A entrambi desidero manifestare il mio vivo compiacimento, insieme con la rinnovata espressione della mia profonda stima.
A tutti, il mio saluto affettuoso.
Carlo Azeglio Ciampi

Roma, 23 aprile 2010
Caro Berti,
desidero innanzitutto ringraziare Lei personalmente e per il Suo tramite il Centro Calamandrei di Jesi, dal quale mi è giunta la gradita proposta di assumerne la presidenza onoraria. Proposta che accolgo con grandissimo piacere e altrettanta emozione. Commosso e onorato di succedere a Sandro Galante Garrone: figura esemplare di militante civile di cui,come molti, avverto con intensità l'assenza; amico caro del quale mi mancano il calore, la saggezza, ma anche lo spirito indomito delle battaglie giovanili che fino all'ultimo giorno lo ha animato.
Sono onorato di assumere questo incarico pur consapevole che, data l'età e le limitazioni che essa m'impone, il mio contributo attivo al Centro Calamandrei sarà più che modesto. Grande, invece, è sin da ora la partecipazione ideale, la vicinanza spirituale. E' l'affinità che nasce da una comunanza di sentimenti, di aspirazioni, lungo una linea che si dipana dal primo al secondo Risorgimento e, giù, giù fino a un moto dell'anima, a una sete di conoscenza della nostra storia. Lo stesso impulso che spinge numerosi i giovani a partecipare alle iniziative del "Calamandrei"; desiderosi di apprendere storie e vicende di uomini e di donne molto diversi tra loro, ma accomunati da uno stesso ideale: una Italia unita; una Italia libera dall'oppressione della dittatura e dell'invasore; una Italia democratica e repubblicana.
Quest'anno saranno sessantacinque gli anni trascorsi da quella luminosa giornata che sancì la ritrovata libertà dell'Italia, finalmente riunita. Riflettiamo insieme sul significato pieno di questa data, sulla portata degli eventi che essa ricorda: in quella giornata gli Italiani sottoscrissero anche la scelta in favore dell'unità della Nazione; fu quasi un rinnovare tacito della volontà che altri italiani avevano espresso al termine delle lotte del Risorgimento. Per un anno l'Italia era stata spaccata in due parti; se tale condizione fosse stata condivisa dal sentimento popolare, era quella l'occasione per sancirla definitivamente. Così non fu.
Quella "festa grande di aprile" celebrava, celebra, un' Italia che si ritrovava libera e intera, dalle Alpi al Mediterraneo: è bello e giusto che oggi insieme, giovani e meno giovani, siate riuniti per ricordare, per riflettere, per guardare avanti.
Mi piace pensare che il teatro dove questa sera va in scena Festa grande sia gremito, proprio come si prefigurava Franco Antonicelli, di "un pubblico popolare; cioè un pubblico al quale le cose che rievoco stanno a cuore ".
Franco Antonicelli seppe trattare, come pochi, le cose "che stavano a cuore" agli uomini e alle donne ai quali si rivolgeva; come pochi seppe trovare le parole giuste; giuste, prima di tutto, perché sincere, sentite,vissute.
In proposito, conservo il ricordo di un discorso che Antonicelli tenne a Livorno nel 1967, per l'inaugurazione della Biblioteca dei Portuali. Più che del contenuto ho viva la memoria dell'immediatezza, della sincerità con le quali si rivolse al suo pubblico; del suo rispetto per i lavoratori, non attenzione opportunistica, ancor meno benevolenza annoiata dell'intellettuale dispensatore di "verità". Antonicelli quel giorno trovò argomenti e accenti che stavano realmente a cuore a quegli uomini e lo fece parlando di libri; chiedendosi e chiedendo "che cosa può avere nella sua biblioteca una categoria di lavoratori del porto che deve diventare come ogni altro cittadino una possibile categoria dirigente? Cosa deve leggere un portuale che non vuol leggere soltanto così per diventare un pochino più colto?... Faccio solo degli esempi; e vi consiglio un libro semplicemente per una ragione: perché l'Italia è un paese dove il maggior pericolo , il maggior danno sempre presente è il conformismo".
Carissimi amici del "Calamandrei" se quel pericolo è realmente sempre presente, e personalmente credo lo sia, è indispensabile esercitare costantemente il discernimento; il senso critico: facoltà da educare, da coltivare ad ogni età, in ogni stagione della vita, con lo studio, le letture, la partecipazione, il confronto . In breve, con la cultura, se siamo convinti, con Herman Hesse - è lo stesso Antonicelli a segnalarcelo - che "la cultura ..presuppone qualcosa da coltivare: cioè un carattere, una personalità; il suo scopo, infatti, non è lo sviluppo di singole facoltà o rendimenti, ma essa ci aiuta a dare un senso alla nostra vita, a interpretare il passato, ad aprirci al futuro con coraggiosa prontezza".
Facciamo intimamente nostra questa proposizione; come la fecero loro "i nostri maggiori": Piero Calamandrei e Sandro Galante Garrone.
Grazie ancora e un abbraccio affettuoso a tutti.
Carlo Azeglio Ciampi



Roma, 23 maggio 2009
Al Centro Studi Piero Calamandrei
Desidero prima di ogni altra cosa scusarmi con tutti voi per non essere presente a ritirare di persona il Premio che il Centro Studi Calamandrei ha voluto conferirmi.
L'anagrafe mi impone una condotta prudente alla quale non sempre mi è facile attenermi: per questa occasione avevo progettato una trasgressione, progetto sfumato a causa dell' imprevista quanto precoce canicola.
Il mio rammarico per la forzata assenza è accresciuto dal fatto che la manifestazione di oggi si svolge nel nome di Alessandro Galante Garrone, il galantuomo di cui mi onoro di essere stato amico e del quale sento, acuta, la mancanza. Avverto ancora il senso di vuoto di quella grigia giornata d'autunno in cui nella Sua Torino lo salutai per l'ultima volta.
Sandro era, come Lui stesso si definiva, uomo del Risorgimento, allo stesso modo in cui lo era Piero Calamandrei. Mi piace pensare che oggi, ancora una volta, i loro due nomi siano accostati sullo sfondo degli ideali e dei valori che permearono le loro esistenze: libertà e giustizia; democrazia e uguaglianza; etica della responsabilità.
La condizione anagrafica, la stessa che mi impedisce di essere questa mattina con voi, mi porta sempre più spesso a ricercare voci e presenze del passato, non saprei dire se per ritrovare lo spirito degli anni giovanili o per contrastare la pesantezza di un presente asfittico.
Senza sistematicità, molto casualmente, mi capita di riprendere in mano qualche vecchio scritto: frequentazioni letterarie, storiche, politiche di anni lontani. Molte di queste sono le voci di coloro che anch'io posso dire di considerare tra "i miei maggiori": da Ruffini a Calogero, da Salvatorelli a De Ruggiero, da Omodeo a Calamandrei, fino al quasi coetaneo Galante Garrone. Quale che sia l'argomento da essi specificamente affrontato, mi scopro sempre a sorprendermi nel rintracciare quell'unico, solido filo che costituisce la trama della nostra storia, dal Risorgimento alla Costituzione repubblicana, passando per la lotta di liberazione.
Sono uomini, questi, che per formazione, cultura, sensibilità erano animati dallo spirito e dagli ideali del Risorgimento; ideali coltivati e perseguiti con tenacia e coraggio attraverso gli anni bui del fascismo, riaffermati con vigore, di pensiero e di azione nella Resistenza e nella passione edificatrice della Repubblica.
Era quella la passione di chi sa che sta prendendo in mano il proprio futuro. La consapevolezza che era finalmente arrivata l'ora di operare, in prima persona, ciascuno dando il proprio contributo, per la costruzione di una società di uomini liberi e uguali, sembrò metterci le ali. Riascoltiamo insieme come Piero Calamandrei, per un pubblico di giovani, rievocava quei momenti.
"Io mi ricordo... il 2 giugno 1946. Questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori, di caos, la guerra civile, le lotte, le guerre, gli incendi. Andò, a votare. .... File di gente davanti alle sezioni, disciplinata e lieta, e lieta perché aveva la sensazione di aver ritrovato la propria dignità. Questo dare il voto; questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità; questo essere padroni di noi stessi, del proprio Paese, del nostro Paese, della nostra Patria, della nostra terra;disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro Paese".
E' un sentimento di pienezza che trova eco in Salvatorelli.
"La nazione italiana, unità associata come non mai, inizia lo stadio di preparazione immediata di quella costituente, per la quale il nostro popolo, secondo il programma di Mazzini finalmente attuato, costruirà a se stessa, con libertà e potestà intere, gli istituti politici della nuova vita italiana"
Anche oggi, riuniti in questo Teatro, ci sono numerosi giovani; ragazze e ragazzi che tra poco più di un mese affronteranno l'esame di maturità. E' un passaggio che resta importante nella vita di ciascuno, perché segna a suo modo uno spartiacque: si apre la stagione in cui si compiono scelte con le quali si indirizza il proprio futuro. E' un momento di svolta; si comincia a prendere in mano la propria vita, a essere "padroni di se stessi", per dirla con Calamandrei.
E' a voi, carissimi giovani, che oggi voglio, in particolare, rivolgermi.
Consentitemi, da nonno, seguendo lo stesso impulso affettuoso riservato alle mie nipoti, di invitarvi a "spodestare" gli adulti. Agli adulti dico: "Siate tranquilli, non sto istigando i vostri figli alla ribellione!" La mia esortazione, cari giovani, non significa disconoscere o disprezzare quanto fin qui è stato fatto da noi, il mio è l'invito a raccogliere il testimone e ad andare avanti.
Nella fase storica che stiamo attraversando - il passaggio epocale in cui ci ha precipitati la crisi, economica e non solo - scorgo per molti aspetti analogie con quella evocata dalle parole di Calamandrei e di Salvatorelli.
Anche oggi c'è un passato, una "vecchia vita" che ci stiamo - siamo obbligati - a metterci alle spalle; la nuova è in buona misura da reinventare. Di questa azione gli artefici non potete che essere voi, seppure non nell'immediato. Ma a questo compito dovete cominciare a preparavi fin da ora; dovete attrezzarvi adeguatamente per essere gli architetti del mondo di domani. Nella vostra cassetta degli attrezzi dovete mettere etica, cultura, conoscenza della storia, memoria del passato, quello dell'Italia e quello dell'Europa, ché i due sono strettamente intrecciati.
Non dimenticate, infatti, che siete cittadini europei, nati in Italia. Alla più ampia Patria europea indirizzate il vostro impegno e la vostra volontà; sappiate volgere all'Europa unita la vostra intelligenza e, soprattutto, il vostro cuore.
Il cuore serve. Non c'è progetto, non c'è disegno, per illuminato e ardito che sia, in grado di "vivere" se non è sorretto dalla passione; se ciò che l'intelligenza concepisce non è vivificato dal cuore. Che possiate sempre sentire in voi questa forza ideale.
In questa giornata che vi vede riuniti nel nome di Calamandrei e di Galante Garrone, permettetemi, nel loro nome, di congedarmi da voi con l'esortazione a coltivare sempre il valore supremo della "dignità", come individui e come collettività. Questo è anche l'augurio che vi rivolgo con affettuosa, paterna sollecitudine.
A tutti un grazie di cuore. In particolare al Centro Studi Calamandrei di Jesi, affidato alle cure e alla passione civile del suo Presidente, Gianfranco Berti, a Silvia Calamandrei, custode di preziose memorie, che ne è intelligente e fattiva animatrice.
A Giovanna Galante Garrone un pensiero grato per la Sua significativa presenza a questa manifestazione.
A Miti Galante Garrone, in ricordo degli incontri a quattro nella Sua bella casa torinese, l'abbraccio affettuoso di mia moglie e mio.
Carlo Azeglio Ciampi

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Il Centro Studi P.Calamandrei
presenta
Teatro Luce - Res Humanae
in
IL SARTO IN FONDO AL MARE
di Alfio Bernabei
con Mugia Bellagamba, Dante Ricci, Nicola Alberici
regia di Paolo Pirani
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DAL 1940 ALL’ETERNITA
di Luigi Squarzina
….La vicenda, quasi del tutto inventata (non del tutto, ahinoi, come avverte la didascalia posta in epigrafe) si fonda sulla realtà di un paradosso storico e politico.
Prudenti fino all’ossessione, coerenti fino alla crudeltà con punte di autolesionismo, gli inglesi considerarono gli italiani residenti presso di loro e acclimatatasi pacificamente alla stregua di nemici, in quanto appartenenti a un paese ( non solo a un regime) che in quel 1940 aveva dichiarato guerra al Regno Unito – senza fare fra essi discrimine alcuno, fossero indifferenti, fascisti o antifascisti, questi ultimi anche se espliciti e fattivi: li isolarono e li obbligarono a convivere nei campi di internamento.
E poiché non si dà dramma moderno senza paradosso, Bernabei scopre le sue carte via via e mostra come qualunque passato non possa non incidere sul presente fino a modificarne la percezione dapprima nelle manifestazioni esteriori e poi nella intimità segreta e inconfessabile.
Schivando l’ormai abusato tema della sindrome di Stoccolma fra vittima e carnefice, i due protagonisti/antagonisti si manifestano ben presto molto diversi da quelli che erano apparsi al levar del sipario in medias res… e si scambiano continuamente i ruoli, il potere diventa sottomissione e viceversa, l’inquisito si fa inquisitore, svolte e tourniquets da capogiro che ci mettono di fronte alla complessità della natura umana: il che è stato ed è, da Eschilo a Beckett, dal mitico al naturalistico, dall’epico all’assurdo, quello che Amleto ha definito “lo scopo del teatro”.
Intuizioni come “la mente della storia” con gli sviluppi che ne derivano, fino a quanto ci è noto dell’ecatombe nell’Atlantico – una vicenda che una volta conosciuta è davvero difficile dimenticare – assicurano ai tre brevi atti con due personaggi, più l’abbozzo di un fanatico, un vestito, un manichino e una canzone spagnola, un posto di rilievo nello scaffale poco affollato dei buoni copioni contemporanei.

Paolo Pirani
IN FONDO…ALLA STORIA
Dalla fine. “L’ufficio del Capitano. Il capitano entra. Corre a versarsi un bicchiere di whiskey. S’accorge che c’è qualcosa che non va… Vanni… tasta con le mani la stoffa dei pantaloni… del vestito di Stephen. Il Capitano estrae la pistola.. La punta contro Vanni che alza le mani per arrendersi…” (dall’ultima scena).
E poi? Com’è finita la storia? Del capitano Foster, di Vanni Vanucci, del sarto italiano Mursi? A questo finale aperto, o che tale immagino, potrebbero seguire altre scene, altri accadimenti. Per difendere la conclusione della messa in scena, per non concluderla mai, o per concluderla in mille modi differenti. Del resto non è questa una delle leggi del teatro: quella di un eterno ritorno: di storie, di personaggi, di sentimenti?
Sarà salito anche il capitano sulla nave che in realtà fu effettivamente affondata, trascinando per sempre in fondo al mare il suo dolente carico umano?
E Vanni, baldanzoso giovane in camicia nera, re del turpiloquio, avrà patito anch’egli l’identico destino del sarto o sarà rientrato in Italia al fianco del suo mitizzato Duce?
Tra le infinite suggestioni/provocazioni dell’ottimo testo ne ho scelta una, pensando di sostituire un personaggio, o meglio di farlo rivivere per bocca di una donna, avvezza a manovrare ago e filo ma non necessariamente una sarta, probabilmente l’unica sopravvissuta all’affondamento dell’Arandora Star. Colei che conobbe il sarto e che ora ne parla al mondo come si parla di un emblema, della storia stessa; per rendere testimonianza.
Come a dire che il sarto, al di là di sterili ideologie e mitizzazioni, rappresenta un ideale, un insieme di sentimenti che superano il contingente per consegnarsi all’immortalità.
Il sarto viene riferito da una voce e da un’ azione, attraverso il lavoro dell’attore che mai come in questo caso è chiamato a entrare nel personaggio per restituirne la parte più intima, spirituale, quella immateriale; quasi che il corpo diventasse una diafana presenza. Immane, secolare confronto tra il bene e il male, l’incontro-scontro a tre, tra il sarto, il Capitano e Vanni sembra una partita a scacchi in bianco e nero.
Verrebbe da chiedersi chi sia, se c’è, il manovratore, più o meno occulto, che in questo come in casi similari, determini (seppure) i destini dei singoli e del mondo.
In fondo ciò che resta è semplicemente la speranza di una fine giusta, del trionfo del bene sul male, anche dopo il reiterato tributo di sangue che la storia talvolta nasconde e sottace.
Speranza esile ma convinta, affidata ancora una volta a una donna:apparentemente dimessa, straziata forse ma non vinta, arsa anzi di coraggio e passione.
Un po’ come per l’italiana dell’altro Processo a Mussolini di Michael Foot, come il ritorno di un eco lontana o il rinforzo di un concetto diversamente espresso ma sempre molto chiaro e potente. Come la luce purissima di un impegno quotidiano che, misconosciuto ma tenace, squarcia prima o poi il buio appiccicoso della ragione ottenebrata.

dal Presidente Emerito Carlo Azeglio Ciampi
Roma, 2 novembre 2010
Caro Berti,
ricevo il cortese invito alla rappresentazione , in prima assoluta, de Il sarto
in fondo al mare, il lavoro che Alfio Bernabei ha dedicato a un episodio
drammatico e pressoché sconosciuto della seconda guerra mondiale.
Mi rincresce molto di non potervi assistere, come sarebbe stato mio vivo
desiderio. D'altra parte, l'età ancora una volta mi consiglia di "rivedere la
mia scala di preferenze". Il rammarico per la rinuncia trova compenso nel
sentimento di soddisfazione per questa ulteriore iniziativa del Centro
Calamandrei.
Come le precedenti, essa si inscrive in un progetto culturale di respiro ampio;
un progetto - e del resto tutta l'attività del Centro - che trae ispirazione da
forti motivazioni civili ed etiche. E non potrebbe essere diversamente data
l'impegnativa scelta di richiamarsi ai valori e agli ideali di Piero Calamandrei.
Seppure da lontano, seguo con attenzione e con intensa partecipazione
ogni vostra manifestazione, ogni iniziativa. Per esse auspico fervidamente
la più ampia presenza di cittadini; in particolare, il più ampio coinvolgimento
dei giovani. Questi ultimi, come ben sa, caro Berti, occupano un posto
speciale nei miei pensieri, nelle mie preoccupazioni, nelle mie speranze.
Quale presidente onorario, desidero rinnovarLe l'espressione del mio
apprezzamento per l'impegno e la passione con i quali il Centro Calamandrei
è presente nella vita culturale della comunità jesina.
Colgo con piacere l'occasione per inviarLe molti cordiali saluti
Carlo Azeglio Ciampi

La storia dell'Arandora Star diventerà un dramma teatrale
L'affondamento dell'Arandora Star nel 1940, uno delle più controverse e contemporaneamente sconosciute tragedie che colpiscono l'Italia durante la Seconda guerra mondiale sarà al centro di uno spettacolo teatrale. Il dramma consentirà di diffondere la memoria di questo disastro.
Nel giugno del 1940, in seguito alla dichiarazione di guerra dell'Italia alla Gran Bretagna, circa 450 italiani residenti in varie parti delle isole britanniche furono internati come "nemici stranieri". Secondo le consuetudini del tempo, quando si entrava in stato di guerra con un'altra nazione, si provvedeva a rinchiudere sotto sorveglianza i cittadini dello Stato nemico. Ma gli inglesi stabilirono di deportare i cittadini di origine italiana e tedesca in campi di concentramento oltreoceano, privandoli delle proprietà e non applicando molte delle garanzie previste dalle leggi internazionali. Una delle navi che trasportava questi internati - assieme ad alcuni prigionieri di guerra e perfino un gruppo di rifugiati ebrei italiani - la Arandora Star venne silurata a largo delle coste irlandesi da un sommergibile tedesco, l'U47 il 2 luglio 1940 col suo carico di deportati. Furono 446 gli italiani che morirono nella catastrofe, assieme ad altri 400 tedeschi, austriaci e membri dell'equipaggio.
Una tragedia italiana oscurata e pressochè dimenticata in Italia per 70 anni. Al contrario la comunità italiana in Gran Bretagna la ricorda ogni anno. Non a caso l'autore dell'opera teatrale "Il sarto in fondo al mare" è Alfio Bernabei, da decenni emigrato in Inghilterra, regista, scrittore e storico impegnato in ricerche sulla strage dell'Arandora (suo, tra l'altro, il libro "Esuli ed emigranti italiani nel Regno Unito - 1920/1940 edito in Italia da Mursio). Per Alfio Bernabei, l'affondamento dell'Arandora " è una tragedia mai dimenticata. O troppo dimenticata. In ogni caso la più grave mai avvenuta nella storia dell'emigrazione italiana all'estero". Al centro del dramma è un personaggio realmente esistito che fu fra le vittime, Decio Anzani, un sarto romagnolo che viveva a Londra ed era da anni uno dei protagonosti dell'opposizione al Duce quale segretario della Lega Italiana per i Diritti dell'uomo.
La Arandora Star era stracolma di internati, carica fino al doppio del massimo consentito. Le scialuppe erano un numero inferiore al previsto e tenute dietro filo spinato. Inoltre il mercantile era stato dipinto di grigio-marina e non mostrava alcun contrassegno di riconoscimento per comunicare d'essere un trasporto di civili inermi e non un bersaglio militare. L'equipaggio infine non aveva avuto alcuna istruzione, tanto che le operazioni di salvataggio dei superstiti furono condotte col determinante intervento di un prigioniero tedesco, il comandante Otto Burfeind della nave "Adolph Woermann", che alla fine risultò fra i dispersi. Agli internati superstiti non furono riconosciuti i diritti previsti dalle leggi internazionali e nonostante la tragedia molti di loro furono deportati nelle colonie britanniche dell'Oceania. I famigliari non hanno mai ricevute scuse ufficiali, nè un risarcimento.
(inserito in www,storiainrete.com il 29 novembre 2010)

http://italiadallestero.info/archives/10483




foto di Adriana Argalia


Mi hanno sempre detto fin da piccino che non si guarda dal buco della serratura, è sconveniente, poco raffinato. Ho rispettato quel precetto per quasi mezzo secolo, fino a venerdì scorso, quando,, senza rendermene conto, in maniera del tutto casuale, addirittura inevitabile, ho assistito ad una prima teatrale, anzi ad un’antreprima riservata (come si usa dire nel settore, quando si invitano giornalisti e direttori di teatro), dedicata praticamente ad un solo spettatore, me.
Uno spettatore dalla presenza impalpabile ma decisa, discreta e pervasiva insieme, che sta lì da sempre, o meglio da quando hanno trasformato un vecchio capannone in palcoscenico attrezzato. Ho trovato quello spazio molto confortevole, intrigante, e vi ho preso dimora, occhieggiando dal fondo della scena. Credo che mi ci fermerò per un pezzo o forse no:perché sono un’anima vagante, inquieta e appassionata: io sono l’anima del teatro.
Proprio l’altra sera ho inteso il regista raccontare ai suoi attori e tecnici la trama de “Il sarto in fondo al mare”.
E’ partito curiosamente dalla fine, dalla didascalia che recita così: ”L’ufficio del capitano. Il capitano entra, corre a versarsi un bicchiere di whiskey. S’accorge che c’è qualcosa che non va…Vanni… tasta con le mani la stoffa dei pantaloni…del vestito di Stephen. Il capitano estrae la pistola…la punta contro Vanni che alza le mani per arrendersi…”.
L’ho sorpreso interrogarsi e interrogare: “E poi? Com’è finita la storia?, del capitano Foster, di Vanni Vanucci, del sarto italiano Mursi?”. Sono rimasta perplessa anch’io. Allora mi sono avvicinata a Dante, Murgia e Nico, e lui ha proseguito, come a voler rendere partecipe il gruppo, ancor più consapevole, di una precisa scelta di campo, anzi di palco.
“A questo finale aperto, o che tale immagino, potrebbero seguire altre scene, altri accadimenti. Per differire la conclusione della messa in scena, per non concluderla mai, o per concluderla in mille modi differenti. Del resto, non è questa una delle leggi del teatro: quella di un eterno ritorno: di storie, di personaggi, di sentimenti?
Sarà salito anche il capitano Foster sulla nave che nella realtà fu affondata, trascinando per sempre in fondo al mare il suo dolente carico umano?
E vanni, baldanzoso giovane in camicia nera, re del turpiloquio, avrà patito anch’egli l’identico destino del sarto o sarà rientrato in Italia al fianco del suo conducator ?
Tra le infinite suggestioni che il testo propone ne ho scelta una, pensando di sostituire un personaggio, o meglio di farlo rivivere per bocca di una donna, avvezza a manovrare ago e filo ma non necessariamente una sarta, probabilmente l’ unica sopravvissuta all’affondamento della Arandora Star. Colei che conobbe il sarto e che ora ne parla al mondo come si parla di un emblema, della storia stessa; per rendere testimonianza.
Come dire che il sarto, al di là di sterili ideologie e mitizzazioni, rappresenta un ideale, un insieme di sentimenti che superano il contingente per consegnarsi all’immortalità”.
Una donna che porta in scena il sarto è quasi una provocazione, pur se conosco la sua predilezione (del regista, dico) per l’eterno femminino, come cantava Goethe nel Faust ad indicare le caratteristiche eterne, immutabili e stordenti del fascino femminile, della femminilità.
Questa scelta mi invoglia a seguire la prova che tra qualche istante inizierà, ma lui parla ancora, ha voglia di approfondire quel concetto con i suoi che ascoltano e appaiono condividere.
“E’ come il sarto venisse riferito da una voce e da un’azione, attraverso il lavoro dell’attore che mai come in questo caso è chiamato ad entrare nel personaggio per restituirne la parte più intima, spirituale, quella immateriale; quasi che il corpo diventasse una diafana presenza. Immane, secolare confronto tra il bene e il male, l’incontro – scontro a tre, tra il sarto, il capitano e Vanni sembra una partita a scacchi in bianco e nero.
Verrebbe da chiedersi chi sia, se c’è, il manovratore, più o meno occulto, che in questo come in casi similari, determini (seppure) i destini dei singoli e del mondo. In fondo, ciò che resta è semplicemente la speranza di una fine giusta, del trionfo del bene sul male, anche dopo il reiterato tributo di sangue che la storia talvolta nasconde o sottace”.
Adesso è proprio ora della generale: mi siedo in disparte o aleggio tra catinelle e fari?; devo decidere il punto migliore, ma problemi non ne vedo perché la scena è scarna, come l’alloggio di internati in un campo di lavoro dell’ultima guerra: due brande, qualche sedia sgangherata, poveri abiti da rammendare; su tutto un vecchio mezzo manichino ad incombere e ammonire, mai terrorizzante… La luce è polverosa, sarà l’effetto dei frost che un po’ appiattisce ma drammatizza ambiente e personaggi, in questo teatro di parola, pieno ma non ingombro di parole, in cui anzi la parola vibra, eccita, rampogna, sottace, esplica e sfida la partecipazione del pubblico, a cui s’avvinghia in un abbraccio senza fine.
La parola sostiene e informa, ricorda e denuncia, e diventa il vero protagonista della messa in scena: bene prezioso e raro oggetto da collezione nella cosiddetta odierna civiltà dell’immagine. Ma la parola è anche immagine quando si fa sentimento, intesa, interiorità.
La prova fila via veloce, buono il ritmo dell’eloquio, affiatati gli attori, raffinato l’impianto della scrittura scenica, ma anche aggressivo e talvolta sfrontato, surrogato del resto dallo scritto dell’Autore, recensito con parole d’encomio dal grande Luigi Squarzina.
L’appuntamento è per il 4 dicembre. Io arriverò un po’ prima, anche se il luogo non m’è certamente sconosciuto: seguirò la prima, e l’emozione sarà grande, come sempre quando la luce di sala scende, il sipario si apre e lo spettacolo dispiega le sue vele, sospinte dal garrulo soffio della creazione verso i lidi inesplorati di una nuova avventura.
L’Anima del Teatro
(da “La Voce della Vallesina” del 5 dicembre 2010)

DOMANI A JESI IL TESTO SULL’ARANDORA STAR CHE FU AFFONDATA.
PARLA L’AUTORE ALFIO BERNABEI
“IL MIO SARTO RACCONTA UNA TRAGEDIA DIMENTICATA”
Jesi - ” Il sarto in fondo al mare”, spettacolo di Alfio Bernabei, andrà in scena in prima assoluta al Teatro Moriconi di Jesi domani (ore 21) grazie al Centro Studi Calamandrei che l’ha prodotto a al Teatro Luce-Res Humanae che lo mette in scena, regia di Paolo Pirani.
> Alfio Bernabei, lei è un italiano a Londra come i protagonisti del suo testo teatrale, però ha scelto Jesi come primo palcoscenico, perché?
“ A vederla dall’estero l’Italia di oggi dà l’impressione di un desero culturale con delle piccole oasi. Per me quella di Jesi rappresenta quest’oasi di resistenza. E’ per questo che in anticipo sulla messa in scena a Londra nel 2011 la prima mondiale avverrà a Jesi”.
> Perché la tragedia dell’Arandora Star è così sconosciuta oggi?
“ Non se ne parlò all’epoca per via della censura. Dopo di che divenne imbarazzante dover ammettere che quasi 500 italiani erano stati uccisi da un siluro lanciato dagli ex alleati di guerra tedeschi”.
> La vicenda è più nota agli italiani che si trovavano in Inghilterra?
“ Assolutamente si. Anche il Daily Telegraph ha citato l’esempio di come molti italiani si ritrovano ogni anno in Inghilterra a commemorare le vittime dell’affondamento mentre in Italia non se ne sa quasi nulla “.
> Perché raccontarla oggi?
“ Abbiamo guerre in giro. Il comportamento verso prigionieri di guerra o internati, che si tratti di Guantanamo o Abu Graib, rimane argomento attuale, rilevante. Senza fare di tutta un’erba un fascio perché bisogna distinguere tra individuo ed individuo. I diritti umani vanno protetti o si torna alle barbarie “.
> Cosa l’ha spinto a farlo?
“ Un interesse per la giustizia. Per la memoria storica. Non è per caso che attualmente scrivo per la rivista antifascista Searchlight International “.
> Se dovesse spiegare ai giovani chi era Decio Anzani? E invitarli a teatro?
“ Comincerei con il dire che prima delle grande firme della moda che tutti conosciamo c’erano tanti sarti italiani nel mondo che creavano l’humus per l’apprezzamento di una futura industria e che è bello e positivo rivolgersi all’emigrazione in chiave di progresso. Poi direi che Anzani stesso diventa modello di vita. E’ l’individuo che oltre al suo ordinario lavoro si occupa di tenere alti i valori umani contro l’autoritarismo guerrafondaio. Diventa acerrimo nemico di mussolini che nella realtà era suo coetaneo e quasi ex vicino di casa “.
> Il testo racconta anche un rapporto più intimo tra il sarto e il capitano inglese, è una chiave di lettura?
“ I sarti ci misurano. Cui toccano le parti intime. Intuiscono i nostri desideri più segreti. Prima di Freud c’erano i sarti. Sul rapporto tra questi due personaggi col loro diverso passato, ora portato a galla da una tragedia politica, ha detto bene Luigi Squarzina nella sua introduzione al testo quando ha scritto di come qualunque passato incide sul presente fino a modificarne la percezione, dapprima nelle manifestazioni esteriori poi nell’intimità segreta ed inconfessabile “.
Sara Ferreri
(dal “Resto del Carlino” del 3 dicembre 2010)

Tema di quest’opera che vede la regia di Paolo Pirani
è l’affondamento della nave inglese Arandora Star
“IL SARTO IN FONDO AL MARE”
la prima al Moriconi di Jesi
“Il sarto in fondo al mare” è una storia vera, anche se forse non completamente. E’ la presentazione di un paradosso che la seconda guerra mondiale rese vivo e praticabile. E’ come tutte le vicende che lambiscono i territori “belligeranti”, assume una simbologia mitica, dai contorni che rivelano la crudeltà del cannone quando spara un colpo. Qualunque sia l’elmetto sopra al quale vola. Nella piéce di Alfio Bassotti, autore che vive a Londra da oltre quarant’anni, prima corrispondente dell’Unità e poi come saggista, storico e ricercatore, c’è l’assurdità e l’incongruenza che assumono le irrazionali ed atroci fisionomie di chi viene giudicato “nemico”. Non importa, poi, se da anni risiede nel Paese, quale che sia l’idea politica
Lo spunto de “Il sarto in fondo al mare” parte dalla dichiarazione di guerra di Mussolini all’Ingh8ilterra, nel 1940. Allora oltre 45.000 italiani risiedevano nel Regno Unito ed erano perfettamente integrati in quel tessuto sociale e lavorativo. La dichiarazione di guerra gli cambia lo status, tanto che diventano nemici “in casa” e debbono, per questo, essere internati in campi di lavoro.
E chi fece caso, per esempio, se fossero fascisti o meno? Se fossero indifferenti o coinvolti? Niente, obbligo per tutti di vivere nei campi di internamento, isolati, nel timore che potessero formare una Quinta colonna con atti di sabotaggio per facilitare un’invasione del nemico oltremanica.
Questo lavoro, che viene presentato in prima mondiale assoluta dal Centro Studi Calamandrei e dal Teatro Luce-Res Humanae a Jesi sabato al Teatro Valeria Moriconi, ha per tema l’affondamento della nave inglese Arandora Star, al largo delle coste irlandesi. La nave viene colpita da un siluro tedesco e la vicenda si muove partendo da un incontro tra il Comandante Inglese di un campo di internamento e un sarto italiano che è stato arrestato per sbaglio. Il sarto, che poi scomparirà in fondo al mare, è basato sulla figura di Decio Anzani, famoso per la sua presenza su riviste di moda, come Vogue, e per la prestigiosa clientela.
Alfio Bernabei dovrebbe essere alla “prima” a Jesi, ci tiene moltissimo, da sempre si occupa dell’argomento esuli italiani nel Regno Unito.
Il testo contiene una prefazione del grande regista Luigi Squarzina, recentemente scomparso, che gli affida “ un posto di rilievo nello scaffale poco affollato dei buoni copioni contemporanei”.
Regia di Paolo Pirani, in scena Mugia Bellagamba, Dante Ricci e Nico Alberici.
Giovanni Filosa
(dal “Corriere Adriatico” del 2 dicembre 2010)

>CALAMANDREI<
BERNABEI: “IL SARTO IN FONDO AL MARE
EROE DELLA LOTTA AI REGIMI ”
Jesi - Sbarcato nel Regno Unito da Forlì sull’onda dei viaggi di fortuna degli anni Sessanta, Alfio Bernabei torna domani al Teatro Moriconi con Il sarto in fondo al mare, prima internazionale di cui hanno già parlato la BBC e il Telegraph di Londra, che lui spera di portare al più presto anche nei teatri della capitale inglese.
> Come ha iniziato ad interessarsi alla vicenda della Arandora Star ,di fatto sconosciuta in Italia?
“ Non ne sapevo nulla fino agli anni ’80, anche se è la tragedia più grave di tutta la storia dell’emigrazione italiana all’estero. L’ho appresa per caso dai ciprioti a Londra che dicevano che la loro fortuna era cominciata nei primi anni ’40 quando a Londra non c’erano più italiani perché molti erano stati internati o espatriati ”.
> Perché non si parla dei 450 italiani morti con il siluramento della Arandora Star?
“ La dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940 è un momento imbarazzante per gli italiani e per la loro scelta opportunistica, fatta nel momento in cui l’Inghilterra, così come la Francia, sono in ginocchio. All’epoca non se ne parlò perché per l’Italia si trattava di un incidente di fuoco amico, ma anche a causa degli errori commessi dagli inglesi; mettere dei civili a bordo di una nave senza il logo della Croce Rossa può anche essere definito un crimine di guerra” .
.> Le sue simpatie vanno a Decio Anzani, il sarto disertore emigrato a Londra che si batte per i suoi ideali.
“ Credo che sia molto importante prendere come modelli personaggi come Anzani che mettono tutta la loro energia per gli ideali. Il sarto è un individuo che esiste anche oggi dove esistono regimi che devono essere abbattuti “.
> Condivide la scelta di genere del regista che ha trasformato il sarto in una sarta?
“ Trovo che si tratti di un’ottima scelta. Sul piano teatrale non mi sorprende nemmeno più di tanto; vivo nel paese di Shakespeare in cui erano gli uomini a recitare la parte delle donne, ma basta pensare al teatro giapponese, oppure a Sarah Bernhardt che fece Lorenzaccio. Ora poi abbiamo Helen Mirren che fa Prospero, dunque siamo in buona compagnia”. [......]
Silvia Barocci
(dal Messaggero” del 3 dicembre 2010)

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Il Centro Studi Piero Calamandrei
presenta Teatrotello
in
FESTA GRANDE DI APRILE
di Franco Antonicelli
nella riduzione ed adattamento per il palcoscenico di
Silvia Bertolotti e Gian Franco Berti
con Alessio Tesei, Andrea Laudazi, Benedetto Bossi, Bianca Lazaroni,
Chiara Gagliardini, Enrico Mosconi, Federica Curletta,
Leonardo Paolini, Luca Romagnoli, Luigi Bini,Mariù Governatori,
Massimiliano Bedetti, Matteo Sbrollini, Michela Morosini,
Milena Gregori, Nicholas De Alcubierre,
Sergio Roscini, Silvia Pasquini
regia di Gianfranco Frelli
*
gli Onafifetti cantano la Resistenza
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Nell'occasione della rappresentazione di "Festa Grande d'Aprile"
nell'atrio del Teatro Pergolesi è stata allestita la mostra
FRANCO ANTONICELLI
CONFINATO POLITICO AD AGROPOLI 1935 / 36
Il materiale in esposizione è tratto dal fondo Antonicelli del
Centro Studi Piero Calamandrei di Jesi

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DA PATRIZIA ANTONICELLI
Sono particolarmente grata al Comune di Jesi ed al Centro Studi Calamandrei per aver scelto di presentare "Festa grande di Aprile". Non solo mi da grande gioia che un'opera di mio padre continui ad essere viva e utile alle nuove generazioni ma sono convinta che opere come questa sono uno stimolo a ricordare e a capire gli avvenimenti storici e i loro insegnamenti. Oggi più che mai è importante che si ricordino i momenti che hanno segnato la nostra storia in modo drammatico per aiutare i giovani a conoscere e quindi ad evitare il ripetersi, nelle varie forme in cui si possono presentare, i pericoli di forme di fascismo ed altre deviazioni striscianti.
Grazie per questa bellissima idea.
Patrizia Antonicelli



La lezione morale e politica della Resistenza:
così nel 1965 Antonicelli spiegò le ragioni della sua pièce sulla Liberazione
Franco Antonicelli
FESTA GRANDE D’APRILE
Quando scrivevo Festa grande d’aprile io avevo alcuni intenti. […] Pensavo anzitutto che fosse necessario ricordare anche la tragedia del popolo italiano (quella che chiamo “una tragedia perfetta”, perché comincia con un delitto, culmine di una crisi, e finisce con una purificazione). Naturalmente ricordavo a vent’anni di distanza, senza odio e col pudore nei riguardi dei miti, della retorica dell’orrore, e della retorica del fallimento e della delusione. Perche ricordare? Perche da quel ricordo, ammesso che la conoscenza storica degli avvenimenti sia egualmente diffusa (il che non è affatto, anzi lamentiamo che non sia) scaturisca tutta la possibile lezione, che è insieme morale e politica.
Ho scelto alcuni fatti essenziali e ne ho spremuto la lezione per il presente. Non credo che questi fatti siano stati semplicemente rievocati sotto la guida di un sentimento elegiaco. Il padre che si arrampica sugli specchi per non dire ( o perché non sa dire) se lavarsene le mani, cioè sfuggire alla responsabilità della scelta (è la scena del “gesto di Pilato”), sia degno o indegno dell’uomo, e di conseguenza si riempie la bocca della parola coscienza, della coscienza che non si macchia perché non si espone mai (ed elabora una sua convinta tesi che lo star fuori dal conflitto richieda più coraggio che il prender parte), bene, questo padre è vivo ancora oggi, è l’uomo delle schede bianche, dell’ al di sopra della politica, che conosciamo benissimo. E’ l’oscuro corresponsabile del fascismo che passa vittorioso. I Frondisti (la scena “Piccola Fronda”) verbosi,velleitari, sono la gelatina che conosciamo: non molto più rispettabili dei vili e degl’indifferenti.
Ho scelto la figura di DeBosis per onorare il martire volontario e isolato, la protesta eroica, che non è mai sterile, e tuttavia è condannata alla sconfitta politica. La sua storia, per contrasto, appartiene esemplarmente al motivo che circola in tutto il mio testo: la fede nell’azione comune, nella grande lotta unitaria contro quel nemico che si arriva a riconoscere identico per tutti. Fino a quando l’antifascismo non ha accettato (e non accetterà) la partecipazione della classe operaia alle battaglie decisive, ha perduto ( e perderà). Il timore che l’esercito dei lavoratori si muova e proceda senza più fermarsi è alla base di tutte le inerzie, i compromessi e i pericoli di soluzioni rovinose di ieri e di oggi.
Lo dico in modo soltanto emotivo ed embrionale nella scena di Gramsci, lo ripeto nell’episodio della guerra di Spagna. In “Officina 19” e oltre; persino nella canzone “ La vittoria è nell’unità” che cantano gli operai rivolgendosi al pubblico alla fine del “primo tempo”. Che la grandezza della patria non sia, non debba essere più una grandezza militare, e nemmeno l’onore della bandiera sia semplicemente un onore militare è gridato, perfino con esasperazione, nella scena del ritorno dalla Russia e delle “mele del duce”. Che ciò che divide gli uomini non siano le diversità nazionali e razziali ma quelle ideologiche e morali è detto ovunque: E Anche, che la patri è ciò che non è diviso e non divide. Credo di aver battuto e ribattuto sull’indegnità e sulle insidie sempre latenti dell’antisemitismo (e di ogni razzismo): non mi pare che si tratti di pericoli sventati, di timori fantastici.
Dico anche in Festa grande d’aprile che la verità va cercata da sé e non attesa, come nonn si attende la salvezza da nessuno; e che il soldato non è un burattino, né il cittadino né l’uomo vanno mai dimenticati in lui; e che dopo la liberazione ci sarebbe stato bisogno di un’altra lotta e non sembrava legittima la pretesa degli intellettuali di leggersi in pace Eschilo, lontani dagli impegni degli altri uomini. Una sola guerra è ancora possibile concepire (tollerare), dico nella “Trincea d’Aragona”: la guerra civile. Parola brutta, fatto brutto, di cui vogliamo la scomparsa, per opera nostra. Ma è la sola contesa di cui possiamo darci una dolorosa ragione: la guerra contro ogni forma d’oppressione. Quale democratico non pensa che le vere rivoluzioni non sono una vendetta e non sono, se non sciaguratamente, un puro scatenarsi tempestoso, ma il frutto di un lavoro ordinato e profondo (parlo, nel mio testo, di “lavoro leale”, parlo del dovere dello studio)? Eppure, ammetto che anche la tempesta possa essere necessaria e feconda. E’ questa la più sincera delle mie convinzioni e sentivo il bisogno di parteciparla. […]
Giovanni De Luna
COME IL 14 LUGLIO PER I FRANCESI
Letterato finissimo, Franco Antonicelli fu anche fotografo e grande frequentatore della cultura di massa, tanto da pubblicare (per l’editore Fassinelli) i primi album italiano con le avventure dei personaggi di Walt Disney. Nel dopoguerra la sua collaborazione con la radio e la televisione fu assidua e costante. Tra il 1968 e 1l 1974 (anno della morte) fu senatore della Repubblica, eletto nelle file della Sinistra Indipendente. Pur con qualche rimpianto per una cultura elitaria (al riparo dalla durezza delle leggi di mercato), ma attraversato da mille curiosità intellettuali, non era certo un autore teatrale. Eppure la sua Festa grande d’aprile, messa in scena per la regia di maurizio Scaparro al Teatro Alfieri di Torino tra il 13 e il 17 gennaio 1965, richiamò una grande folla di spettatori.
Poco tempo prima, sempre allò’Alfieri, si era svolto un ciclo di lezioni sull’antifascismo e sulla Resistenza, voluto dallo stesso Antonicelli. Un’intera generazione conobbe così per la prima volta quel passato fino ad allora cancellato dalla memoria della nostra Repubblica e archiviato come una pagina buia della nostra storia che era meglio dimenticare. Antonicelli portò sulla scena martiri, date, eventi; l’assassinio di Matteotti, l’esilio di Gobetti, il processo a Gramsci, ma anche il volo senza speranza di Lauro De Bosis, il sacrificio di Renzo Giua nella guerra civile spagnola, le leggi razziali del 1938, la guerra in Russia, gli scioperi del marzo del 1943, l’8 settembre, le prime bande, la lotta partigiana, l’insurrezione vittoriosa del 25 aprile 1945. Una catena ininterrotta lungo la quale si snoda il percorso dall’abisso della dittatura alla festa della ritrovata libertà.
La prima parte dello spettacolo si intitolava “Gli anni della cimice” (quelli del ventennio fascista), la seconda “L’età dell’uomo”, e partiva con l’8 settembre 1943: cominciò allora un riscatto morale che fu di un intero paese ma anche soprattutto dei singoli individui. Oggi è proprio la prima parte quella che colpisce di più: gli “anni della cimice” vissuti come una vergogna non tanto per le compromissioni opportunistiche con il regime, ma proprio per il solo fatto di aver attraversato quegli anni nell’ignominia dell’assenza di libertà. “Che cosa può succedere quando un regime pretende che anche tu diventi un’opera sua?” Antonicelli cercò di rispondere a questa domanda, interrogandosi su pilato e sul suo “lavarsene le mani” per poi lasciare una frase che fotografa una diffusa inquietudine del nostro tempo: “Facile è andare d’accordo coi giorni sublimi, difficile venire a patti coi giorni meschini…”.
Festa grande d’aprile fu anche una proposta politica, , quella esplicitata nell’articolo che oggi viene ripubblicato sulla Stampa : il fascismo era stata una tragedia perfetta”, “iniziata con un delitto e terminata con una purificazione”. Ecco, il 25 aprile avrebbe dovuto essere questo: una grande festa catartica, un luogo della memoria in cui ogni anno gli italiani avrebbero potuto specchiarsi in una democrazia ritrovata, senza però dimenticare la vergogna di chi si era lasciato governare per vent’anni rinunciando alla libertà e alla dignità. Una festa per tutti, allegra e popolare come il 14 luglio per i francesi, che un liberale come Antonicelli voleva fosse celebrata nel nome della patria, ricordando che “patria è ciò che non è diviso e non divide”.
(da “La Stampa” del 25 aprile 2010)

Silvia Bertolotti
LA POLIFONIA DEL RICORDO
Festa Grande di Aprile di Franco Antonicelli potrebbe apparire come un’opera a sé stante , un fatto un pò isolato all’interno del vasto panorama dell’attività artistica e letteraria antonicelliana; invece, non è così. La pièce racchiude nel suo senso e nelle sue scelte formali e stilistiche molte delle suggestioni, dei temi, e delle velleità del suo autore. Festa Grande di Aprile condensa nel testo e nella traduzione scenica il concetto di polifonia e le soluzioni poetico-formali della rapsodia e della ballata. Pubblicata da Einaudi nel 1964 nella Collezione di Teatro diretta da Paolo Grassi e Gerardo Guerrieri, nel medesimo anno ottiene il Premio Tricolore per un testo drammatico sulla Resistenza. L’opera teatrale rievoca le vicende italiane dalle tragiche giornate del delitto Matteotti alla Liberazione. Antonicelli stesso in un articolo del gennaio 1965 pubblicato su «Resistenza» dichiara almeno alcuni degli intenti che lo mossero alla stesura di Festa Grande di Aprile. Attraverso una seguenza di numerosi e rapidi quadri, come una carrellata cinematografica di immagini e fotogrammi, l’autore, che “non è scrittore di teatro e non ha teorie al riguardo” porta sul palcoscenico una “tragedia perfetta”; da un delitto, attraverso l’acme di una crisi morale e di coscienza, si giunge alla catarsi. Antonicelli esorta ad una partecipazione politica attiva e consapevole, pronta anche al moto rivoluzionario, se necessario, senza per questo dover essere guidata da un eccesso di elegia o risentimento; “la verità va cercata da sé e non attesa” – egli scrive- ma soprattutto Antonicelli pensa che sia necessario ricordare. All’ultima scena di Festa Grande di Aprile figure evanescenti di condannati a morte ci chiamano ad una assunzione di responsabilità; “i morti – spiega l’autore- non spariscono nel buio del passato – con quale coscienza storica ricordare? E’ presentata una rievocazione collettiva che, scavando tra le macerie dell’indifferenza o dei conflitti ideologici, muove alla rilettura e all’introspezione. E’ un ricordo che, pur nella gioia della Liberazione finale, vuole essere intriso di rispetto e di riflessione.
La pièce perciò ha una dimensione corale, è una polifonia di testimonianze vissute, in cui alle voci di Giacomo Matteotti, Lauro de Bosis o di Anna Frank si unisce la voce del cittadino qualsiasi, l’individuo di cui nessuno ricorderà il nome. Squarci di storia balenano sulla scena trascinando con sé personaggi provenienti dalle più differenti classi sociali. Una polifonia forte, cercata, e amata dall’autore, che sottolinea la latitudine dei suoi interessi, il suo impegno civile, ma anche la sua irriducibile e straordinaria sensibilità nel porsi in ascolto dell’Uomo. Antonicelli si avvale perciò di una varia pluralità di codici espressivi, una pluralità di registri comunicativi attraverso i quali la sua “lezione di libertà” intende parlare al più vasto pubblico ed avere la più ampia efficacia di diffusione e persuasione. E’ un testo composto di dialoghi, commenti, soliloqui, ricordi, immagini, commiati. Notevole spazio è affidato alle parti cantate, ovvero ai Canti della Resistenza, che rappresentano momenti di intensa pregnanza mitica, popolare e simbolica. Non tutta la materia è poi di invenzione, ma si registrano debiti o echi da altri autori. Ecco che il tono epico della rapsodia, il suo ritmo narrativo e didascalico si mescola e unisce a quello della ballata, per il quale prevalgono gli ossimori tipici della prismatica personalità del nostro intellettuale, critico e scrittore; domina il contrasto apparente tra il singolo e la collettività, tra la ribellione anarchica e il dovere, tra il sogno ideale e il realismo più crudo, ed è difficile perciò non richiamare alla mente la predilezione di Antonicelli per un poeta maudit, controverso e modernissimo quale fu François Villon. Le ambivalenze, le opposizioni, l’incostanza e l’ansia di perfezione saranno il lievito dell’opera antonicelliana. Un’immagine è forse in questo senso più emblematica di altre. E’ il 1935, Franco Antonicelli si trova al confino ad Agropoli, vestito di bianco fissa l’obiettivo del fotografo, l’aria elegante e svagata, forse un po’ beffarda, ma che non tradirà il ruolo di intellettuale militante e di testimone profondo delle contraddizioni e degli slanci della sua epoca.
Gian Franco Berti
DELLA RESISTENZA E DELLA FESTA GRANDE D'APRILE
" Ci deve mettere la faccia" - " Ce la sto mettendo, mi pare: E' il Centro Calamandrei che organizza tutto e io ne sono il presidente. Più faccia di così?" - "Non basta. Ci deve mettere nome e cognome". Riferisco il colloquio a distanza con la figlia di Franco Antonicelli che sta negli Stati Uniti, meglio, sta in New Mexico con i nativi, perchè è
a Patrizia Antonicelli che penso quando Beatrice Testadiferro mi dice "Ci deve mettere la faccia". Ero andato per raccomandare una bella presentazione dello spettacolo Festa grande d'Aprile del prossimo 25 aprle sulla Liberazione. La 'direttora' la conosco da tempo, da quando dieci anni fa presiedevo alle prime mosse della Fondazione Pergolesi Spontini e lei era l'assessora alla cultura di Maiolati, il socio fondatore. La conosco bene, e so che dietro quella faccetta da santarellina si nasconde un'anima di acciaio temperato. " Ci metta la faccia. Se la scriva lei la Resistenza, la festa d'Aprile. Io le do lo spazio sul giornale".
Eccomi qui a scoprire la mia inadeguatezza, ma anche la voglia di palare di un azzardo, e comunque di un qualcosa che tocca un mio 'maggiore', anzi il mio 'maggiore' per eccellenza: Franco Antonicelli, lo scrittore, il poeta, il fotografo, il disegnatore, il giornalista, l'editore, lo scopritore di talenti, l'organizzatore, il paroliere, l'intellettuale a tutto tondo, pieno di contraddizioni, di dubbi; il liberale che sterza, corregge, arrischia strade nuove; l'uomo che viveva con pari intensità e curiosità gli incontri con i contadini di Agropoli, quando era al confino, come le discussioni con Benedetto Croce, quando era in vacanza a Sordevolo. Il sodale di gente come Parri, come Calamandrei, come Salvemini, come Einaudi; il maestro per Leone Ginzburg, per Norberto Bobbio, per Gianni Agnelli, per Vittorio Foa, per Alessandro Galante Garrone.
Perchè non si può parlare della Resistenza in Piemonte. a Torino, senza parlare di Antonicelli, del presidente del CLN regionale, dell'uomo che il regime fascista incarcerava dieci anni prima delle leggi raziali, che mandava al confino quando ancora i futuri antifascisti doc cercavano favori, compiacendo. E, soprattutto, percche lo spettacolo Festa grande d'Aprile è suo,, di Franco Antonicelli che lo scrisse nei primi anni '60, che prese il 1° premio, che fu pubblicato da Einaudi nel '64 nella collana diretta da Paolo Grasso, mitico sovraintendente della Scala.
Ma io non voglio presentare lo spettacolo, perchè non sono un criico teatrale e anche perchè sono parte in causa; e non voglio parlare della Resistenza e della Liberazione, perchè non sono uno storico. Quindi, non la mia faccia ci metto, ma quella di un po' di personaggi insigni...e vediamo chi trova da ridire.
Aveva detto Ferruccio Parri: "Perchè questa buia parentesi sia chiusa ed espiata, occorre che l'esperimento fascista, percorso tutto l'arco del suo sviluppo secondo la logica del suo impulso e del suo peso, abbia maturato nella coscienza del popolo tutti i suoi frutti amari e salutari, restituendogli ansiosa sete dei beni perduti, ferma volontà di riconquista e ferma volontà di difesa. Secondo Risorgimento di popolo - non più di sole avanguardie - che solo potrà riallacciare il passato all'avvenire ". Ed era solo il 1927!
Cinquantanni dopo, Italo Calvino scriveva: "Certo, basterebbe un segno di cambiamento di clima e si ridarebbe attualità a quello che il 25 aprile significa: il concorso di forze politiche molto diverse, che ha permesso di dare ad un Paese prostrato e semidistrutto una sua fisionomia morale e civile che gli ha fatto riprendere il suo posto come nazione".
Ritengo conclusivo quanto sosteneva, nel '56, Alessandro Galante Garrone: " Primo: non si può intendrere il movimento di liberazione senza studiare a fondo il fascismo, nelle sue intuizioni, nelle sue lontane scaturigini, nei suoi nessi con l'Italia prefascista, con lo Stato e la società da cui è nato...Secondo: la Reistenza è stata contrassegnata da contrasti di fondo, fra partiti che volevano una rivoluzione e altri che tendevano a una restaurazione legale... Terzo: occorre vedere a fondo quale suia stato il rapporto quantitativo fra Resistenza e maggioranza dell'opinione nazionale...Quarto: accanto alle forze politiche organizzate dai partiti, ci fu, nella Resistenza, l'istintiva adesione, lo slancio morale di uomini sino allora rimasti estranei alla politica e che poi, in gran parte, ancora una volta si ritrassero dalla scena. Fu questo il 'miracolo' che Piero Calamandrei rievocava in alcuni bellissimi discorsi, e che uno storico delle religioni, Raffaele Pettazzoni, considera tra i 'momenti della storia religiosa d'Italia'. Fu l'aspetto profondamente umano della Resistenza italiana, al di la del suo significato politico e militare; e noi lo scorgiamo nelle lettere dei condannati a morte , o nell'epistolario di Dante Livio Bianco".
Ancora Italo Calvino descriveva Franco Antonicelli: "accanto alla figura così rigorosa, risentita, fiera, soprattutto la sua leggerezza, il suo garbo, il suo humor".
Il grande Massimo Mila, il critico per antonomasia della Stampa, commentava: "L'opera di Antonicelli risulterà immensa, a marcio dispetto del luogo comune per cui gli si dava sempre dell'iconcludente. Si diceva 'si, si, tanto bravo, tanto intelligente, ma non conclude'. Si voleva dire che non produceva 'il libro', il librone, quello con cui si vince la cattedra universitaria e poi non si fa più niente per tutto il resto della vita".
Di se, di Festa grande d'Aprile, Franco Antonicelli scriveva: "Non sono scrittore di teatro e non ho teorie al riguardo, nè da applicare, nè da discutere. Perciò nemmeno mi chiedo se Festa grande sia 'tatrale' (e se si tratti, in questo caso, di tetro didascalico o di che altra specie). Forse è, bene o male, soltanto da 'leggere' o da recitare in forma do 'oratorio'. Questo mio testo è un certo discorso, molto semplice del resto, che ho inteso fare, e se è composto di scene, dialoghi,commenti, soliloqui, ricordi e immagini, è perchè i discorsi degli oratori, per l'esperienza che ne ho, sono composti a quel modo".
Esperienza di comizi ne aveva a bizzeffe; lo chiamavano tutti in tutte le parti d'Italia: " Parli come un bulino:incidi !". gli aveva detto una volta Togliatti, che di comizi se ne intendeva, ma soprattutto riconosceva il valore degli avversari.
Mi piace concludere con le frasi di Corrado Stajano: " Sembra un personaggio irreale, Franco Antonicelli. Fu uno che nella vita anteponeva a tutto il dovere morale, l'intransigenza, il rifiuto dei mondi inconciliabili, uno che detestò le ambiguità, i patteggiamenti, i gesuitismi, le doppiezze, gli intrighi, la volgarità. I giovani di oggi, forse, non sanno neppure chi è. E non è facile raccontarlo. Perchè Antonicelli si impegnò, consciamente o inconsciamente, a nobn essere, a non diventare, a non far carriera. Fu un letterato, un politico, un editore, un creatore di cukltura, ma non scrisse il libro di critica o d'invenzione capace di dargli la fama, non ebbe un uolo accademico, non fu un uomo di partito, non fu organico a nulla. E per questo subì il sospetto dei chierici ortodossi che lo incolpavano di essere un dilettante. Ed era invece un uomo libero, un italiano serio e anomalo che seppe fare tante cose con somma eleganza. Nei momenti focali della vita nazionale tralasciò le sue predilezioni, i libri amati, le belle collezioni, la conversazione con gli amici, il tempo scandito dai ritmi di un fine intellettuale e prese parte. Amntifascista anche per ragione di stile e di dignità, fu al confino, in carcere, nella Resistenza. E dopo la guerra restò - quel che fu sempre - un liberale autentico".
Magari la 'direttora' obietterà che non yho fatto troppo fatica scegliendo la strada del florilegio di citazioni. Ma tengo botta e rispondo a lei e ai lettori con questa frase di Franco Antonicelli scritta per l'introduzione a Festa grande d'Aprile: "Perciò non mi sono curato di inventare là dove mi servivano cose già dette o scritte da altri; mi pareva insostituibili, e nel mio testo risuonano, credo, naturali come un eco".
(da la "Voce della Vallesina" del 4 aprile 2010)


(foto di Adriana Argalia)


La produzione jesina del Centro Studi Calamandrei per la regia di Gianfranco Frelli, con gli Onafifetti, "Festa grande d'Aprile", ha riportato un successo incredibile nella rappresentazione al Teatro Toselli di Cuneo, la sera di sabato 18 settembre.
Un pubblico entusiasta, commosso e felice al tempo stesso, ha applaudito a lungo e in piedi i bravissimi attori, i sempre impeccabili Giovanni Filosa, Piergiorgio Memè e Mario Sardella. "Gli Onafifetti" chiamati a lungo al bis e, per la prima volta in assoluto, i due eccellenti strumentisti Tommaso Uncini al sassofono e Giacomo Rotatori alla fisarmonica.
Il lavoro teatrale, uscito in prima nazionale al Pergolesi di Jesi il 25 aprile scorso, è stato, per l'occasione, rivisto con molta sapienza, dall'ottimo regista Gianfranco Frelli, che lo ha "asciugato" di alcuni elementi retorici e dilettantistici che avevano suscitato qualche perplessità nella edizione jesina, facendone un prodotto di assoluto valore teatrale. "Festa grande d'Aprile", alla cui riduzione per il palcoscenico aveva lavorato anche il presidente del Calamandrei, Gian Franco Berti, è stato invitato a Cuneo nell'ambito delle celebrazioni per la "Carovana della Pace - Biennale della Memoria", quale momento centrale, insieme alla marcia Cuneo-Boves, del ricordo delle vittime civili della rappresaglia nazista del 1943 a Boves. L'autore del testo, Franco Antonicelli,era il Presidente del CLN Piemonte, ed è stato ricordato, nella sua introduzione allo spettacolo, da don Aldo Benevelli, il quasi novantenne prete partigiano che presiede attualmente il "Comitato Nazionale 8 settembre - Associazione Partigiana Ignazio Vian".
E a don Benevelli, animatore dell'iniziativa, il Presidente Emerito della Repubblica sen. Carlo Azegli Ciampi fa riferimento con il messaggio inviato a Berti e che di seguito riproduciamo.
(b.t.)
dalla "Voce della Vallesina" del 3 ottobre 2010
dal Presidente Emerito CARLO AZEGLIO CIAMPI
Roma, 14 settembre 2010
Caro Berti,
quale presidente onorario del "Centro Calamandrei" di Jesi, non posso non salutare con soddisfazione la partecipazione del Centro alla IX edizione della Carovana della pace che, movendo da Cuneo, arriverà a Boves per ricordare l'eccidio del 19 settembre del 1943 e il sacrificio di tante vittime innocenti, spesso colpevoli solo di un gesto di altruismo e di solidarietà con i perseguitati dalla spietatezza dei nazi - fascisti.
Portare "Festa grande di aprile" nei luoghi dove Franco Antonicelli visse, dove si formò la sua coscienza di militante per la causa della libertà e della democrazia, assume un valore particolare, che ne rafforza la suggestione, il potere evocativo. Sono certo che si rinnoveranno il calore e la partecipazione con cui il pubblico ha accolto la rappresentazione a Jesi lo scorso aprile.
La "Carovana della pace" è divenuta ormai una importante e significativa consuetudine. Di questo appuntamento nella "provincia granda" che fa memoria di uomini e di vicende che segnarono la rinascita del nostro popolo e la ritrovata dignità di una Nazione dobbiamo rendere merito e manifestare profonda, non convenzionale gratitudine a don Aldo Benevelli, da oltre sessant'anni valoroso e infaticabile "operatore di pace".
A Lui, caro Berti, La prego di trasmettere il mio saluto più cordiale insieme con l'espressione del mio apprezzamento e della mia profonda stima per l'azione instancabile e generosa svolta per il riscatto e la promozione della persona umana, dovunque essa sia umiliata e oltraggiata dalla miseria, dalla sopraffazione, dalla violenza. Una azione in cui s'incarnano e prendono forma valori e ideali autenticamente cristiani.
Ai partecipanti alla Carovana della pace e alle altre manifestazioni programmate invio il mio saluto più affettuoso.
Carlo Azeglio Ciampi

dalla figlia di Franco Antonicelli
Leggo con grandissima emozione dell'iniziativa "Carovana della Pace" a cui il Centro Piero Calamandrei prende parte con "Festa grande d'Aprile". Ricordare il passato e figure come don Aldo Benevelli è non solo un doveroso ricordo per le vittime e le persone coraggiose ma un importante segnale per confermare che non si dimentica il passato, che seppur tragico e triste, deve guidarci nel mondo di oggi e nel futuro. Sono felice che, come nel passato quando poteva intervenire personalmente. il mio papà sia ancora presente oggi alla manifestazione di commemorazione. Grazie al Centro e al Vian per il loro impegno.
Patrizia Antonicelli

